
Referendum giustizia, al governo non basta l’indipendenza dei magistrati.-di Enzo Paolini
“Con la riforma mai più invasioni di campo dei P.M. Quando governerà il PD servirà anche a loro”.
Se fosse vero che il Ministro Nordio ha pronunciato queste parole, sarebbe la piena confessione del fatto che la cosiddetta riforma della Giustizia sottoposta a referendum altro non è che un mezzo per sottoporre la Magistratura, soprattutto la Pubblica Accusa, al controllo del potere politico. Oggi in mano al centrodestra, domani, chissà, ad altro schieramento. Donde la strizzatina d’occhio del Ministro all’attuale opposizione.
Un lapsus, (linguae) certo, una gaffe, o piuttosto una “voce dal sen fuggita” ad un politico inesperto per dire cosa effettivamente si pensa ma si nasconde a parole.
Non è sufficiente, ovvio, per determinare o influenzare il voto, ma poiché in un intenso convegno organizzato dagli avvocati per il Si ho espresso perplessità rispetto alle posizioni pro-governo registrando reazioni perentorie (talune argomentate, altre no) che mi hanno fatto riflettere chiedo ospitalità al Quotidiano per proporle in maniera più chiara e magari suscitare un dibattito fondato su visioni di sistema più che su pregiudizi ideologici o, peggio, avversioni corporative reciproche tra avvocati e magistrati.
Sgombriamo il campo dal primo equivoco: il referendum non riguarda la separazione delle carriere, perché in sostanza già esiste. Si chiama separazione delle funzioni perché è stabilito che il magistrato può scegliere quale percorso di carriera vuol fare – se requirente o giudicante – e non può cambiare se non una sola volta accettando anche di essere trasferito in distretto diverso. Pochissimi lo fanno, per cui è un fenomeno ininfluente.
Per azzerarlo del tutto, sarebbe sufficiente cancellare – con legge ordinaria, o con semplice disposizione regolamentare – anche tale residua possibilità.
Dunque, è evidente, il problema non è questo.
Allora ci sta una premessa. La Costituzione italiana, all’art. 104 comma 1 stabilisce che “la magistratura costituisce un ordine autonomo ed indipendente da ogni altro potere”. Tale affermazione non distingue tra giudici e pubblici ministeri, che sono entrambi ricompresi nell’ordine giudiziario perché il PM, pur svolgendo funzione diversa dal Giudice è parte integrante del sistema dal momento che esercita l’azione penale non in nome del Governo ma in nome della legge.
I costituenti scelsero consapevolmente questo modello per evitare (il ritorno a) forme di giustizia asservita al potere esecutivo, come avveniva durante il fascismo, quando il PM dipendeva gerarchicamente dal Ministro della Giustizia. L’unitarietà delle carriere non è dunque un accidente storico ma un presidio di libertà.
I sostenitori della riforma Nordio osservano che nella nuova formulazione non v’è alcuna esplicita sottoposizione dell’ufficio del PM alla diretta ingerenza o direttiva del Ministro o in generale del potere politico. Ed è vero.
Ma qui le perplessità aumentano, perché come insegna la storia, le garanzie democratiche non vengono demolite all’improvviso, ma erose gradualmente, attraverso riforme che alterano gli equilibri senza dichiararlo apertamente.
L’insidia – a mio avviso – sta nella modifica del CSM, l’organo di autogoverno della Magistratura pensato per sottrarre le nomine, le carriere e i procedimenti disciplinari all’influenza del potere politico.
Anche qui si dice una cosa vera e cioè che oggi il CSM viene composto secondo aree di influenza politica. Donde i rischi di condizionamento dei Giudici, la cui vita professionale (con tutti i risvolti personali) sarebbe determinata dalla politica.
Il rimedio, cioè la creazione di due CSM, uno per i requirenti ed uno per i giudicanti, peggiora però le cose, dal momento che la riforma prevede che per ognuno di essi i membri cosiddetti laici siano sorteggiati all’interno di una lista stabilita dalla maggioranza parlamentare mentre i togati siano estratti a sorte tra tutti i magistrati in servizio.
Il che vuol dire – di tutta evidenza – che la parte politica dei CSM sarà strutturata e provvista di un ben definito indirizzo (anche ideologico) mentre quella togata rimane affidata al caso.
Dunque la presenza di membri laici indicati dalla politica nei due distinti CSM moltiplica i punti di contatto tra politica e magistratura aumentando il rischio di interferenze e condizionamenti, mentre dall’altra parte il sorteggio per i togati non garantisce né competenza, né autorevolezza, né attitudine.
Un organo di autogoverno dev’essere composto da magistrati con esperienza riconosciuta, capacità e senso delle istituzioni. Affidare tale funzione al caso appare molto pericoloso perché l’assenza di meccanismi di rappresentanza e responsabilità non produce neutralità ma opacità e irresponsabilità.
Sgombriamo il campo anche dal secondo equivoco, quello della banalità del caffè o delle stanze vicini, dei rapporti di amicizia o del calcetto. Questi sono argomenti da bar sport.
E anche delle grida contro i casi di malagiustizia che dimostrerebbero il malfunzionamento del sistema.
Casi che – evidentemente – non sono pertinenti al tema del referendum ma che, a tutto concedere dimostrano il contrario. Lo scempio di grandi processi ad esempio quello di Giacomo Mancini dimostra – come ebbe a dire lo stesso leader socialista dopo le due assoluzioni pronunciate dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria e dal Tribunale di Catanzaro a fronte di pesantissime richieste delle Procure – che il sistema funziona.
Esso appare talvolta diretto ed interpretato da persone che sbagliano o che, peggio, sono in malafede ma i pesi ed i contrappesi, pensati dal Costituente, dimostrano che proprio nel contesto generale di sistema risiede la garanzia del cittadino.
D’altra parte la recentissima vicenda di Salvini, assolto dopo una asperrima e determinata contrapposizione con la Procura procedente sta a certificare come non vi sia alcun precostituito e costante appiattimento dei Giudici sulle tesi dei P.M.
Allora la domanda: perché un Governo che ha avuto tale evidentissima dimostrazione di indipendenza insiste nella affermazione contraria? Il sospetto che induce è che non gli sia sufficiente il giudizio indipendente del Giudice. Non basta, serve il controllo, la dipendenza dell’accusa, occorre essere esenti pregiudizialmente dal dissenso. E qui per me si alzano (si dovrebbero alzare per tutti) le antenne del pericolo.
Il punto è che di esempi di questo tipo, così come di segno opposto, tali cioè da far pensare ad una commistione tra accusatori e giudicanti, ve ne sono a iosa ma proprio questo non può che condurre ad una conclusione: non è il sistema che va cambiato ma è la qualità degli interpreti che lo rende più o meno accettabile nelle curve della storia.
All’affermazione – condivisibile – secondo la quale attualmente vi è una palpabile sensazione che talune scelte nell’ambito delle competenze del CSM siano condizionate da convenienze ed interessi, si può rispondere con una domanda: “vogliamo un sistema come quello pensato dai costituenti che è coerente con i principi di democrazia e dell’indipendenza della Magistratura, garanzia delle libertà dei cittadini, che però talvolta è diretto e interpretato da una classe dirigente non all’altezza, oppure vogliamo un altro sistema che, con questo pretesto, avvia il processo di istituzionalizzazione della dipendenza della Magistratura dal potere politico, come candidamente ammesso dal Ministro Nordio?”.
Parlo per me: nonostante tutto io scelgo il primo e per evitare le attuali storture, evidenti, continuerò a battermi perché la classe dirigente a tutti i livelli, dalle istituzioni, alle ASP, alla Magistratura, sia selezionata diversamente, cioè al rialzo qualitativo e non al ribasso, come avviene oggi.
E ciò seguendo la lungimirante lezione di Cossiga il quale, all’alba della cosiddetta seconda Repubblica quando un Giudice calabrese in un famoso processo gli chiese di deporre sul voto di scambio tra politica e malaffare rispose: “vede Presidente, la politica è il frutto di uno scambio, di un patto tra cittadino e colui che viene scelto per rappresentarlo. Tu mi voti ed io ti prometto di agire in un certo modo. La garanzia sta nel controllo del popolo. Il sistema elettorale con preferenze e calcolo proporzionale dei seggi, comportava la ricerca del consenso e quindi una connessione diretta e sempre viva della cittadinanza con i suoi rappresentanti, come da Costituzione. La sua sostituzione con un sistema maggioritario a liste preconfezionate e senza preferenze sostituisce la ricerca del consenso con la ricerca del potere, sistema nel quale l’eletto non risponde a nessuno perché nessuno lo ha eletto”.
Analisi lucidissima, eppure è andata così: presi dalla suggestione del malaffare nella politica, invece di cambiare le persone che ne inquinavano l’azione abbiamo ritenuto di cambiare il sistema. I risultati in termini di qualità della classe dirigente si vedono.
Mutatis mutandis, con questa riforma rischiamo di fare lo stesso errore: invece di agire per porre in essere le condizioni per migliorarne gli interpreti, si pensa di cambiare il sistema pensato e voluto da Calamandrei, Moro, Nenni, De Gasperi, Leone, Pertini, Mortati e Terracini e altri giganti del pensiero costituzionale.
Con tutti i problemi io continuo a condividere la loro visione.
da “il Quotidiano del Sud” del 23 gennaio 2026
Foto: Roberto Monaldo / LaPresse