La legge elettorale pietra angolare della politica.-di Enzo Paolini

La legge elettorale pietra angolare della politica.-di Enzo Paolini

C’è un fatto nuovo in relazione al dibattito sulla legge elettorale.
La Corte di Cassazione ha fissato per il prossimo 5 febbraio l’udienza pubblica per la discussione della questione di costituzionalità della vigente legge. Un ottimo risultato per l’avv. Enzo Paolini che ha già ottenuto – insieme all’indimenticato sen. Felice Besostri – le sentenze dichiarative della incostituzionalità del Porcellum (sentenza 1/2014) e dell’Italicum (sentenza 35/2017).

D – Come si inserisce questa udienza sulla accelerazione impressa in questi giorni al dibattito sulla modifica della legge elettorale?
R – Rimangono due percorsi distinti dal momento che è da escludere un accordo sulla legge elettorale in breve tempo. E ciò perché i capifazione (non i partiti che non esistono più e nemmeno i leader politici) non si metteranno d’accordo sulla formula.
Come ormai è spudoratamente chiaro, l’interesse è rivolto alla individuazione dei meccanismi più utili per avere più seggi rispetto agli altri; soglie di sbarramento, premi di maggioranza o di maggiore minoranza, insomma le formule più astruse pur di arrivare a comandare senza voti.
Il fatto è che si guarda più alle prossime elezioni ed alla singola provvisoria convenienza che alla tenuta democratica dello Stato.
Tra l’altro una buona norma non scritta prevederebbe che le leggi elettorali non si cambiano a ridosso delle elezioni. Ed il motivo è ovviamente intuibile da tutti. Ma la classe dirigente che siede in Parlamento è indifferente a queste basilari regole. E’ il senso dello Stato che manca, purtroppo.

D – Qual’è la critica più forte che Lei rivolge alla attuale legge elettorale.
R – Nella legge attuale v’è l’enfatica premessa che il voto è “diretto ed eguale, libero e segreto”, ma poi contraddice clamorosamente questi principi nella successiva specifica normativa destinata a regolare gli effetti del voto.
In realtà, il voto è tutt’altro che “diretto, eguale e libero”, giacché, anche se l’elettore si limita a votare il solo candidato uninominale, il suo voto va obbligatoriamente alla collegata lista (o coalizione) plurinominale, con la conseguente automatica attribuzione del suo voto a candidati che magari non ha intenzione di votare e che potrebbero addirittura risultargli non graditi.
Al contrario, se un elettore vota la lista plurinominale e intende votare solo questa, tale scelta gli è impedita perché il suo voto si trasferisce automaticamente al candidato scelto per il collegio uninominale.
Gli effetti perversi di questo meccanismo assumono caratteristiche addirittura paradossali nel caso in cui il candidato uninominale sia collegato con una pluralità di liste.
In questo caso, infatti, il voto dato al solo candidato uninominale si trasferisce pro quota alle liste collegate, in proporzione alla quantità dei voti che ciascuna di tali liste ha di per sé già ottenuto; di conseguenza, la misura in cui il voto uninominale incrementa le liste collegate dipende dal voto di elettori di altre liste.
Tale meccanismo è assolutamente estraneo alla volontà dell’elettore ed il suo voto cessa di essere “diretto e libero”, come retoricamente fissato nell’incipit della normativa.
In siffatta situazione il voto del cittadino diviene non solo “indiretto” ma addirittura “eterodiretto”, e quindi cessa anche di essere “personale” perché la destinazione ulteriore del voto non viene decisa dal votante, ma da altri elettori che decidono verso dove ed in che misura, quel voto verrà effettivamente indirizzato.

D – Quale sarebbe per Lei e, per i motivi anzidetti, la migliore legge elettorale?
R – Oggi dico convintamente il proporzionale con le preferenze. Le elezioni sono fatte per tradurre in “seggi parlamentari” le diverse componenti della società civile che compongono uno Stato. Devono essere la fotografia del Paese e non un mezzo per stabilire chi comanda.
Le alleanze politiche, la costruzione delle maggioranze che sostengono i governi devono comporsi in Parlamento, mediante il confronto e la discussione tra le forze politiche espressione proporzionale delle diverse anime popolari, quelli che si chiamavano partiti.

D – Ma così non è a rischio la governabilità?
R – Assolutamente no. Anzi al contrario, la storia recente lo dimostra, maggioranze artificiose e forzate costruite sul concetto di governabilità si scompongono e ricompongono senza alcun rispetto della volontà dell’elettore.
D’altra parte la parola “governabilità” nella Costituzione non c’è. Ed il motivo è semplice: i cittadini vogliono essere governati non “governabili”. Ed il governo è un duro lavoro di discussione, di dialogo, di confronto e di alleanze composte, dopo le elezioni, tra diversi nell’interesse della comunità. Si chiama politica.

D – Ma allora perché i padri costituenti non hanno indicato già in Costituzione una legge elettorale in senso proporzionale?
R – Semplicemente perché si dava per scontato che era – ed è – l’unico sistema rispettoso del diritto di tutti ad essere rappresentati nelle Istituzioni in modo libero, diretto ed uguale. Dobbiamo considerare che la assemblea costituente aveva ancora il ricordo della legge Acerbo che, nel 1924, consentì a Mussolini di controllare il Parlamento e che nel dopoguerra una legge proposta addirittura da De Gasperi fu definita “legge truffa” perché prevedeva un premio di maggioranza del 65% dei seggi, a chi avesse conseguito più del 50% dei voti. Insomma il ricorso a maggioranze virtuali era percepito – così come è – un imbroglio a danno dei cittadini ed a vantaggio solo di chi ricerca il potere e non il consenso. Giustissimo.

D – Il cosiddetto “campo largo” sembra essere rilanciato dalle elezioni regionali. Questo la fa ben sperare?
R – No. Per due motivi. Il primo è che la sinistra liberale non esiste più. E’ nascosta, forse annegata nel 60% che non va più a votare ed in questo contesto in cui viene cancellata sia la rappresentatività che la partecipazione vincono le nomenclature, di destra e di sinistra, non i cittadini. La questione che ci dobbiamo porre ce l’ha cantata Gaber quaranta anni fa: libertà è partecipazione. Noi non siamo liberi.
E poi, come è stato detto anche da altri autorevoli osservatori ai vertici del centrosinistra, o campo largo per usare termini suggestivi che ormai non dicono niente a nessuno, si deve rimproverare il mancato mantenimento della promessa di un vero processo di riforma dei partiti, soggetti questi si, previsti nella Costituzione. Il punto è che – come percepiamo tutti, e come dimostra l’astensionismo – la nomenclatura del centrosinistra è molto spesso, specie negli ambiti locali, letteralmente repulsiva, cioè respinge chi si propone di dare una mano, di impegnarsi.

D – Dunque ritornando alla Cassazione lei pensa che questa giudiziaria sia l’unica strada per riformare il sistema?
R – Anche qui devo rispondere di no. Ho imparato da Felice Besostri a non arrendermi dinanzi alla palese iniquità di leggi elettorali fatte solo per falsare la rappresentanza istituzionale. Ma questa irrinunciabilità ad accettare il tirare a campare, non significa altro che la consapevolezza che l’unica riforma necessaria è quella di ritornare a far vivere nella nostra comunità il primato della politica, quella contagiosa che partendo da un pensiero riesce a cambiare le cose ed il corso degli eventi. Ma questo non dipende dalle Corti o dai Ministri più o meno legittimati. Dipende da noi.

da “il Quotidiano del Sud” del 3 dicembre 2025
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Follow me!

Comments are closed.