Mese: febbraio 2026

La legge Nordio è una modifica alla Costituzione.-di Filippo Veltri

La legge Nordio è una modifica alla Costituzione.-di Filippo Veltri

A poco più di un mese dal referendum sulla legge Meloni-Nordio nel mezzo di infinite polemiche e dopo l’intervento autorevolissimo l’altro ieri del presidente Mattarella una cosa si può e si deve dire con certezza, che possa o no piacere: questa legge modifica la Costituzione per dare un colpo all’indipendenza dei magistrati – nella loro attività di giudici e pubblici ministeri – e mette in ombra il Parlamento della nostra Repubblica democratica.

Non tutti hanno chiaro, infatti, quanto è accaduto e che ha visto costretto il Governo a modificare 15 giorni fa il testo della domanda da sottoporre a referendum per come richiesto dalla Cassazione proprio in questa direzione. Il Governo aveva deciso da solo il testo delle modifiche alla Costituzione mettendo alla legge un titolo pressoché incomprensibile: norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare. Titolo del tutto ingannevole, a cui si aggiungeva la definizione politica corrente del Governo e cioè che la legge tratterebbe della separazione delle carriere dei magistrati, questione come è noto largamente risolta senza modificare la Costituzione.

Se la legge entrasse in vigore verrebbero modificati ben 7 articoli della Costituzione ed ora è ben chiaro dopo le modifiche. Molti elettori potrebbero infatti non avere chiaro che si tratta di una legge che vuole cambiare in profondità la Costituzione nella parte relativa alla magistratura. L’obiettivo vero del Governo non è quello dunque della separazione delle carriere (falsissimo problema) ma è colpire pesantemente la capacità di auto rappresentazione e autogoverno dei magistrati, il CSM cioè, diminuendone il peso che hanno attualmente nella società e nella struttura della democrazia italiana.

In sostanza con la legge Meloni- Nordio verrebbe colpita l’autonomia della magistratura che è indispensabile per esercitare un controllo di costituzionalità e di corretta interpretazione delle leggi. I recentissimi video della premier Meloni e i suoi attacchi basterebbero a dimostrare ciò anche ai tanti ciechi della cd sinistra per il sì.

Ma perché è indispensabile l’indipendenza dei magistrati? E’ indispensabile nello svolgimento dei loro compiti, un pilastro dell’equilibrio dei poteri in una democrazia perché segna un punto di differenza tra democrazia e autocrazie. Pur di raggiungere questo obiettivo il governo ha obbligato il Parlamento ad approvare a scatola chiusa la sua proposta di legge. Quindi l’opposizione non ha potuto fare alcuna modifica al testo, neppure una virgola, nelle 4 sedute previste dall’articolo 138 per modificare la Costituzione.

Quelli che oggi affermano che sarebbero orientati ad approvare la proposta dovrebbero riflettere su alcuni punti: sembrano dimenticare che l’opposizione non ha avuto la possibilità di svolgere alcun ruolo; la stessa maggioranza parlamentare non ha toccato palla ed è stata costretta ad approvare il testo del governo senza correzioni. Sarebbe l’ora che l’opposizione inizi a correggere errori fatti in passato – che le destre stanno sfruttando pesantemente – e ritornare al ripristino della sostanza della Costituzione del 1948 che troppe volte è stata sacrificata sull’altare di convenienze politiche contingenti, vere o presunte.
L’acquiescenza del Parlamento ai voleri del governo ribalta infatti pesantemente il ruolo degli organi costituzionali e assegna al governo un ruolo dilatato. Se poi a questo si accompagnasse un ridimensionamento del ruolo autonomo della magistratura, del suo controllo sugli atti del governo che rappresenta una tutela fondamentale per i diritti dei cittadini, saremmo di fronte ad uno stravolgimento ancora più di fondo della democrazia disegnata dalla Costituzione.

I No al referendum costituzionale potrebbero consentire di riprendere un discorso, necessario, sul vero problema che continua a non essere affrontato e che è il non funzionamento della giustizia, nodo che questa legge non affronta. Sia giustizia penale che civile. Non si può dimenticare, ultimo ma non ultimo, che in ballo nella sfida referendaria c’è molto di più, cioè la valutazione sugli schieramenti politici in campo, come conferma l’insistenza di Giorgia Meloni sul fatto che la vittoria del No non inciderebbe sul futuro del governo. Sul sì compatto del centrodestra si sono inseriti invece anche alcuni sì di settori della sinistra e staremo quindi a vedere tra un mesetto chi la spunterà.

da “il Quotidiano del Sud£ del 21 febbraio 2026

Usciamo dal deserto della rassegnazione. Votiamo NO!.-di Piero Bevilacqua

Usciamo dal deserto della rassegnazione. Votiamo NO!.-di Piero Bevilacqua

Siamo in molti a essere finalmente consapevoli della partita che si gioca con il voto al referendum per la riforma della giustizia il 22 e il 23 marzo. E’ messa in discussione l’indipendenza della magistratura dal potere politico, uno dei pilastri fondamentali della nostra democrazia, sempre più svuotata e in pericolo.

La vittoria del si,un altro colpo alla Costituzione, segnerebbe e un passo ulteriore verso uno stato autoritario.Che questa sia la direzione di marcia dei gruppi dirigenti non solo italiani ma anche europei, lo dimostra il ventaglio di iniziative dispotiche che dilagano nel Continente:la repressione dei movimenti pro-Palestina, la violenza contro i manifestanti, la censura introdotta nelle scuole e nelle università, le varie leggi che proibiscono il dissenso, le sanzioni che puniscono singoli individui senza processo, come accaduto al colonnello svizzero e grande analista geopolitico Jacques Baud e a tanti altri.

E’ una tendenza avviata da tempo ed è conseguente alla progressiva perdita di consenso popolare da parte dei governanti dell’UE. Ma tutto lascia prevedere che tale china si accentuerà nei prossimi mesi e anni. Le élite dirigenti che escono emarginate e sconfitte dalla guerra in Ucraina, che devono constatare il fallimento dell’Unione, cercano di uscire dalla disfatta promettendo ai cittadini sfiduciati e confusi un avvenire di guerra e un rilancio dell’economia attraverso il riarmo.Per costoro la repressione della libertà diventa necessaria.

Devono proibire il dissenso, silenziare le voci critiche se vogliono consentire ai giornalisti del Corriere della Sera, della Repubblica, dei telegiornali di persuadere le masse popolari della necessità di una guerra.Ma la politica di rilancio dell’economia UE attraverso il riarmo, aumenterà lo sfruttamento del lavoro,creerà nuove povertà e il disagio sociale inasprirà i conflitti.

Per questo tenderanno a costruire uno “Stato di vigilanza” che utilizzi il malessere dilagante, gli scontri di piazza, ecc per creare un bisogno di sicurezza nei cittadini a cui rispondere con l’ordine poliziesco.

Vincere questo referendum può significare l’inizio della fine del governo di centro-destra in Italia.Ma ognuno di noi deve compiere uno sforzo speciale di mobilitazione.Non può limitarsi a lanciare messaggi dal computer. Occorre immaginare una molteplicità di forme di propaganda.Si può cominciare a telefonare ad amici e parenti lontani, riprendere i contatti con vecchi colleghi o compagni e metterli in allarme già a partire dell’irritualità della telefonata.

Ma soprattutto occorre uscire fuori dalla campana di vetro del mondo virtuale e uscire per le strade. Le grandi manifestazioni sono importanti.Ma non arrivano ai cittadini che non vanno a votare,che ascoltano solo la TV mentre consumano la cena storditi dopo una giornata di lavoro. Bisogna incontrarli davanti ai cantieri, agli uffici, alle scuole.Gli insegnanti intimoriti da Valditara potrebbero leggere in classe ogni giorno un articolo della Costituzione.

Vediamo chi li sanzionerà. Ma noi dobbiamo girare nei quartieri con un volantino in mano, spiegando le tante, drammatiche ragioni del no, come parte di una resistenza generale a un dispotismo già in atto in tutto Europa, che rischia di consegnarci a una società totalitaria senza precedenti. Già il fatto che i cittadini vedano tanti uomini e donne con un volantino in mano in tutte le città comincia a mettere in allarme, può scuotere l’indifferenza, il deserto della rassegnazione.

Ma bisogna uscire dal guscio domestico dove produciamo chiacchiere. Altrimenti, prima o poi, verranno a prenderci a casa.

Addio, Marta, addio.-di Battista Sangineto Orazione funebre in morte di Marta Petrusewicz

Addio, Marta, addio.-di Battista Sangineto Orazione funebre in morte di Marta Petrusewicz

Non sono qui solo come amico e collega di Marta.
Sono qui a ricordarla come consigliere d’amministrazione della ‘Fondazione Premio Sila’ perché il presidente, Enzo Paolini, non ha potuto esser presente a causa di un precedente impegno istituzionale.

Quel ‘Premio Sila’ che nel 1989, allora presieduto da Giacomo Mancini, le aveva conferito il premio per il suo libro più, giustamente, famoso: “Latifondo”. Un volume che è, e rimarrà, un riferimento nella storia degli studi sulle forme economiche, spaziali e temporali delle proprietà agrarie del Mezzogiorno e dell’Italia intera del XIX secolo. Un modello interpretativo utilizzabile anche per altre epoche tanto che persino un antichista come me lo ha usato.

È entrata a far parte della giuria del nuovo ‘PremioSila49’, dall’inizio, nel 2011 e sin dalla prima edizione ha immaginato di istituire anche un premio alla saggistica -accanto a quello principale letterario- che si intitolava “Lo sguardo da lontano” incentrato sul Mezzogiorno, studiosi stranieri che guardano da lontano il sud.

Un premio che era, in fondo, uno specchio in cui Marta stessa si rifletteva.
Lettrice appassionata, competente e attrezzata oltre che di saggistica anche di letteratura come chi l’ha conosciuta e ha visto i libri sui suoi scaffali sa. Curiosa e vorace lettrice che discuteva animatamente e profittevolmente con gli altri giurati e studiosa cosmopolìta che ha aperto -al ‘Premio’, ma anche a me personalmente- la sconfinata e ramificata rete di conoscenze che aveva nei più diversi ambiti internazionali del sapere.

Un modello interpretativo così come lo era Marta, sì, Marta la studiosa, la mondana, la cosmopolìta, la curiosa, l’ebrea, la ribelle. Era, lei stessa, un modello interpretativo del ‘900 perché la sua storia personale e quella della sua famiglia rappresentano il paradigma della storia dell’Occidente, così come lo abbiamo perimetrato fino a poco tempo fa.

La famiglia quasi tutta sterminata ad Auschwitz o rifugiata all’estero e Marta che, studentessa ventenne, viene espulsa, insieme a circa 15.000 ebrei ed altri oppositori, dalla Polonia per aver capeggiato la rivolta antiregime contro Gomulka nel 1968, quella Marta che viene in Italia, prima a Bologna e poi a partecipare a quell’esperimento dell’università della Calabria, a Cosenza, a Rende.

Quella che, innamorata, accompagna Franco Piperno dappertutto, in Francia, in Canada, negli Usa dove insegna per alcuni decenni nelle più prestigiose università (Princeton, Harvard, CUNY) e poi, torna, qui, all’università della Calabria. Quella Marta che parlava molte lingue da lei usate per capire il mondo e le persone creando una fittissima maglia di amicizie, conoscenze e rapporti di studio.

Il Premio Sila prende l’impegno di ricordarla nel modo in cui merita una studiosa e una persona che rimarrà per sempre nelle nostre menti e nei nostri cuori arricchiti entrambi dalla sua vivida intelligenza, dalla sua vasta sapienza e dalla sua profonda e leggera umanità.

Già mi consola sapere, per averlo visto insieme a mia moglie Anna la scorsa estate, che la nostra amata amica Marta sia, dal 2013, un vero e proprio pezzo di storia perché la sua vita è (foto) sui muri di un Museo, il ‘Polin’ di Varsavia. Il “Museo degli ebrei polacchi”, aperto il 19 aprile 2013 nel 70º anniversario della Rivolta del ghetto di Varsavia, racconta la storia millenaria degli ebrei in Polonia. Marta è ricordata nell’ultima sezione del ‘Polin’, quella dedicata alla rivolta del 1968.
“C:\Users\User\Pictures\Polonia 2025\IMG_20250728_163101.jpg”

Una delle didascalie di questa sezione recita: “Era un membro del reparto esploratori di Jacek Kuroń nel quartiere Zalibabaars di Varsavia. Era attiva in un circolo di giovani che chiedevano la democratizzazione del regime e la fine della repressione sociale e politica in Polonia, i cosiddetti ‘Commandos’, un gruppo dissidente. A seguito della repressione della rivolta del marzo 1968 fu espulsa dall’università e le fu comminata una pena detentiva con sospensione condizionale. Nel corso di quell’anno emigrò in Italia”.

La parola ebraica ‘polin’ che dà il nome al museo significa o “Polonia” o “riposo qui”. Marta ora riposerai anche tu, qui in Calabria, a Rende, accanto a Franco.

da “il Quotdiano del Sud” dell’8 febbraio 2026