
Addio, Marta, addio.-di Battista Sangineto Orazione funebre in morte di Marta Petrusewicz
Non sono qui solo come amico e collega di Marta.
Sono qui a ricordarla come consigliere d’amministrazione della ‘Fondazione Premio Sila’ perché il presidente, Enzo Paolini, non ha potuto esser presente a causa di un precedente impegno istituzionale.
Quel ‘Premio Sila’ che nel 1989, allora presieduto da Giacomo Mancini, le aveva conferito il premio per il suo libro più, giustamente, famoso: “Latifondo”. Un volume che è, e rimarrà, un riferimento nella storia degli studi sulle forme economiche, spaziali e temporali delle proprietà agrarie del Mezzogiorno e dell’Italia intera del XIX secolo. Un modello interpretativo utilizzabile anche per altre epoche tanto che persino un antichista come me lo ha usato.
È entrata a far parte della giuria del nuovo ‘PremioSila49’, dall’inizio, nel 2011 e sin dalla prima edizione ha immaginato di istituire anche un premio alla saggistica -accanto a quello principale letterario- che si intitolava “Lo sguardo da lontano” incentrato sul Mezzogiorno, studiosi stranieri che guardano da lontano il sud.
Un premio che era, in fondo, uno specchio in cui Marta stessa si rifletteva.
Lettrice appassionata, competente e attrezzata oltre che di saggistica anche di letteratura come chi l’ha conosciuta e ha visto i libri sui suoi scaffali sa. Curiosa e vorace lettrice che discuteva animatamente e profittevolmente con gli altri giurati e studiosa cosmopolìta che ha aperto -al ‘Premio’, ma anche a me personalmente- la sconfinata e ramificata rete di conoscenze che aveva nei più diversi ambiti internazionali del sapere.
Un modello interpretativo così come lo era Marta, sì, Marta la studiosa, la mondana, la cosmopolìta, la curiosa, l’ebrea, la ribelle. Era, lei stessa, un modello interpretativo del ‘900 perché la sua storia personale e quella della sua famiglia rappresentano il paradigma della storia dell’Occidente, così come lo abbiamo perimetrato fino a poco tempo fa.
La famiglia quasi tutta sterminata ad Auschwitz o rifugiata all’estero e Marta che, studentessa ventenne, viene espulsa, insieme a circa 15.000 ebrei ed altri oppositori, dalla Polonia per aver capeggiato la rivolta antiregime contro Gomulka nel 1968, quella Marta che viene in Italia, prima a Bologna e poi a partecipare a quell’esperimento dell’università della Calabria, a Cosenza, a Rende.
Quella che, innamorata, accompagna Franco Piperno dappertutto, in Francia, in Canada, negli Usa dove insegna per alcuni decenni nelle più prestigiose università (Princeton, Harvard, CUNY) e poi, torna, qui, all’università della Calabria. Quella Marta che parlava molte lingue da lei usate per capire il mondo e le persone creando una fittissima maglia di amicizie, conoscenze e rapporti di studio.
Il Premio Sila prende l’impegno di ricordarla nel modo in cui merita una studiosa e una persona che rimarrà per sempre nelle nostre menti e nei nostri cuori arricchiti entrambi dalla sua vivida intelligenza, dalla sua vasta sapienza e dalla sua profonda e leggera umanità.
Già mi consola sapere, per averlo visto insieme a mia moglie Anna la scorsa estate, che la nostra amata amica Marta sia, dal 2013, un vero e proprio pezzo di storia perché la sua vita è (foto) sui muri di un Museo, il ‘Polin’ di Varsavia. Il “Museo degli ebrei polacchi”, aperto il 19 aprile 2013 nel 70º anniversario della Rivolta del ghetto di Varsavia, racconta la storia millenaria degli ebrei in Polonia. Marta è ricordata nell’ultima sezione del ‘Polin’, quella dedicata alla rivolta del 1968.
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Una delle didascalie di questa sezione recita: “Era un membro del reparto esploratori di Jacek Kuroń nel quartiere Zalibabaars di Varsavia. Era attiva in un circolo di giovani che chiedevano la democratizzazione del regime e la fine della repressione sociale e politica in Polonia, i cosiddetti ‘Commandos’, un gruppo dissidente. A seguito della repressione della rivolta del marzo 1968 fu espulsa dall’università e le fu comminata una pena detentiva con sospensione condizionale. Nel corso di quell’anno emigrò in Italia”.
La parola ebraica ‘polin’ che dà il nome al museo significa o “Polonia” o “riposo qui”. Marta ora riposerai anche tu, qui in Calabria, a Rende, accanto a Franco.
da “il Quotdiano del Sud” dell’8 febbraio 2026