
Il Sud di Alvaro tra miti e rimorsi e il diritto di Saviano di aver paura.-di Filippo Veltri
“Il sud lascia soli sempre, sempre chi decide di raccontarlo, salvo poi mitizzarlo”, ha detto pochi giorni fa Roberto Saviano ospite della prima puntata di ‘Diario di cittadinanza. Voci, storie e numeri delle diseguaglianze italiane’, un podcast targato Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, curato da Stefano Di Traglia, Antonio Fraschillà e Patty Torchia, distribuito sulle principali piattaforme streaming.
Rivolgendosi ai conduttori e al direttore della Svimez, Luca Bianchi, Saviano (recentemente visto in Calabria in un paio di iniziative) ha poi citato il nostro Corrado Alvaro. “Cito – ha detto – lo scrittore calabrese Corrado Alvaro che parla di Sud Italia come popolo di ‘mitomani’, cioè di adoranti il mito. Ad Alvaro stesso gli dicevano: ‘Ma perché il tuo sguardo è basso? Hai quel mare guarda l’orizzonte, hai quel cielo, hai quel cibo! Alvaro risponde: il mio compito è guardare a terra in nome di quel mare, in nome di quel cielo, in nome di quella tradizione e proprio in nome di questa bellezza che io ho il dovere e la necessità di poter tematizzare, raccontare, perché nel momento in cui ce ne occupiamo stiamo trasformando”.
Nel ‘Treno nel Sud’ il grande scrittore di San Luca aggiungeva qualcosa in più a proposito di mezzogiorno. «Tutti i paesi – scriveva – hanno un Sud, voglio dire, il Sud dei problemi sociali, generalmente ad economia agricola, più povero del resto della nazione. (…) L’Italia, a sua volta, è il Sud del mondo, vale a dire quella dimensione sentimentale che significa ancora vita legata alla natura, predominio dell’istinto, antichi mestieri e atteggiamenti, passato e tradizione, una civiltà particolare dove il bisogno crea forme progredite di cultura, e dove la novità della tecnica dà la sua parte alla cultura, o almeno alla tradizione di una cultura. (…)
Il Sud così discusso, dai problemi complicati e fastidiosi, offre uno spettacolo in cui lo spettatore d’una società che si reputa superiormente evoluta, compie una specie di “refoulage” psicanalitico. Cioè, tale società rovescia sul Sud i suoi sotterranei rimorsi, i suoi dubbi sul suo stesso modo di vivere, sulle sue responsabilità: sedotta dallo spettacolo d’una vita ingegnosa, che respinge da sé tutto quanto l’uomo civilizzato cova e non riesce a espellere e non ardisce esprimere’’.
Il Sud che Alvaro rivede, e, specialmente la Calabria, vive, in quella fase storica, un momento particolare in cui il passato mitico e contadino sembra cedere il passo ad una più variegata modernità: «La Calabria – scriveva – è nel suo momento di mutamento. In pochi anni sono sorti miracolosamente ponti e strade che formavano l’aspirazione di secoli, il mondo nuovo pulsa col suo motore nel più piccolo villaggio. Già qualcuno pensa a un museo di curiosità popolari, che è l’archeologia dei luoghi. Di qui a cinquant’anni, se ai moti esteriori della civiltà risponderanno quelli interiori, la regione sarà una regione totalmente cambiata’’.
E’ comunque assai significativo che uno degli scrittori più letti al momento come Saviano citi Corrado Alvaro per parlare e descrivere la situazione del nostro Sud. Segno (e per noi in verità non c’era bisogno) del valore universale e grande che viene attribuito in campo nazionale (e non solo) all’opera e alle riflessioni di Alvaro, al centro invece oggi in Calabria di quello che è stato definito un pasticciaccio.
Nel podcast in questione, però, Saviano ha detto anche un’altra cosa di grande impatto non solo mediatico. “So di deludere chi mi ascolta ma forse posso farlo arrivare all’orecchio di qualcuno al quale direi di non farlo mai quello che ho fatto io, non farlo mai! Se stai pensando di esporti, se stai pensando che va bene gestirti diffamazione, merda, tribunali perché vale la pena, perché sei coraggioso, io ti dico proteggiti, non lo fare, sii prudente.
La paura non è codardia, la paura è semplicemente qualcosa che ti sta permettendo di salvarti, cosa che io non ho fatto e ne pago ora le conseguenze psichiche”. Parole durissime che devono fare riflettere e sulle quali pochi, anzi quasi nessuno, hanno ritenuto di discutere.
da “il Quotidiano del Sud” del 13 gennaio 2025