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Lo scopo della riforma voluta dal governo è quello di controllare la magistratura.-di Battista Sangineto

Lo scopo della riforma voluta dal governo è quello di controllare la magistratura.-di Battista Sangineto

«Una visione barbara del processo». Così Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte costituzionale, ha definito la ratio della riforma della giustizia che il governo intende sottoporre a referendum confermativo. Non si tratta, secondo il giurista, di rafforzare l’indipendenza dei magistrati, bensì di intimidirli: di porre i pubblici ministeri sotto pressione e, potenzialmente, sotto il controllo della politica.

Dietro la riforma — osserva Zagrebelsky — si cela una concezione distorta del processo: non più luogo di ricerca della verità, ma arena di confronto tra due “atleti del diritto”, l’avvocato e il pubblico ministero, come se la finalità fosse la vittoria dell’uno sull’altro. Una visione che riduce la giurisdizione a mera competizione e svuota il processo della sua funzione costituzionale: una visione, appunto, barbarica.

Ogni riforma costituzionale muta, per definizione, l’assetto dei poteri dello Stato. La Costituzione non è un testo neutro: essa organizza, separa e bilancia i poteri fondamentali — legislativo, esecutivo e giudiziario — determinandone le regole di funzionamento. Ogni sua modifica, anche parziale, altera inevitabilmente gli equilibri tra tali poteri, come già dimostrato dalla sciagurata riforma del Titolo V del 2001, che indebolì l’unità dello Stato e aprì la strada all’autonomia differenziata.

La Costituzione italiana, agli articoli 101 e 104, disegna una magistratura unitaria e indipendente, composta da giudici e pubblici ministeri, entrambi sottoposti unicamente alla legge. La separazione delle carriere — non è una novità né un problema perché largamente praticata nei fatti. Il punto è che l’istituzione di due Consigli superiori distinti, uno per i magistrati giudicanti composti con metodo che assegna alla politica il controllo dei due organi altera quell’assetto originario.

Come ha osservato Enzo Paolini su questo giornale, ciò conduce alla mutazione della forma dello Stato e il modello voluto dai Costituenti, senza che vi sia “una necessità comprovata”. La creazione di due CSM composti con sorteggi con metodi diversi definisce chiaramente l’obiettivo della riforma : il controllo della magistratura da parte della politica.

La riforma prevede infatti che i membri “laici” siano sorteggiati da liste predisposte dalla maggioranza parlamentare, mentre i membri togati siano estratti a sorte tra tutti i magistrati in servizio. Ne deriva che la componente politica dei due CSM avrà un indirizzo ideologico chiaro, mentre quella togata sarà affidata al caso.

La separazione delle carriere non abroga formalmente l’obbligatorietà dell’azione penale, sancita dall’articolo 112, ma ne prepara il superamento: da obbligo giuridico inderogabile, essa rischia di trasformarsi in regola flessibile, subordinata a scelte organizzative e, in ultima istanza, determinata da indirizzi politici scelti da chi governa. La riforma sconvolge l’equilibrio disegnato dai Costituenti, in cui l’obbligo di agire rappresentava insieme garanzia di legalità e presidio di indipendenza.

Un pubblico ministero isolato in una carriera distinta la cui progressione è assegnata ad un CSM controllato dalla politica tende a essere meno vincolato da un dovere automatico e più esposto a logiche di opportunità dettate dal potere esecutivo. Così, senza abrogarlo formalmente, l’obbligo dell’azione penale rischia di cambiare natura, da comando inderogabile a principio puramente formale.

I Costituenti scelsero deliberatamente di non separare le carriere, per ragioni storiche profonde, legate all’esperienza della dittatura fascista. Sotto il regime, i pubblici ministeri rispondevano direttamente al Ministero della Giustizia e l’azione penale era spesso strumento di repressione politica. Inserire il PM nella magistratura significava sottrarlo al potere esecutivo e garantirne l’indipendenza.

Piero Calamandrei diceva che: «L’indipendenza del pubblico ministero è la prima garanzia della libertà dei cittadini». La visione complessiva dei Costituenti era che la cultura giuridica del magistrato giudicante e di quello requirente dovesse essere la medesima.

Lo scopo principale della riforma voluta dal governo appare allora evidente: controllare la magistratura, e in particolare il pubblico ministero, uno dei principali contrappesi del sistema democratico. Pur senza conferire potere assoluto all’esecutivo, la riforma ne indebolisce significativamente uno dei principali strumenti di controllo sul potere politico, alterando l’equilibrio tra i poteri in modo pericoloso per la democrazia.

Questo indebolimento si inserisce in un contesto più ampio che è costituito dai cosiddetti “pacchetti sicurezza” che mettono a rischio libertà civili e diritti costituzionali, segnando una svolta autoritaria in nome di un presunto ordine pubblico. Dalle nuove norme criminalizzano forme di protesta pacifica — blocchi stradali e ferroviari — colpendo la libertà di manifestazione garantita dall’articolo 17 della Costituzione.

Un contesto nel quale sono state inasprite le pene per reati legati a occupazioni e resistenza a pubblico ufficiale, ampliata la tutela penale delle forze dell’ordine, limitate drasticamente le intercettazioni e abolito il reato di abuso d’ufficio. Ancora più grave è l’introduzione dell’articolo 31 del decreto dell’11 aprile 2025 n. 48, poi convertito in legge, che estende i casi di non punibilità per agenti dei servizi segreti, includendo reati di estrema gravità come la direzione di gruppi terroristici e la fabbricazione di esplosivi, se autorizzati (dal presidente del Consiglio) nell’ambito di operazioni di intelligence.

Contemporaneamente, il governo delegittima la magistratura, attacca la Corte dei conti, attribuisce ai giudici responsabilità politiche, abusa della decretazione d’urgenza, comprime il dibattito parlamentare e ricorre sistematicamente al voto di fiducia. Blocca la trascrizione dei figli di coppie omogenitoriali, attua politiche migratorie disumane, adotta un linguaggio ostile verso minoranze, ONG e attivisti, mostra tolleranza verso simbologie fasciste e svuota l’antifascismo come valore fondante della Repubblica.

In questo quadro si inserisce il disegno di introdurre il premierato che, pur senza eliminare del tutto la democrazia, si configura come una torsione autoritaria in quanto -come dice Tomaso Montanari- sposta strutturalmente l’equilibrio del sistema a favore dell’esecutivo e concentra il potere nelle mani di una sola persona.

La Costituzione italiana ha costruito una democrazia deliberatamente “non concentrata”, perché il nostro Paese proviene dall’esperienza della ventennale e tragica dittatura fascista. La Carta del 1948 fu concepita per impedire che un singolo potere o individuo accumulasse eccessiva autorità, proteggendo le libertà dei cittadini e preservando l’equilibrio dei poteri.

Non è lecito permettere che Meloni e i suoi, eredi politici del fascismo, modifichino la Costituzione pezzo per pezzo. Non ci si deve lasciare mitridatizzare al veleno dell’autocrazia, alla concentrazione dei pieni poteri nelle mani di una sola persona: è già accaduto una volta e il Paese è precipitato in una dittatura che lo ha condotto ad una guerra distruttiva e rovinosa. Per questo, il voto deve essere NO.

da “il Quotidiano del Sud” del 26 gennaio 2026
foto:https://istorecofc.it/giustizia-fascista

Pnrr, il disastro della spesa e il richiamo della Corte dei conti.-di Filippo Veltri

Pnrr, il disastro della spesa e il richiamo della Corte dei conti.-di Filippo Veltri

La Sezione autonomie della Corte dei conti ha approvato il referto sullo stato di attuazione del PNRR negli enti territoriali aggiornato al 28 agosto 2025, analizzando gli aspetti legati alla gestione finanziaria, all’evoluzione della spesa e alla rendicontazione dei progetti, sulla base dei dati presenti nella piattaforma e dei risultati dei controlli effettuati dalle Sezioni regionali della Corte, che hanno diretta cognizione delle realizzazioni sul territorio.

Se ne sta parlando da giorni in verità, su giornali, in dibattiti ma dai Governi – nazionali e regionali – tutto tace. Sembra che tutto vada per il meglio!

Il comparto dei Comuni conferma il primato sia per numerosità di progetti (63.530 sui 96.082 finanziati, anche solo in parte, con risorse PNRR), sia per volumi finanziari (24,5 miliardi su 47,5 totali). Nel Mezzogiorno viene sempre superata la soglia del 40%, ma nel Nord Ovest si apprezza la maggior concentrazione di risorse.

Ma diventa un vero e proprio caso che rischia di vedere vanificati gli sforzi progettuali di molti enti il giudizio espresso dalla nostra Sezione regionale di controllo della Corte dei conti per la Calabria. Bocciatura senza appello per il modo in cui è stato portato avanti il programma di finanziamenti.

«Tra gli aspetti critici relativi allo stato di attuazione dei progetti – è scritto nella verifica – la Sezione regionale di controllo segnala l’inefficiente utilizzo delle risorse Pnrr, il disallineamento tra i dati Regis e le risultanze contabili, ed infine ritardi e mancata alimentazione della piattaforma Regis, con il conseguente inserimento di informazioni inattendibili».

Nell’ambito dei controlli relativi al giudizio di parificazione del rendiconto della Regione Calabria – si legge ancora nel documento – è stato rilevato un potenziale rischio di sovrapposizione tra le diverse fonti di finanziamento del Servizio idrico integrato. Non risultano, tuttavia, strumenti integrati di monitoraggio e tracciabilità delle fonti, né un presidio metodologico volto – questo il giudizio della magistratura contabile – a prevenire e verificare il rischio di doppio finanziamento, come previsto dalla normativa.

Migliaia di progetti sono ancora fermi al palo e la quota dei pagamenti, appena il 17%, è la più bassa d’Italia. I Comuni sono in crisi, avanzano solo i grandi soggetti attuatori. I fondi non spesi dovranno essere restituiti e i numeri di oggi dicono che sono a rischio 7 miliardi di euro. C’è l’obbligo di spesa ed il principio è chiaro: i finanziamenti ottenuti devono essere impiegati secondo i progetti approvati e se gli enti non raggiungono gli obiettivi stabiliti le risorse non utilizzate dovranno essere restituite alla Commissione europea.

Il richiamo della Corte dei conti sullo stato di attuazione del Pnrr e sui ritardi accumulati in Calabria trova conferma nei dati pubblicati dalla piattaforma OpenPnrr di Openpolis aggiornati al 14 ottobre 2025.

In generale e in termini di avanzamento finanziario globale in Italia, è stato impegnato il 59,2% dei 60,8 miliardi di risorse complessive necessarie a realizzare gli interventi, con pagamenti di poco inferiori al 30% del costo totale, che salgono a quasi il 32% (oltre 15 miliardi) se si considerano le sole risorse PNRR (47,5 miliardi). Emerge che circa un terzo dei progetti finanziati con fondi PNRR (19,3 miliardi su un totale di 58,6) risulta realizzato.

I dati presi in esame confermano un avanzamento meno rapido (30,1%) dei progetti legati all’attuazione di lavori pubblici, che assorbono la quota maggiore di risorse (circa 40 miliardi, pari al 68%). Il livello di utilizzo per la concessione di contributi è del 41%, quello per l’acquisto di beni è pari al 44,9%.

Le realizzazioni, specifica la magistratura contabile, possono aver risentito dell’andamento dei trasferimenti dalle amministrazioni titolari e qualche preoccupazione legata ai tempi di completamento degli interventi emerge, infine, dal controllo effettuato dalle Sezioni regionali, pur in presenza di situazioni eterogenee.

Resta in conclusione di un complessivo panorama a tinte grigie il fosco – assai fosco – dato calabrese a sei mesi dalla scadenza, con Comuni virtuosi che hanno lavorato e bene (Cosenza è uno di questi e ne va dato atto pubblicamente all’Amministrazione guidata da Franz Caruso) ma il resto della truppa indietro.

Resta valida dunque la proposta della sindaca di Siderno, Mariateresa Fragomeni: perché rischiare di perdere fondi e risorse fondamentali per il futuro dei cittadini quando si potrebbero rimodulare e distribuire a chi ha dimostrato, in maniera netta e incontrovertibile, di avere capacità di progettazione e spesa?

È questo infatti l’interrogativo che si è posto Fragomeni, che è anche vicepresidente Anci Calabria, che ha portato nelle scorse ore a scrivere direttamente a Tommaso Foti, ministro per gli Affari Europei, il Pnrr e le politiche di coesione, per richiedere una diversa rimodulazione dei fondi a favore di quei Comuni che hanno rimostrato di sapere spendere, nei tempi e bene, le risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

da “il Quotidiano del Sud” del 24 gennaio 2026
foto: pagina fb di Mariateresa Fragomeni

Autonomia: l’ultimo blitz contro la sanità di tutti.-di Gianfranco Viesti

Autonomia: l’ultimo blitz contro la sanità di tutti.-di Gianfranco Viesti

Nonostante la sentenza della Corte costituzionale, le forza politiche di maggioranza non demordono dal perseguire l’autonomia regionale differenziata, cioè la secessione dei ricchi. Un progetto che renderebbe l’Italia un paese arlecchino, con la nascita di regioni-Stato (secessione) e che accrescerebbe le sue disuguaglianze interne (dei ricchi). Il breve intervento in Parlamento di Calderoli lo scorso 12 novembre lo mostra limpidamente.

Non mutano le tattiche utilizzate: azioni il più nascoste possibili agli occhi dell’opinione pubblica, ruolo centrale di istituzioni tecniche, marginalizzazione del Parlamento, retoriche comunicative che sollevano ampie cortine di fumo. Nell’ambito del progetto d’insieme, invece, sembrano mutare un po’ gli obiettivi prioritari.

Ora ne appaiono due in particolare: la definizione dei Lep anche per le funzioni già svolte dalle Regioni in modo da giustificare le disparità esistenti; la concentrazione delle richieste sulla sanità (forse da sempre il vero potere da conquistare). La sentenza della Corte e la scadenza di uno dei traguardi da rendicontare per il Pnrr impongono di definire i Lep (cioè i “livelli essenziali delle prestazioni”).

Questione centrale sin dalla riforma costituzionale del 2001: Lep significa definire quali sono i diritti, precisamente misurabili, da garantire a tutti gli Italiani ovunque vivano. Questione colpevolmente ignorata per un quarto di secolo dall’intero schieramento politico. Ora il punto è tecnicamente assai complesso ma politicamente chiaro.

Se fisso livelli ragionevoli dei diritti e quindi dei servizi pubblici necessari per soddisfarli, scopro che principalmente al Sud essi non sono garantiti. Dovrei quindi stanziare nuove risorse di riequilibrio. Anche se non lo faccio, scopro il fianco a richieste, per il futuro, costituzionalmente fondate. Quindi, l’idea geniale del ministro Calderoli e dei tanti tecnici interessati che si prodigano per aiutarlo: stabiliamo che i Lep corrispondono all’attuale livello dei servizi.

Ma questo livello è palesemente diverso da regione a regione, da città a città! E allora troviamo un escamotage: la commissione Cassese (con il contributo di diversi “esperti” anche meridionali) suggeriva di tirare in ballo il costo della vita; se sosteniamo che vivere al Sud costa meno, possiamo pagare meno i dipendenti pubblici: quindi ci facciamo bastare le attuali risorse. Con la legge di Bilancio, nella quale sono state incongruamente inserite disposizioni sui Lep, si batte un’altra strada: i servizi da garantire sono quelli che sono oggi forniti agli “effettivi beneficiari”. Dove non ci sono, vuol dire che non servono.

“A volte ritornano”: già ai tempi del governo Renzi fu stabilito che, se in una città come Reggio Calabria non c’erano asili nido, significava che il fabbisogno era zero: le donne calabresi potevano tranquillamente stare a casa a badare ai figli e a cucinare. Quali che siano i parametri, la Commissione Tecnica per i Fabbisogni Standard, ora presieduta da una docente già consulente di Zaia proprio per la secessione dei ricchi, è pronta a trasformarli in numeri e in fabbisogni finanziari.

Veniamo alla sanità. Il governo sostiene che i Lep ci sono già. Corrispondono ai Lea (i “livelli essenziali di assistenza”), che esistono da tempo. Peccato che in molte regioni, non solo al Sud, non siano garantiti: per cui, ad esempio, si muore di più di tumore perché non si fanno sufficienti screening. E peccato che da sempre non esista alcuno strumento finanziario che possa, destinando risorse aggiuntive mirate, consentire di raggiungerli. Sono teoria, non concreti diritti.

Ma figurarsi se il governo Meloni può essere interessato a meccanismi perequativi per la sanità pubblica (d’altronde non interessavano neanche ai governi precedenti). Ma ora c’è molto di più: la destra italiana sta dando l’assalto finale al Servizio Sanitario Nazionale (Ssn), come si vede, da ultimo, dalle decisioni prese in Lombardia, commentate da Vittorio Agnoletto su queste colonne. Per salvare il Ssn occorrerebbe ricostruire una cornice normativa nazionale di fondo, proprio per evitare quanto sta succedendo.

Invece, per affossarlo definitivamente basta mettere ogni potere, ancor più di quello di oggi, in mano alle Giunte regionali. Così il privato interno ed esterno ai servizi sanitari, e i colossali interessi economici che esso muove, potranno prosperare a danno della sanità pubblica senza più alcun limite. E si riuscirà finalmente a ricreare una sanità di classe: dove i più abbienti saranno coperti e i fastidiosi poveri si arrangeranno rinunciando alle cure.

Per questo la secessione è dei ricchi: perché l’autonomia regionale differenziata è un potentissimo strumento aggiuntivo per scardinare, senza che i cittadini se ne accorgano troppo, l’universalismo dei servizi pubblici proclamato dalla Costituzione.

da “il Fatto Quotidiano” del 20 novembre 2025

Autonomia, quei testi fotocopia tra regioni in barba alla Consulta.-di Francesco Pallante

Autonomia, quei testi fotocopia tra regioni in barba alla Consulta.-di Francesco Pallante

Accingendomi a studiare il contenuto delle pre-intese sull’autonomia differenziata firmate dal ministro Calderoli con le regioni Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria ho commesso un errore d’ingenuità.

Stampati i documenti, li ho collocati l’uno a fianco all’altro sulla scrivania, in modo da cogliere somiglianze e differenze tramite una lettura trasversale. All’inizio ho proceduto attentamente, svoltando le pagine in parallelo e avendo cura di ricollocarle nel corrispondente plico regionale. Dopodiché, ho ricevuto una telefonata e mi sono distratto. Risultato: alcune pagine relative al Veneto sono finite nel plico ligure, altre nel plico lombardo, altre ancora in quello piemontese; e così per le altre regioni.

Sulle prime, la cosa mi ha provocato un’infastidita agitazione, cui ho cercato di porre rimedio riordinando i plichi. Finché mi sono reso conto dell’errore d’ingenuità: a dispetto della giurisprudenza costituzionale, che pretende la riconducibilità di ciascun accordo alle specificità delle regioni richiedenti l’incremento delle competenze (sentenza 192/2024), le quattro pre-intese sono tra di loro in tutto e per tutto identiche. Inutile agitarsi. Inutile ricomporre i plichi. Inutile persino studiare i quattro documenti: è sufficiente leggerne uno e sostituire, all’occorrenza, il nome di una regione all’altra.

Eppure, sul punto, la Corte costituzionale è stata chiarissima, sancendo che ogni richiesta «va giustificata e motivata con precipuo riferimento alle caratteristiche della funzione e al contesto (sociale, amministrativo, geografico, economico, demografico, finanziario, geopolitico ed altro) in cui avviene la devoluzione, in modo da evidenziare i vantaggi della soluzione prescelta».

Ulteriormente precisando che, a tal fine, l’intesa deve «essere precedute da un’istruttoria approfondita, suffragata da analisi basate su metodologie condivise, trasparenti e possibilmente validate dal punto di vista scientifico».

Ed ecco l’istruttoria approfondita e scientificamente validata dalla combriccola di astuti firmatari le pre-intese: «Il governo e la regione convengono che l’attribuzione [delle ulteriori competenze] corrisponde a specificità proprie della Regione richiedente e immediatamente funzionali alla sua crescita e sviluppo». Se lo dicono da soli, in una riga, e pazienza se le specificità sono così poco specifiche da risultare identiche: uno sberleffo bello e buono all’indirizzo della Corte costituzionale.

Ulteriori criticità emergono dalla lettura delle nuove competenze regionali in materia di protezione civile, professioni, previdenza complementare e integrativa, sanità. In proposito, la già ricordata pronuncia della Corte costituzionale ha stabilito che «la devoluzione non può riferirsi a materie o ad ambiti di materie, ma a specifiche funzioni»: mentre le pre-intese dichiaratamente investono l’intera materia sia nel caso delle professioni non ordinistiche («sono attribuite alla regione funzioni normative e amministrative volte a disciplinare professioni di rilievo regionale»), sia nel caso della previdenza complementare e integrativa («la regione disciplina il funzionamento delle forme di previdenza complementare e integrativa ad ambito regionale»).

Ne segue, nel primo caso, il potere di stabilire i requisiti di abilitazione all’esercizio della professione, di verificarne il possesso (anche attraverso prove di lingua italiana), di istituire corsi di formazione, di riconoscere qualifiche professionali pregresse, di organizzare tirocini; nel secondo caso, di differenziare le pensioni del personale non solo regionale, ma anche degli enti locali e del Sistema (sic) sanitario regionale.

Quanto alla protezione civile, lo scopo, in caso di calamità, è che il presidente regionale, nominato commissario straordinario, possa agire in deroga alla normativa statale. In preparazione, la regione procede al reclutamento del personale (anche a tempo determinato con procedure d’urgenza) e alla sua formazione (individuando enti erogatori, docenti e percorsi formativi), con possibilità di prevedere integrazioni contrattuali e di occuparsi dell’immatricolazione dei veicoli e del rilascio delle patenti di guida. Inevitabilmente, il coordinamento inter-regionale si farà più complicato.

E poi c’è la sanità, oggetto di una pre-intesa separata. Qui le richieste delle regioni sono dirompenti al punto da scardinare il Servizio sanitario nazionale. Alle regioni interessa acquisire la facoltà di ridefinire l’organizzazione interna delle Asl e degli enti sanitari, di gestire in autonomia le risorse loro attribuite, di prevedere fondi sanitari integrativi in deroga alla normativa vigente, di stabilire il sistema di remunerazione delle prestazioni erogate e di compartecipazione degli assistiti, di programmare gli investimenti in edilizia e strumentazione sanitarie. Proprio là dove più forte è l’esigenza di uguaglianza, il governo spinge, insomma, a fondo il pedale della disuguaglianza.

Forse, il vero errore d’ingenuità è rifiutare di vedere l’emergenza democratica derivante da una destra che opera oramai apertamente contro l’ordinamento costituzionale.

da “il Manifesto” del 4 dicembre 2025

La legge elettorale pietra angolare della politica.-di Enzo Paolini

La legge elettorale pietra angolare della politica.-di Enzo Paolini

C’è un fatto nuovo in relazione al dibattito sulla legge elettorale.
La Corte di Cassazione ha fissato per il prossimo 5 febbraio l’udienza pubblica per la discussione della questione di costituzionalità della vigente legge. Un ottimo risultato per l’avv. Enzo Paolini che ha già ottenuto – insieme all’indimenticato sen. Felice Besostri – le sentenze dichiarative della incostituzionalità del Porcellum (sentenza 1/2014) e dell’Italicum (sentenza 35/2017).

D – Come si inserisce questa udienza sulla accelerazione impressa in questi giorni al dibattito sulla modifica della legge elettorale?
R – Rimangono due percorsi distinti dal momento che è da escludere un accordo sulla legge elettorale in breve tempo. E ciò perché i capifazione (non i partiti che non esistono più e nemmeno i leader politici) non si metteranno d’accordo sulla formula.
Come ormai è spudoratamente chiaro, l’interesse è rivolto alla individuazione dei meccanismi più utili per avere più seggi rispetto agli altri; soglie di sbarramento, premi di maggioranza o di maggiore minoranza, insomma le formule più astruse pur di arrivare a comandare senza voti.
Il fatto è che si guarda più alle prossime elezioni ed alla singola provvisoria convenienza che alla tenuta democratica dello Stato.
Tra l’altro una buona norma non scritta prevederebbe che le leggi elettorali non si cambiano a ridosso delle elezioni. Ed il motivo è ovviamente intuibile da tutti. Ma la classe dirigente che siede in Parlamento è indifferente a queste basilari regole. E’ il senso dello Stato che manca, purtroppo.

D – Qual’è la critica più forte che Lei rivolge alla attuale legge elettorale.
R – Nella legge attuale v’è l’enfatica premessa che il voto è “diretto ed eguale, libero e segreto”, ma poi contraddice clamorosamente questi principi nella successiva specifica normativa destinata a regolare gli effetti del voto.
In realtà, il voto è tutt’altro che “diretto, eguale e libero”, giacché, anche se l’elettore si limita a votare il solo candidato uninominale, il suo voto va obbligatoriamente alla collegata lista (o coalizione) plurinominale, con la conseguente automatica attribuzione del suo voto a candidati che magari non ha intenzione di votare e che potrebbero addirittura risultargli non graditi.
Al contrario, se un elettore vota la lista plurinominale e intende votare solo questa, tale scelta gli è impedita perché il suo voto si trasferisce automaticamente al candidato scelto per il collegio uninominale.
Gli effetti perversi di questo meccanismo assumono caratteristiche addirittura paradossali nel caso in cui il candidato uninominale sia collegato con una pluralità di liste.
In questo caso, infatti, il voto dato al solo candidato uninominale si trasferisce pro quota alle liste collegate, in proporzione alla quantità dei voti che ciascuna di tali liste ha di per sé già ottenuto; di conseguenza, la misura in cui il voto uninominale incrementa le liste collegate dipende dal voto di elettori di altre liste.
Tale meccanismo è assolutamente estraneo alla volontà dell’elettore ed il suo voto cessa di essere “diretto e libero”, come retoricamente fissato nell’incipit della normativa.
In siffatta situazione il voto del cittadino diviene non solo “indiretto” ma addirittura “eterodiretto”, e quindi cessa anche di essere “personale” perché la destinazione ulteriore del voto non viene decisa dal votante, ma da altri elettori che decidono verso dove ed in che misura, quel voto verrà effettivamente indirizzato.

D – Quale sarebbe per Lei e, per i motivi anzidetti, la migliore legge elettorale?
R – Oggi dico convintamente il proporzionale con le preferenze. Le elezioni sono fatte per tradurre in “seggi parlamentari” le diverse componenti della società civile che compongono uno Stato. Devono essere la fotografia del Paese e non un mezzo per stabilire chi comanda.
Le alleanze politiche, la costruzione delle maggioranze che sostengono i governi devono comporsi in Parlamento, mediante il confronto e la discussione tra le forze politiche espressione proporzionale delle diverse anime popolari, quelli che si chiamavano partiti.

D – Ma così non è a rischio la governabilità?
R – Assolutamente no. Anzi al contrario, la storia recente lo dimostra, maggioranze artificiose e forzate costruite sul concetto di governabilità si scompongono e ricompongono senza alcun rispetto della volontà dell’elettore.
D’altra parte la parola “governabilità” nella Costituzione non c’è. Ed il motivo è semplice: i cittadini vogliono essere governati non “governabili”. Ed il governo è un duro lavoro di discussione, di dialogo, di confronto e di alleanze composte, dopo le elezioni, tra diversi nell’interesse della comunità. Si chiama politica.

D – Ma allora perché i padri costituenti non hanno indicato già in Costituzione una legge elettorale in senso proporzionale?
R – Semplicemente perché si dava per scontato che era – ed è – l’unico sistema rispettoso del diritto di tutti ad essere rappresentati nelle Istituzioni in modo libero, diretto ed uguale. Dobbiamo considerare che la assemblea costituente aveva ancora il ricordo della legge Acerbo che, nel 1924, consentì a Mussolini di controllare il Parlamento e che nel dopoguerra una legge proposta addirittura da De Gasperi fu definita “legge truffa” perché prevedeva un premio di maggioranza del 65% dei seggi, a chi avesse conseguito più del 50% dei voti. Insomma il ricorso a maggioranze virtuali era percepito – così come è – un imbroglio a danno dei cittadini ed a vantaggio solo di chi ricerca il potere e non il consenso. Giustissimo.

D – Il cosiddetto “campo largo” sembra essere rilanciato dalle elezioni regionali. Questo la fa ben sperare?
R – No. Per due motivi. Il primo è che la sinistra liberale non esiste più. E’ nascosta, forse annegata nel 60% che non va più a votare ed in questo contesto in cui viene cancellata sia la rappresentatività che la partecipazione vincono le nomenclature, di destra e di sinistra, non i cittadini. La questione che ci dobbiamo porre ce l’ha cantata Gaber quaranta anni fa: libertà è partecipazione. Noi non siamo liberi.
E poi, come è stato detto anche da altri autorevoli osservatori ai vertici del centrosinistra, o campo largo per usare termini suggestivi che ormai non dicono niente a nessuno, si deve rimproverare il mancato mantenimento della promessa di un vero processo di riforma dei partiti, soggetti questi si, previsti nella Costituzione. Il punto è che – come percepiamo tutti, e come dimostra l’astensionismo – la nomenclatura del centrosinistra è molto spesso, specie negli ambiti locali, letteralmente repulsiva, cioè respinge chi si propone di dare una mano, di impegnarsi.

D – Dunque ritornando alla Cassazione lei pensa che questa giudiziaria sia l’unica strada per riformare il sistema?
R – Anche qui devo rispondere di no. Ho imparato da Felice Besostri a non arrendermi dinanzi alla palese iniquità di leggi elettorali fatte solo per falsare la rappresentanza istituzionale. Ma questa irrinunciabilità ad accettare il tirare a campare, non significa altro che la consapevolezza che l’unica riforma necessaria è quella di ritornare a far vivere nella nostra comunità il primato della politica, quella contagiosa che partendo da un pensiero riesce a cambiare le cose ed il corso degli eventi. Ma questo non dipende dalle Corti o dai Ministri più o meno legittimati. Dipende da noi.

da “il Quotidiano del Sud” del 3 dicembre 2025
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Il crollo della Lega offre una nuova chance al Mezzogiorno.-di Tonino Perna

Il crollo della Lega offre una nuova chance al Mezzogiorno.-di Tonino Perna

La vera novità in queste elezioni regionali è il crollo di consensi per la Lega di Salvini. Il progetto di uscire dalle regioni del Nord per proiettarsi a livello nazionale, sostituendo Lega Nord con Salvini, dopo un rapido successo è fallito. La Lega di Salvini ritorna alle sue radici che nel frattempo si stanno consumando a vantaggio di Fratelli d’Italia. C’è il rischio concreto di perdere la leadership della Lombardia e lo stesso segretario della Lega rischia di essere sostituito.

Certo, a livello parlamentare la Lega è ancora fondamentale per la tenuta del governo Meloni, ma la sua netta perdita di consensi la indebolisce. Il che significa che i due cavalli di battaglia, il Ponte sullo Stretto e l’autonomia differenziata, perdono di slancio. Per l’autonomia differenziata si rafforza la resistenza di Forza Italia che proprio nel Mezzogiorno ha i maggiori consensi elettorali.

Per il Ponte sullo Stretto, obiettivo condiviso da tutta la maggioranza, si apre una fase di incertezza in quanto il suo maggiore sostenitore, che di fatto si è intestato questo fantomatico progetto, si è indebolito e gli alleati di governo potrebbero far valere le ragioni di bilancio, ritardando i finanziamenti per questa mega opera con impatto ambientale devastante.

Per il Mezzogiorno si apre una nuova prospettiva, se ci saranno le forze politiche in grado di cogliere questa occasione. Se viene messo in discussione il Ponte sullo Stretto, con cui il governo di destra-centro pensava di esaurire l’intervento nel Mezzogiorno, si può pensare di spalmare i 16 miliardi previsti su progetti infrastrutturali necessari: dalla famigerata SS 106 alla elettrificazione del tratto ferroviario Reggio-Taranto, ai tanti collegamenti ferroviari che sono ultra necessari in Sicilia e Sardegna, senza dimenticare le strutture sanitarie e scolastiche che sono carenti o degradate in tutto il Mezzogiorno, ed i servizi pubblici essenziali nelle aree interne.

C’è poi un fatto che è stato finora ignorato. La Trumpeconomics apre dei nuovi scenari. Le aree più produttive del nostro Paese stanno andando in crisi, con una riduzione dell’export ed un aumento dell’import, soprattutto dalla Cina che sta puntando per sostituire in parte il mercato Usa per via dei dazi sempre più pesanti. L’export dal Mezzogiorno nel 2024, pur essendo in crescita, rappresenta appena il 13 per cento del totale nazionale, a fronte di una popolazione residente pari al 32 per cento.

Anche i flussi turistici dall’estero, dove l’Italia si colloca al quinto posto nel mondo, nel Mezzogiorno si arriva al 19 per cento del totale nazionale, con una crescita notevole in questi ultimi anni: era del 12 per cento nel 2018. Solo nel 2024 c’è stato un aumento del turismo straniero del 15 per cento, contro poco più del 4 per cento nel Centro-Nord.

In sintesi, il Nord ed una parte importante del Centro-Italia sono arrivati al capolinea, sia rispetto ai flussi turistici che alla crescita industriale, con danni e problemi territoriali crescenti (overturismo, inquinamento, cementificazione, ecc.). Si aprono pertanto due opportunità: far crescere l’export del Mezzogiorno e puntare su un aumento della domanda interna.

Il che significa anche aumento dei salari e stipendi, almeno per recuperare la grave perdita del potere d’acquisto per la gran parte dei lavoratori che si è determinata in questo secolo.

Rispetto a questo scenario ci vorrebbe un nuovo progetto e una nuova visione dell’Italia che metta al centro le potenzialità del Mezzogiorno senza ripetere gli errori del passato, rispettando la storia e la qualità dei territori.

Le forze politiche di opposizione al governo Meloni invece di inseguire il primo ministro, dovrebbero pensare ad elaborare, con l’ausilio di tanti soggetti pubblici e privati, un piano per il futuro del Mezzogiorno all’interno di una visione del nostro Paese adeguata ai tempi che cambiano.

da “il Quotidiano del Sud”

Cosenza. Cementificazione di Corso Umberto: non è finita.-di Coordinamento ‘Diritto alla città’

Cosenza. Cementificazione di Corso Umberto: non è finita.-di Coordinamento ‘Diritto alla città’

Lo diciamo noi del Coordinamento Diritto alla Città, lo dicono tutti quelli che da anni stanno combattendo contro lo stravolgimento urbanistico del quartiere Riforma-Rivocati, contro chi con arroganza ed egoismo pensa solo agli interessi privati, contro chi – infischiandosene della dovuta trasparenza amministrativa – scavalca procedure giuridiche e democratiche, vincoli della Soprintendenza, regole di buonsenso economico e politico.

Oggi però lo dice pure il TAR della Calabria.

La nostra richiesta di accesso agli atti relativi alla costruzione del nuovo mostro edilizio su Corso Umberto ci è stata inizialmente negata dal Comune di Cosenza su opposizione della ditta costruttrice, ma noi non ci siamo fermati e abbiamo presentato ricorso al TAR che, con sentenza n. 01782/2024 REG.RIC. pubblicata il 9 ottobre 2025, ci dà ragione perché: “nel caso di specie, l’opposizione della società controinteressata all’accesso appare del tutto generica («poiché coperta da riservatezza e non suscettibile di divulgazione»), sicché deve escludersi che sia configurato uno dei limiti all’accesso civico generalizzato contemplati dalla legge “ e conclude che “il ricorso deve pertanto trovare accoglimento, con annullamento del diniego impugnato e disponendo che il Comune di Cosenza garantisca l’accesso ai documenti richiesti nel termine di giorni 10 dalla comunicazione o dalla notificazione della presente sentenza”.

C’è di più, infatti il TAR “condanna il Comune di Cosenza, in persona del Sindaco in carica, e Via Rivocati S.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore, alle spese e competenze di lite, che liquida nella misura di € 2.000,00, oltre al rimborso del contributo unificato e delle spese generali nella misura del 15%, nonché oltre a IVA e CPA come per legge”.

Siamo molto soddisfatti perché con questa sentenza:
1. viene svelata l’ignavia delle amministrazioni municipali di Occhiuto e Caruso che hanno, oggettivamente, favorito interessi privati e speculazioni, manipolato il dibattito pubblico, negato, procrastinato e infine, dopo il nostro ricorso, solo parzialmente concesso la visione degli atti amministrativi, bocciato qualsiasi proposta avanzata dal nostro Coordinamento ‘Diritto alla città’, sottovalutato e marginalizzato le proteste dei cittadini;

2. viene posto un limite allo strapotere di ditte private il cui scopo non è rendere bello il quartiere o fornire servizi ai suoi abitanti, ma solo quello di speculare e arricchirsi ai danni della comunità in tutti i modi possibili anche aggirando norme e vincoli posti dalla Soprintendenza;

3. per una volta si dimostra che a tutto c’è un limite e che l’azione persistente della comunità e della società civile può aiutare a sconfiggere l’ideologia del costruire tanto per costruire, del consumare inutilmente suolo, spazi, energie e risorse attraverso la trasformazione cieca e continua del paesaggio cittadino, e a scandagliare i passaggi più contorti di questa corsa verso il delirio urbano.

Ribadiamo il nostro impegno a vigilare affinché qualsiasi intervento edilizio rispetti i principi di sostenibilità, legalità e rispetto per gli interessi collettivi, e ringraziamo tutte le persone che hanno sostenuto la nostra lotta per un quartiere più giusto e vivibile.
Invitiamo la cittadinanza a partecipare attivamente al processo di difesa della città e del territorio e a rimanere aggiornati sulle prossime iniziative del nostro Coordinamento.

Coordinamento Diritto alla Città

Appello per Tridico Presidente della Regione Calabria

Appello per Tridico Presidente della Regione Calabria

Ci sono più ragioni per ritenere che l’elezione di Pasquale Tridico a Presidente della Regione Calabria possa segnare una svolta concreta nella storia della Calabria e del Sud.

Tridico è un docente universitario, un valente economista, con esperienze di ricerca e insegnamento in diversi paesi d’Europa e negli Stati Uniti, con varie esperienze manageriali, che ha diretto con successo, tra il 2019 e il 2022, il più importante istituto del welfare italiano: l’INPS.

Per la prima volta, la Regione Calabria può esser guidata da uno studioso con una così vasta esperienza e un così prestigioso profilo intellettuale. Per la prima volta, a svolgere il ruolo di Presidente può esser chiamato un uomo che non viene dal mondo dei partiti locali, dall’ambiente degradato dei vecchi potentati calabresi, delle clientele fameliche da soddisfare in danno di un progetto generale di riscatto generale.

Tridico è calabrese, figlio della sua terra. Ha lasciato la Calabria per gli studi universitari e per portare avanti una brillante carriera intellettuale e professionale. Ma non ha mai reciso le sue radici, non ha mai abbandonato il suo luogo d’origine. Tant’è che oggi, parlamentare europeo, mentre ricopriva importanti incarichi a Bruxelles, torna in Calabria per misurarsi in questa cruciale sfida politica.

Torna in Calabria, per realizzare un programma che faccia uscire la regione soprattutto dalla sua profonda sfiducia, dalla rassegnazione con cui i calabresi vivono da anni la vita pubblica, dominata da un ceto politico affaristico e senza visione.

Tridico è un profondo conoscitore dei processi che generano e riproducono le disuguaglianze sociali e territoriali, non appartiene alla nefasta famiglia degli economisti neoliberisti che fingono di credere nelle capacità salvifiche del mercato autoregolato. Può quindi essere la persona con il profilo e la credibilità giusti per chiamare a raccolta le migliori capacità e le più promettenti pratiche sociali locali per ideare e mettere in atto una politica di sostegno ai poveri e ai ceti più deboli e vulnerabili, condizione indispensabile per ridare fiducia e speranze a vasti strati di calabresi abbandonati e rassegnati al peggio.

Cambiare è possibile.

Un leader prestigioso come Tridico può contribuire a riattivare la propensione all’impegno e all’azione collettiva, può incoraggiare la voce e la mobilitazione dal basso, può dare rappresentanza ai territori abbandonati e marginalizzati dalle politiche pubbliche, in particolare quelli interni di collina e montagna, può dare visibilità al formicolio sociale che, sebbene in modo puntiforme, è diffusamente presente nell’intera regione.

Tridico può quindi essere il Presidente del riscatto, colui attorno al quale rilanciare la partecipazione democratica dei cittadini, costruire nuove progettualità con le realtà associative seriamente impegnate nel welfare, nell’ambiente, nella tutela dei diritti, nella tutela dei paesaggi e nella salvaguardia del Patrimonio culturale ponendo fine al dissennato consumo di suolo ed alla speculazione edilizia rurale ed urbana.

Un Presidente che capace di formare una squadra di amministratori capaci e cristallini, che realizzi un piano di investimenti pubblici innovativi, credibile e immediatamente attuabile, per lo sviluppo economico e sociale e per l’efficace contrasto alle disuguaglianze, alle discriminazioni, alle povertà della regione Calabria.

La Calabria non potrebbe avere oggi un candidato Presidente più giusto e più capace, per esperienza e relazioni nazionali e internazionali, di Pasquale Tridico.

Piero Bevilacqua, Maurizio Acerbo, Franco Arminio, Filippo Barbera, Elena Basile, Francesco Benigno, Federico Butera, Luciano Canfora, Carlo Felice Casula, Domenico Cersosimo, Laura Corradi, Giovanna De Sensi, Angelo D’Orsi, Stefano Fassina, Paolo Favilli, Luigi Ferrajoli, Roberto Finelli, Elena Gagliasso, Pino Ippolito Armino, Carmen Lasorella, Sabina Licursi, Paolo Maddalena, Laura Marchetti, Giacomo Marramao, Tomaso Montanari, Enrica Morlicchio, Rosanna Nisticò, Francesco Pallante, Marco Revelli, Mimmo Rizzuti, Battista Sangineto, Enzo Scandurra, Rocco Sciarrone, Salvatore Settis, Francesco Sylos Labini, Maria Adele Teti, Gianfranco Viesti.
Hanno aderito:
Vittorio Cappelli, Annarosa Macrì, Tonino Perna, Michele Santoro, Piero Schiavello, Mauro Francesco Minervino, Alfonso Gianni, Irene Berlingò, Monica Dall’Asta, Franco Cambi, Saverio Regasto, Francesco Cirillo, Vincenzo Albanese, Rita De Donato, Dora Ricca, Letterio Licordari, Antonio Macchione, Francesco Galatà, Guido Ortona, Francesco Zurlo, Sandro Meo, Claudio Rombolà, Paolo Napoli, Vanni Clodomiro, Alberto Ziparo, Piero Romeo, Giuseppe Candido, Delio Di Blasi,Lidia Gilberti, Antonio Nicotera, Franc Celano, Rosa Principe, Marta Petrusewicz, Consuelo Nava,Pino Greco,Loredana Nigri, Epifanio Spina, Marisa Fasanella,Giulia Cibrario, Mario Grisolia, Rocco Tassone, Renza Bertuzzi, Giuseppe Rossi, Anna Antonicelli, Michelina Paolini, Franco Trane, Gianluca Monturano,Romeo Salvatore Bufalo, Eugenio Passarelli, Gabriella Iannolo, Mario Maruca, Francesca Rennis, Michela Sassi, Massimo Zucconi,Loredana Barillaro, Alfredo Granata,Luca Cofone, Michele Cosentino, Carmine Bruno,Libero Sesti Osséo, Isabella Nicotera Angela Maida.

Per aderire all’appello: osservatoriodelsud@gmail.com

Uno sfregio al Castello di Roseto Capo Spulico.-di Battista Sangineto

Uno sfregio al Castello di Roseto Capo Spulico.-di Battista Sangineto

Proviamo a mettere insieme le immagini riguardanti la polemica che è scoppiata a proposito della variante della SS106 nei pressi del Castello di Roseto Capo Spulico. In allegato la foto (dall’alto) pubblicata dal Quotidiano del Sud del 20 agosto 2025 a corredo di uno scritto di Fabio Pugliese, direttore dell’associazione “Basta vittime sulla 106”.

Ancora in allegato la foto (da nord verso sud) scattata da Giovanni Manoccio il 13 luglio 2025 e, per ultima, la foto (da sud verso nord) apparsa su “il Fatto Quotidiano” insieme all’articolo di Marco Lillo (del 6 agosto 2025) che ha dato il via ad una polemica alimentata da un editoriale di Tomaso Montanari, sempre su “il Fatto” del 18 agosto 2025.

Lillo e Montanari ritengono che non sia stato per niente opportuno far passare la nuova variante della SS106 -con le relative gallerie, i raddoppi e gli allargamenti- così vicina al Castello da scompaginare il paesaggio nel quale il monumento fridericiano era incardinato da alcune centinaia di anni.

Come è evidente dalla foto di Manoccio, ma anche da quella de “il Fatto”, è davvero incredibile che si possa scrivere, come ha fatto Pugliese, che l’opera è “unanimemente considerata esemplare sotto il profilo ambientale e paesaggistico”. L’opera, che sta per essere portata a termine dalla stessa ditta che costruirà lo scempio del ponte sullo Stretto, è, invece, un altro sfregio irreparabile al paesaggio calabrese, un’ennesima ferita che, nonostante i pareri contrari dei ministeri dell’ambiente e della cultura (a proposito: siamo sicuri che non vi fossero resti archeologici in quel tratto?), si è ritenuto di poter infliggere ad una regione che è considerata ormai perduta, deturpata dal cemento armato, dal consumo del suolo e dalla speculazione edilizia.

Un milione e 375.504 abitazioni certificate dall’ultimo censimento dell’ISTAT (2023), un’enorme quantità di case per solo un milione e 855.454 abitanti molti dei quali, lo sappiamo, non sono davvero residenti in Calabria. Una regione che ha il 42,2% di abitazioni vuote: 580.819 a fronte di 794.685 case occupate in maniera più o meno permanente.

Secondo i dati ISTAT, nel 1982 la SAU (Superficie Agricola Utilizzata) ammontava a 721.775 ettari mentre nel 2023 era diminuita del 24,7% perché, solo in un quarantennio, sono stati consumati ben 178.522 ettari di suolo agricolo. In pochi decenni, dunque, è stato impermeabilizzato, cementificato ben l’11,7% dell’intera superficie di una regione che contiene -per una larghissima percentuale del suo territorio- valli impervie, alte colline e monti inedificabili.

Le classi dirigenti calabresi degli ultimi decenni sono state in grado di produrre, in modo disorganico, desultorio e inefficace solo una parvenza di sviluppo basato, quasi esclusivamente, sul cemento armato, sul consumo del suolo dalla battigia fino alla montagna a vantaggio di una speculazione priva di controlli, indirizzata alla rendita immobiliare e, in secondo luogo, volta a favorire un turismo rapace, veloce, superficiale e numericamente sovradimensionato, sia al mare sia in montagna. Classi dirigenti capaci di produrre solo un malfermo e stentato sviluppo senza alcun vero progresso.

Una regione di poveri, ha ragione Montanari, che elegge una classe dirigente inetta che non conta nulla a Roma e che non riesce a far rispettare i propri territori tanto che le grandi imprese se ne approfittano per costruire strade, autostrade, aeroporti, superstrade, sterminati impianti eolici o fotovoltaici, torri di estrazione di gas a poche decine di metri da siti archeologici straordinari, porti e ponti nelle forme, nelle dimensioni e nelle aree che vogliono senza avere una vera opposizione politica. Rimane solo una ferma contrarietà da parte di associazioni e di comitati di cittadini che si sono battuti e continuano a battersi in tutte le occasioni, compresa quella di cui stiamo scrivendo, e che qualche volta, come nel caso del vincolo paesaggistico di Cosenza, riescono persino a vincere.

La sconfitta dei cittadini di Roseto e della costa jonica settentrionale che, negli ultimi decenni, si erano opposti al tracciato di quest’opera, suggerendone al contempo un altro che non è stato preso in considerazione, non può e non deve essere la fine della battaglia.
Possiamo, e dobbiamo, continuare ad opporci non solo agli scempi della nuova SS106, ma anche a tutti gli altri sfregi che si vogliono infliggere al corpo martoriato, ma ancora vivo, dei paesaggi della nostra sciagurata regione, se vogliamo avere un futuro vero, un futuro che non sia fatto di cemento armato. Contro la costruzione dell’inutile e orribile ponte sullo Stretto, in primis, e contro la cementificazione delle coste, delle montagne, dei paesi, delle città e delle campagne calabresi.

da “il Quotidiano del Sud” del 25 agosto 2025
Foto di Giovanni Manoccio

Le regioni sono le rughe d’Italia.-di Isaia Sales

Le regioni sono le rughe d’Italia.-di Isaia Sales

“Le rughe di una nazione sono altrettanto visibili di quelle di una persona”, scriveva Emil Cioran.

Paradossalmente, in Italia le rughe sono maggiormente evidenti nelle istituzioni più giovani, cioè le Regioni, che hanno acquisito una centralità nel dibattito politico che la loro giovane esistenza e il loro scarso rendimento non lasciavano presagire. L’Italia, infatti, non aveva nessuna tradizione regionale alle spalle.

Esistevano, prima del 1861, 7 Stati di diversa grandezza, ma nessuna Regione attuale è sorta sul perimetro di quegli Stati preunitari, o perché troppo grandi (come l’ex territorio borbonico, da cui sono state partorite ben 7 Regioni) o troppo piccoli, come i Ducati di Parma e di Modena. L’unico territorio preunitario che si è quasi interamente ritrovato nella dimensione regionale è quello toscano.

Se 7 erano gli Stati preunitari, le Regioni sono 20. Ben 11 hanno una popolazione inferiore a quella della sola città di Roma. Una dimensione così sbilanciata impedisce di per sé una funzione di seria programmazione territoriale.

A quale precedente, dunque, si dovette far ricorso per delineare i confini regionali? Addirittura, a una suddivisione utilizzata a fini statistici dal medico Pietro Maestri nel 1864, che a sua volta riprendeva i confini delle Regioni militari dell’antica Roma. Dopo la presa di Roma, si aggiunse il Lazio alle 14 Regioni già individuate, che all’epoca inglobava anche l’Umbria.

Durante i lavori della Costituente ne furono individuate altre tre ai confini dell’Italia: la Valle d’Aosta, il Trentino Alto-Adige e il Friuli Venezia-Giulia, e fu separata l’Umbria dal Lazio. E si arrivò a 19. Successivamente, nel 1963, fu apportata una modifica della Costituzione per scorporare il Molise dall’Abruzzo.

Come è stato possibile che istituzioni senza una storia alle spalle e senza un radicamento popolare siano diventate nel giro di qualche decennio così decisive nella politica italiana? È questo uno dei casi clamorosi in cui la maggiore visibilità di una istituzione non corrisponde minimamente alla sua utilità.

Guardiamo ai dati sulla divisione della spesa pubblica: 57 % Stato centrale, 30% Regioni, 8% Comuni, 2% province e aree metropolitane, 3% altro. Nel giro di pochi decenni le Regioni da “cenerentole” delle istituzioni si sono trasformate in luoghi di grande potere e risorse. La tradizione municipalista è stata letteralmente stravolta: Regioni ricche, Comuni poveri.

La cosa assurda è che la spesa regionale è quasi interamente trasferita dallo Stato, diversamente dai Comuni che debbono concorrere con le tasse sui servizi alla tenuta dei loro bilanci. I presidenti di Regione spendono senza doversi procurare le risorse che generosamente erogano. Attraverso questa assurda condizione di privilegio i “governatori” hanno assunto un ruolo centrale nella politica italiana e all’interno dei partiti.

Vediamo in concreto lo scarto tra aspettative e risultati. Partiamo dal superamento del distacco tra politica e cittadini che fu una delle motivazioni principali del regionalismo. Nel 1970 votò alle prime elezioni il 90% degli aventi diritto, negli ultimi anni la partecipazione si è ridotta a poco più del 50%, con picchi di astensionismo sotto il 40%. In Liguria nel 2024 ha votato il 45, 97% mentre in Basilicata meno del 50%. In Abruzzo il 52,2% e in Sardegna il 52,4%.

Partecipazione ancora più bassa si è registrata nel 2023 nel Lazio (il 37,20%) mentre nello stesso anno si sono recati a votare solo il 41,6% dei lombardi e il 48% dei molisani. Nel 2022 hanno votato per il nuovo presidente della Regione il 49% dei siciliani e nel 2021 il 44,33% dei calabresi. Nel 2014 in Emilia ha votato solo il 37,7% degli aventi diritto! Anche se all’interno di una costante caduta della partecipazione elettorale, si vota di più nelle elezioni politiche o in quelle comunali.

Passiamo alla sanità. Lo storico Silvio Lanaro in un suo libro (L’Italia nuova. Identità e sviluppo 1861-1988) ricordava che all’inizio degli anni Ottanta del Novecento la speranza di vita di chi risiedeva nel Nord era in media di quasi due anni inferiore rispetto a chi viveva al Sud. Attribuiva quella disparità alla “mortalità da progresso”, cioè al fatto che lo sviluppo industriale e lo stress da benessere causavano più tumori e infarti, mentre un ambiente più incontaminato e meno sfruttato industrialmente, come quello meridionale, consentiva quasi due anni di vita in più.

Oggi si è letteralmente capovolta la situazione, ma ancora nel 2001 non era affatto così: i calabresi, i lucani, i pugliesi, gli abruzzesi e i molisani vivevano di più della media nazionale, mentre in Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Friuli Venezia-Giulia e Lombardia la durata della vita era inferiore alla media nazionale.

Cos’è cambiato in così pochi decenni per giungere a un ribaltamento del genere? Si può ragionevolmente pensare che possa avere inciso il diverso funzionamento della sanità dopo il passaggio alle competenze regionali? Indubbiamente, anche se assieme ad altri fattori. La regionalizzazione della sanità ci ha resi e ci rende diversi di fronte alla vita e alla morte. La questione era stata posta in maniera forte già nel 2016 dall’allora presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Walter Ricciardi: “I fattori di rischio per la salute restano distribuiti in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale, la disponibilità e l’accesso ai servizi, invece, penalizzano i cittadini del Sud.

Un esempio tipico dello sbilanciamento dell’assistenza sono gli screening oncologici. Coprono la quasi totalità della popolazione in Lombardia ma appena il 30% dei residenti in Calabria”. Si spiegherebbe così “il capovolgimento dell’aspettativa di vita degli ultimi decenni, dopo che per oltre un quarantennio il Paese ha omogeneamente guadagnato in media 2 mesi di vita l’anno”.

Un’altra delle potenzialità tradite dalle Regioni riguarda lo sviluppo complessivo dell’economia italiana. Certo, annoveriamo 4 territori fra i primi 50 in Europa per reddito (Trentino-Alto Adige, Lombardia, Valle d’Aosta, Emilia) ma anche 4 Regioni tra le peggiori 50 (Puglia, Campania, Sicilia e Calabria). Nel 2000, però, l’Italia contava ben 10 Regioni classificate tra le prime, e nessuna Regione italiana compariva nella classifica delle 50 peggiori.

Anche in questo campo, le Regioni hanno la loro responsabilità per la forte incidenza sul debito pubblico e per la loro scarsa capacità di migliorare i fattori di competitività del sistema. Sta di fatto che le Regioni non sono servite al progresso del Sud, non sono state in grado di diminuire la distanza economica e nei servizi con le aree centro-settentrionali. Con la nascita delle Regioni nel 1970 il divario è aumentato.

Nate con l’ambizione di riformare lo Stato centrale e di promuovere una nuova classe dirigente, le Regioni si sono trasformate in uno di principali ostacoli al miglioramento delle funzioni pubbliche e stanno riproponendo una rifeudalizzazione della politica, ancora più accentuata nel Sud.

E mentre un tempo i politici regionali non vedevano l’ora di passare ad altri livelli, oggi è difficilissimo smuovere un presidente dal suo ruolo, anzi molti di essi vorrebbero restarci a vita. E anche se non hanno ottenuto il terzo mandato, provano con ogni mezzo a condizionare chi gli succederà.

da “il Fatto Quotidiano” del 13 agosto 2025

APPELLO PER LA SALVAGUARDIA E LA RIGENERAZIONE DEI PAESI.

APPELLO PER LA SALVAGUARDIA E LA RIGENERAZIONE DEI PAESI.

l 9 aprile scorso la Cabina di regia, istituita presso il Dipartimento per le politiche di coesione e per il Sud della Presidenza del Consiglio, ha approvato il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne. Lo ha fatto senza una reale partecipazione né consultazione dei territori.

Il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne dovrebbe guidare le misure atte ad affrontare i fenomeni dello spopolamento e dell’invecchiamento della popolazione, la rarefazione sociale e produttiva e le disuguaglianze nell’accesso ai servizi, cioè ai diritti fondamentali alla salute, all’istruzione, alla mobilità e così via. Ma nonostante gli obiettivi annunciati, il Governo si è limitato a recepire acriticamente e passivamente il contributo del CNEL che ha suddiviso le aree sulla base di “obiettivi demografici” e del CENSIS, che ha classificato le aree sulla base della struttura demografica, delle dinamiche economiche, delle infrastrutture e dei servizi essenziali presenti.

In questi studi, Comuni delle aree interne vengono suddivisi in quattro categorie, che nel Piano governativo si traducono in quattro tipologie di obiettivi:

– quelli dove si può auspicare un’inversione di tendenza relativamente alla popolazione;

– quelli in cui è ipotizzabile una ripresa delle nascite;

– quelli dove si può solo sperare in un contenimento della riduzione delle nascite, senza rassegnarsi allo scenario peggiore;

– e, infine, i comuni in cui si può puntare soltanto ad un “accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”.

A parte l’uso violento del termine “irreversibile”, ci si chiede come sia possibile misurare la condizione delle aree interne utilizzando gli stessi indicatori del modello che le ha marginalizzate, se si usano i parametri della crescita, della competitività, dell’attrattività ecc. Si salvano solo i territori che contribuiscono alla Grande Macchina del profitto?

Queste aree – dice il Piano – non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse: “Hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita”. In pratica un accompagnamento alla buona morte, un’eutanasia dei paesi. E ricordiamo che le ultime due categorie – quelle della proclamata condanna all’irreversibilità – comprendono comuni collocati quasi totalmente nel Sud della Penisola, dai monti Sibillini in giù, per tutta la fascia appenninica, fino alla Sicilia e alla Sardegna. In pratica, una cristallizzazione e un aggravamento delle disparità territoriali e, di conseguenza, delle disuguaglianze sociali.

Di fronte a questa analisi, assunta a strumento politico di governo, i Comuni delle aree interne, le loro comunità e le loro espressioni democratiche e civili non possono restare in silenzio. Noi intellettuali, studiose e studiosi delle aree interne, consci della funzione culturale e civile che ci è assegnata, lanciamo un appello alle istituzioni nazionali e regionali per una revisione del piano strategico per le aree interne e ci mettiamo a disposizione dei territori per una mobilitazione contro l’ipotesi governativa, per il riconoscimento del patrimonio territoriale presente nei piccoli comuni italiani, presidi di territori fragili, depositi di risorse, umanità e virtù civiche preziose anche per affrontare la crisi generale della società contemporanea. Proponiamo ai Comuni italiani di discutere e approvare nei rispettivi consigli comunali ordini del giorno che stigmatizzino le analisi e le previsioni del Piano nazionale e ribadiscano la necessità di una vera strategia di sostegno e di rilancio per le aree interne del Paese.

Per adesioni scrivere all’indirizzo , indicando nome, cognome, ente di afferenza, qualifica o professione.

1) Rossano Pazzagli, Università del Molise, direttore Scuola dei Piccoli Comuni

2) Ilaria Agostini, Università di Bologna, urbanista

3) Piero Bevilacqua, Università La Sapienza Roma, storico

4) Enzo Scandurra, Università La Sapienza Roma, urbanista

5) Vito Teti, Università della Calabria, antropologo e scrittore

6) Tomaso Montanari, Rettore Università per stranieri di Siena

7) Giuseppe Dematteis, Politecnico di Torino, presidente associazione Dislivelli

8) Antonella Tarpino, vicepresidente Fondazione Nuto Revelli

9) Marco Revelli, politologo

10) Angela Barbanente, Politecnico di Bari, urbanista

11) Ottavio Marzocca, Università di Bari, presidente Società dei Territorialisti/e

12) Franco Arminio, poeta

13) Tonino Perna, Università di Messina, economista

14) Giacomo Cazzato, sindaco di Triggiano Presidente aree interne Sud Salento (LE)

15) Domenico Cersosimo, Università della Calabria, economista

16) Pietro Clemente Università di Firenze, antropologo

17) Laura Marchetti, Università di Reggio Calabria, antropologa

18) Battista Sangineto, Università della Calabria, archeologo

19) Fulvio Librandi, Università della Calabria, antropologo

20) Vanni Attili, Università La Sapienza Roma, urbanista

21) Lidia Decandia, Università La Sapienza Roma, urbanista

22) Alberto Budoni, Università La Sapienza Roma, vicepres. Società dei Territorialisti/e

23) Elisa Veronesi, Université Côte-d’Azur-Nice, italianista

24) Barbara Pizzo, Università La Sapienza Roma, urbanista

25) Daniele Vannetiello, Università di Bologna, urbanista

26) Alberto Ziparo, Università di Firenze, urbanista

27) Pino Ippolito Armino, saggista

28) Ferruccio Rizzi, membro Terre Nostre, Salviamo il Paesaggio, Attac Italia

29) Roberto Budini Gattai, Università di Firenze, laboratorio politico perUnaltracittà

30) Giovanni Menchetti, agricoltore

31) Loretta Mussi, medico di sanità pubblica, esecutivo Comitati contro l’autonomia differenziata

32) Elisabetta Confaloni, filosofa

33) Jacques Anglade, ingegnere idraulico e carpentiere

34) Federico Butera, Politecnico di Milano, sociologo

35) Carmine Nardone, presidente Futuridea

36) Helen Ampt, traduttrice

37) Michele Rea, ingegnere

38) Leonardo Rombai, Università di Firenze, geografo

39) Giuseppe Saponaro, Pontificia Università Antonianum, filosofo

40) Paolo Favilli, Università di Genova, storico

41) Eugenio Conti, Università La Sapienza Roma, dottorando

42) Ornella De Zordo, Università di Firenze, laboratorio politico perUnaltracittà-Firenze

43) Franco Matteoni, ingegnere, pres. Associazione per lo sviluppo turistico di Torri, Sambuca Pistoiese

44) Daniel Bartement, Université Paul-Valéry Montpellier 3, geografo

45) Carlo Carbone, Università di Firenze, urbanista

46) Giacomo Sanavio, progettista strategie aree interne

47) Maria Gemma Urbani, Rete dei comitati per la difesa del territorio

48) Luca Muscarà, Università del Molise, storico della geografia

49) Marco Filippeschi, dir. ALI Autonomie locali italiane e Rete dei Comuni Sostenibili

50) Franco Cambi, Università degli Studi di Siena, archeologo

51) Rita Salvatore, Università di Teramo, sociologa rurale, pres. Slow food Abruzzo

52) Massimo Rovai, Università di Pisa, professore di Estimo e valutazione

53) Mirco Di Sandro, Università La Sapienza Roma, precario della ricerca

54) Marco Marchetti, Università La Sapienza Roma, chair Urban forestry & landscape

55) Elina Gugliuzzo, UniPegaso-Napoli, storica

56) Giuseppe Barbera, Università di Palermo, professore di Colture arboree

57) Marisa Meli, Università di Catania, Borghi più belli d’Italia in Sicilia

58) Vincenzo Carbone, Università Roma Tre, sociologo

59) Dianella Pez, Liceo scient. Cervignano del Friuli (UD), docente

60) Fausto Carmelo Nigrelli, Università di Catania, urbanista

61) Katia Ballacchino, Università degli Studi di Salerno, antropologa culturale

62) Paolo Coppari, Istituto Storico di Macerata, coord. Cantieri Mobili di Storia

63) Carmelo Antonuccio, Università di Catania, dottorando e architetto

64) Marco Bersani, operatore sociale, attivista e scrittore

65) Franco Gianasso, associazione Archivio 68 Sondrio

66) Rossella Rossi, agricoltrice, vicepres. Istituto Oikos, Milano

67) Danilo Cognigni, fotografo e studioso di semiotica visuale

68) Luca Barbarossa, Università di Catania, urbanista

69) Rosario Antonio Zammuto, resp. Risk in Cassa Di Previdenza CNPR

70) Alessandra Corrado, Università della Calabria, sociologa

71) Vito Martelliano, Università degli Studi di Catania, urbanista

72) Paolo Cifolelli, docente, pres. MirorAps (IS)

73) Gennaro Parlato, Università del Molise, informatico

74) Roberto Carluccio, veterinario, pres. ANPI Termoli, Rete della Sinistra-Termoli Bene Comune

75) Gigino D’Angelo, già Sindaco di Montefalcone nel Sannio (CB)

76) Italo Di Sabato, coord. Osservatorio Repressione, Casa del Popolo di Campobasso

78) Franco Novelli, Campobasso

79) Marcella Stumpo, Termoli Bene Comune-Rete della Sinistra

90) Claudio Greppi, Università di Siena, geografo

91) Marilena Natilli, Comune di Gildone (CB)

92) Nicola Valentino, CGIL Molise, INCA CGIL Isernia, Coordinamento NO PIZZONE II

93) Francesco Bottone, giornalista professionista

94) Luigi Famiglietti, Università di Cassino, docente di diritto degli enti locali

95) Umberto Berardo, docente di lettere

96) Manuela Geri, ex dir. Ecomuseo della Montagna Pistoiese

97) Domenico Palazzo, consigliere federale Europa Verde per il Molise

98) Candido Paglione, sindaco di Capracotta, pres. Uncem Molise

99) Alessio Mastromonaco, casaro

100) Giovanna Vecchio di Montepaone, divulgatrice culturale, poetessa

101) Francesco Trane, Roma, pensionato

102) Stefania Emmanuele, ass. cult. Gennaro Placco, Museo etnico Arbëresh, sociologa

103) Franco Belmonte, dir. reg. Calabria di CIA-Agricoltori Italiani

104) Alessandro Sebastiano Citro, docente di scuola secondaria superiore, Cosenza

105) Lucio Brunetti, Università del Molise, fisico

106) Domenico De Simone, pensionato

107) Giovanni Germano, architetto, pres. APS La Terra e coord. “Cammina, Molise!”

108) Ferdinando Trapani, Università di palermo, urbanista

109) Silvano Privitera, coord. Forum Aree interne nell’ ambito Area interna di Troina (Sicilia)

110) Mino Dentizzi, geriatra

111) Pino De Seta, tecnico ambientale, coord. progetti di cooperazione internazionale

112) Paola Orenga

113) Alberta Massenzio, insegnante di scuola primaria

114) Fabio Sforzi, Università di Parma, economista

115) Francesco Martino

116) Erica Balduzzi, reporter freelance, progetto Montanarium

117) Eleonora Greco, Università Telematica Pegaso, dottoranda, pedagogista

118) Maria Teresa Renzo, attivista, pres. Associazione Le case di Igea, Atena Lucana (Sa)

119) Fausta Garavini, Università di Firenze, scrittice e linguista

120) Antonio Di Lalla, rivista La Fonte

121) Lucilla Parisi

122) Francesco Simonelli, cantautore e studente

123) Aldo Camporeale, professore di Economia agraria e dell’assetto territoriale

124) Nicola Giudice, docente, Ivrea

125) Renzo Lecardane, Università di Palermo, professore di Composizione architettonica e urbana

126) Giovanni Antonio Sanna, SIMTUR , vicepres. GAL Logudoro Goceano

127) Franca Peluso

128) Scilla Cuccaro, Università di Firenze, urbanista

129) Carlo Cellamare, Università La Sapienza Roma, urbanista

130) Augusta di Giorgi, avvocato specialista in diritto e gestione dell’ambiente

131) Antonietta Cozza, consigliere comunale e delegata cultura, Comune di Cosenza

132) Maria Angela Presta, funzionario Politiche di coesione

133) Michele Ponzio, docente, già assessore Comune di Favignana

134) Rossella Traversa giornalista e scrittrice

135) Roberta Curiazi, Università di Udine, economista e geografa economico-politica

136) Rossana Di Fazio, enciclopediadelledonne.it

137) Federico Varazi, vicepresidente Slow Food Italia, geologo

138) Roberta Cevasco, Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, ecologa storica

139) Piero Zizzania, Università di Napoli Federico II, architetto e dottorando

140) Laura Di Tommaso, Università di Napoli Federico II, dottoranda

141) Barbara Catalani, architetto, già assessore Sviluppo politiche culturali, Comune di Follonica

142) Fabrizio Ferreri, Università di Catania, filosofo e sociologo

143) Renza Bertuzzi, resp. rivista ” Professione docente”

144) Francesca Conti, Università La Sapienza Roma, dir. rivista “La Città invisibile”

145) Stefania Cannarsa, docente

146) Alberto Di Cintio, Università di Firenze, Fondazione Italiana Bioarchitettura

147) Rosario Grillo, docente di Filosofia e Storia

148) Ramon La Torre, architetto libero professionista

149) Rossano Di Nicola, RSU Frigor box International

150) Franc Arleo, geosofo, dir. collana di Geosofia per AnimaMundi

151) Leo Bolliger, architetto, Attac Piacenza e Aps Convivio

152) Francesco Galli, Iuav, architetto e dottorando

153) Achille Flora, Università della Campania L. Vanvitelli, economista

154) Germana Facchini, pedagoga

155) Antonella Iammarino, antropologa e giornalista

156) Barbara Nappini, presidente Slow Food Italia

157) Serena Milano, direttrice Slow Food Italia

158) Paolo Baldeschi, Università di Firenze, urbanista

159) Maria Carla Baroni, resp. naz. Territorio e ambiente, Partito Comunista Italiano

160) Associazione nazionale Slow Food Italia APS

161) Maria Teresa Scarlato, pensionata

162) Angelo Ferrari, architetto urbanista

163) Daniela Mongiardini, insegnante scuola media

164) Estella MIlianti

165) Anna Landi, Università degli Studi di Salerno, fondatrice Italia Minore si Svela

166) Marcello Gentile, ingegnere aerodinamico

167) Michele Conìa, sindaco di Cinquefrondi (RC), consigliere città metropolitana Reggio Calabria

168) Luigi Meconi, Società dei territorialisti/e

169) Maria Alberta Massenzio, insegnante scuola primaria

170) Maria Valente, pensionata

171) Amerigo Cuglietta, già sindaco di Cleto (CS)

172) Pierino Di Tella, assessore Comune di Capracotta (IS)

173) Maria Giovanna Mustillo

174) Domenico Falconieri, pensionato

175) Gemma Reggimenti, docente scuola d’infanzia

176) Giovanni Pollice, ex dirigente nazionale del sindacato

176) Michele Petraroia, Anpi nazionale

177) Dario De Renzis, farmacista

178) Francesco Vespasiano, Università degli studi del Sannio, sociologo

179) Giuseppe Donnarumma, Comune di Montoro, ingegnere

180) Cristina Ghirardini, Università di Trento, etnomusicologa

181) Maria Antonia Schillaci, Università di Catania, Forum Area Interna (Troina)

182) Enrico Bettini, architetto

183) Simona Bertini, ONDA

184) ONDA, Organismo Nazionale Difesa Alberi

185) Giancarlo Schiavone, architetto, pres. Pro Loco Buccino Volcei APS

186) Antonino Prizzi, architetto e pianificatore del paesaggio

187) Sergio Vellante, Seconda Università di Napoli (SUN), Economista Agrario

188) Rina Cervi, orientatrice e formatrice, Reggio Emilia

189) Angelo M. Cirasino, Università di Firenze e Società dei Territorialisti/e

190) Paola Grillo, insegnante

191) Pino Bertelli, fotografo

192) Francesco Bevilacqua, avvocato, scrittore e giornalista

193) Maria Martone, Università Sapienza di Roma, architetta

194) Alessandra Ventura, docente

195) Bruno Pino, giornalista

196) Mario Mele, docente di discipline turistiche

197) Francesco Giovannangelo, musicista, docente

198) Agnese Turchi, Università Napoli Federico II, urbanista e attivista

199) Eugenio Celestino, capogruppo in Consiglio comunale di Longobucco (CS)

200) Monica Bolognesi, Politecnico di Bari, ricercatrice

201) Centro culturale franco-italiano, Muro Lucano

202) Antonio Ciaschi, Università LUMSA, geografo

203) Carlo A. Gemignani, Università di Parma, geografo

204) Antonio Montesanti, ceramista

205) Marina Giglio, medico veterinario ASL

206) Manuel Vaquero Piñeiro, Università degli Studi di Perugia, storico dell’economia

207) Giulia Vincenti, Università degli Studi di Messina, geografa

208) Maria Paola Bordati, impiegata, ass. La Fierucola

209) Erminia Irace, Università degli Studi di Perugia, storica

210) Paolo Piacentini, pres. onorario Federtrek

211) Matteo Felitti, Università di Napoli Federico II, ingegnere

212) Sara Carallo, Università Rome Tre, geografa

213) Vincenzo Landi, libero professionista nel settore ingegneristico

214) Flaviano Lavia, massofisioterapista, perito agrario

215) Ottavio Lalli, medico veterinario specialista

216) Marino Trizio, pres. associazione Città Plurale

217) Maria Teresa Capozza, docente

218) Lucia Giovannetti, insegnante

219) Marco Giovagnoli, Università degli Studi di Camerino, sociologo

220) Alessandro Aceto, resp. Servizio legale Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise

221) Lorenzo Coia, già presidente Provincia di Isernia, sindaco di Filignano (IS)

222) Maria Rosaria Gioffrè, docente, francesista

223) Franca Crocetto

224) Sarah Rosa Torregrossa, architetto

225) Francesco Di Rienzo, presidente ETS Amici di Capracotta APS

226) Associazione politico-culturale La Strada, Reggio Calabria

227) Saverio Pazzano, consigliere comunale di Reggio Calabria, insegnante e scrittore

228) Vanessa Gagliardi, docente

229) Antonio Maio, architetto e docente

230) Ester Mura, insegnante di scuola superiore

231) Associazione nazionale Città del vino

232) Luca Giuliani, archivista, ex vice sindaco Comune di Castel Viscardo (TR)

233) ASD Polisportiva di Castel Viscardo (TR)

234) Maria Teresa Cartisano, docente di scuola superiore

235) Pasquale Dragonetti, ingegnere, Associazione Terra Mediterranea

236) Emiliano Biscaro, ingegnere

237) Silvia Giandoriggio, architetta e attivista

238) Stefania Stefanini, La bancarella Editrice, Piombino

239) Stefano d’Atri, Università di Salerno, storico

240) Andrea Vento, docente, GIGA-Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

241) Laura Santoro

242) Danilo Emo, architetto

243) Linda Terenzi, Università di Firenze, ricercatrice

244) Grazia Degl’Innocenti, architetto

245) Antonietta Di Vito, MIM, docente, antropologa, scrittrice

246) Letizia Papi, insegnante e cantante

247) Francesco Cancellieri, pres. AssoCEA Messina APS, Ingegnere

248) Alessandro Camerini

249) Giuseppe Chiarillo, ex sindaco di Galliera (BO)

250) Danilo Gorga, vicepres. Slow Food Campania

251) Anna Kauber, documentarista

252) Tiziano Cardosi, No Tunnel Tav Firenze, ex ferroviere

253) Addolorata Cormano, docente geografia economica scuola secondaria superiore

254) Giuseppe Riccobono, docente, GIGA Gruppo Insegnanti Geografia Autorganizzati

255) Donatella Rosati, analista programmatrice

256) Giovanni Spinelli, pubblicista, ASA-Associazione stampa agroalimentare, ref. Campania

257) Angela Greco AnGre, poeta

258) Mario Lusi, giurista ambientale

259) Aurelio Francesco Madeo, ex dirigente scolastico, poeta

260) Stefania Marini, Università Iuav di Venezia, architetto

261) Giuseppe Magarò, avvocato

262) Rodrigo Andrea Rivas, giornalista

263) Angelo Milo

264) Roberta Pizzullo, docente

265) Flavio Pascarosa, avvocato, già consigliere comunale Atripalda (AV)

266) Carmen Silva Castagnoli, geografa

267) Marina Boscaino

268) Marina Castiglione, Università degli Studi di Palermo, dialettologa

269) Daniela Poli, Università di Firenze, urbanista

270) Salvatore Capasso, Riabitare l’Italia

271) Mariachiara Santone, archeologa, Casa del popolo Campobasso

272) Raffaella Lalli, farmacista

273) Maria Angela Astore, insegnante di liceo

274) Katia Fabbricatti, Università di Napoli Federico II, architetto

275) Teresa Maradei, dottore forestale, manager dei sistemi territoriali e aree interne

276) Giovanni Scarfò, pres. Centro studi, ricerche e formazione “Francesco Misiano”

277) Romina Deriu, Università di Sassari, sociologa

278) Anna Albano, insegnante

279) Franco Repeti, cooperativa sociale Croce del Sud

280) Antonio Piangiolino, già assessore Comune di Acquaviva delle Fonti (BA), ASSI-RECOVERY SUD

281) Angela Vitullo, docente, ref. Borghi della Lettura per Montagano (CB)

282) Federico Massimo Ceschin, pres. SIMTUR, ambasciatore del patto europeo per il clima

283) Riccardo Pasqualin, saggista

284) Dario Donatini, docente di geografia economica

285) Laura D’Angelo, Università del Molise, critico letterario, scrittrice

286) Dina Caligiuri, architetto, docente alle scuole superiori

287) Raffaella Vono, docente

288) Rita Campioni, docente, Comitati No Autonomia Differenziata

289) Mosè Antonio Troiano, sindaco di San Paolo Albanese (PZ)

290) Franco Festa, docente e scrittore

291) Laura Manganaro, pres. sezione Italia Nostra-Firenze

292) Antonio Troisi, Università del Sannio, fisico

293) Italia D’Acierno, segretaria CdLT CGIL Avellino

294) Eloisa Gizzi, architetto

295) Associazione Give Back Giovani Aree Interne APS

296) Antonella Russo, operatore culturale

297) Maria Pecoraro, scenografa e operatrice sociale

298) Rosalia Rizzo, funzionario Comune di Palermo

299) Salvatore Settecasi, architetto

300) Roberto Sullo, pres. Give Back Giovani Aree Interne APS

301) Associazione La Fierucola, Fiesole (FI)

302) Maria Romana Picuti, Università La Sapienza Roma, archeologa

303) Visenta Iannicelli, già dirigente Roma Capitale

304) Anna Cocchi, ANPI, già sindaco di Anzola Emilia (BO)

305) Mariano Genovese, architetto

306) Slow Food Toscana aps

307) ActionAid Italia

308) Alessandro Di Loreto

309) L’Eco dell’Alto Molise e Vastese, testata giornalistica

310) Laboratorio politico perUnaltracittà, Firenze

311) Costantino Leuci, docente, ref. Slow Food Matese, consigliere comunale Piedimonte Matese

312) Federico Di Cosmo, Politecnico Milano, docente di Architettura del Paesaggio

313) Margherita Ciervo, Università di Foggia, geografa economico-politica

314) Marco Gargano, psicologo

315) Laura Bonomi Ponzi, archeologa

316) Giovanni Moriello, docente

317) Giuliana Tocco, già Soprintendente Beni Archeologici, pres. ass. Antica Volcei, Buccino (SA)

318) Paolo Ferloni, Università di Pavia, chimico

319) Cristiano Lucchi, dir. rivista Fuori Binario

320) Corradino Guacci, pres. Società italiana per la storia della fauna, Giuseppe Altobello

321) Società italiana per la storia della fauna, Giuseppe Altobello

322) Leandro Janni, presidente Italia Nostra Sicilia

323) Nicholas Tomeo, Università del Molise, ricercatore e docente

324) Celeste Mantegna, Università del Molise, ricercatrice

325) Francesco Violante, Università di Bari, storico

326) Luigi Scognamiglio, Università di Napoli Federico II, ingegnere

327) Vincenzo Fundone, fotografo, pres. Archeoclub Melfi

328) Antonio Giuseppe Ottaviano, geometra

329) Roberto De Marco, geologo, già dir. Servizio sismico nazionale, Presidenza del Consiglio dei Ministri

330) Oliviero Resta, Aps Il cammino di Dante

331) Andrea Ferrannini, ARCO , Fondazione PIN, ricercatore

332) Francesco Maria Massetti

333) Pino Fabiano, giornalista, Cotroneinforma OdV

334) Roberto Guido, giornalista e scrittore

335) Massimiliano Guerrieri, docente di geografia scuola secondaria

336) Valeria Monno, Politecnico di Bari, DICATECh

337) Marco Mannino, Politecnico di Bari, architetto

338) Sebastiano Sarti, architetto libero professionista

339) Federica Cotecchia, Politecnico di Bari, ingegnere

338) Daniela Frisullo, Politecnico di Bari (dottoranda), funzionaria Regione Puglia

339) Francesca Santaloia, CNR-IRPI

340) Maria Francesca Sabbà, Politecnico di Bari, ricercatrice

341) Giacomo Pisani, Euricse, ricercatore

342) Maria Cristina Leardini, co-founder SharryLand

343) Luigi Alberton, founder SharryLand

344) Maria Anna Ilardi

345) Emanuele Gizzi, Accademia di belle Arti di Palermo, docente

346)Enza Maria Macaluso, filosofa di campo

Dopo la manifestazione, le proposte. Così si può cambiare la Sanità pubblica.-di Enzo Paolini

Dopo la manifestazione, le proposte. Così si può cambiare la Sanità pubblica.-di Enzo Paolini

Sì, molto partecipata la manifestazione di sabato sulla sanità raccontata dalle cronache del Quotidiano e suggestivamente commentata sulle sue colonne da un attento ed acuto osservatore come Marcello Furriolo.

Rimane, però, una sensazione di incompiutezza a chi – come me – opera da tempo nel campo del servizio sanitario pubblico e si aspettava che la manifestazione originata dal dibattito quanto mai opportunamente suscitato dal Quotidiano, si sviluppasse oltre che in modalità “protesta” anche in termini di (anche vaga, abbozzata) “proposta”.

Invece no, a meno di voler assegnare seriamente l’abito di un ragionamento propositivo alle enunciazioni del tipo “rilanciare la sanità pubblica” “migliorare i pronto soccorso” “ridurre la spesa privata” “out of pocket” (cioè le cure a pagamento) “potenziare i reparti”, “ridare dignità ai medici”, “valorizzare il sistema infermieristico”, “potenziare la ricerca”, “migliorare la rete ospedaliera” e così via, potrei continuare per due pagine.

Tutti slogan condivisibili a cui manca però poi la conseguenza (che sarebbe auspicabile e doverosa) del “come”. Proviamo a dirlo noi, consapevoli che ciò che diciamo non piacerà ad alcuni, ma da tempo ce ne siano fatti una ragione ed insistiamo.
Partiamo dalla premessa: v’è la necessità e l’urgenza di difendere e potenziare il servizio pubblico.

Il che vuol dire cancellare per sempre dal lessico e dall’azione di qualsiasi governo che il diritto alla salute non sarebbe assoluto ma sacrificabile sull’altare delle esigenze di contenimento della spesa dello Stato e/o dei bilanci regionali. Abbiamo visto il disastro che, in termini di forza e di efficienza hanno provocato i tagli alle risorse sanitarie disposti dai governi degli ultimi 25 anni.

Ovunque è dimostrato che il sistema dei tetti non funziona, produce inevitabilmente la lista d’attesa e l’emigrazione sanitaria. I soldi pubblici vanno usati meglio, non distribuiti con criteri come quello della spesa storica tali da consolidare posizioni di rendita e scoraggiare investimenti.

Il servizio sanitario è pubblico, tutto, ed è fatto da strutture di mano statale e da altre gestite da imprenditori privati che, per legge, se vogliono stare in un sistema solidaristico e universale, devono avere gli stessi requisiti strutturali tecnologici e ed organizzativi degli ospedali pubblici, devono essere controllate, verificate, dagli uffici della Regione e pagate con tariffe fissate dallo Stato in base alle prestazioni rese secondo gli standard stabiliti dalle norme. Senza oneri per i cittadini.

Qui ci vuole la politica.
Non la politica che si straccia le vesti e lancia altissimi lai sull’incremento della spesa privata senza la lucidità di sapere o l’onestà intellettuale di dire che per ridurre la spesa di tasca del cittadino occorre aumentare gli stanziamenti per la sanità accreditata nel servizio pubblico. Dove non si paga e si assicurano le cure con gli standard di legge. Se si riduce questa inevitabilmente si spinge il cittadino verso la sanità a pagamento.

E’ talmente ovvio e semplice da capire che viene il dubbio che quello di creare la sanità per ricchi e quella residuale per gli altri il dubbio sia un disegno consapevole.
E forse lo è.

Dunque la politica. Ma non i politici con la faccia come il bronzo, cioè quelli che sono dirigenti e/o componenti delle consorterie che governano da lustri e poi si presentano in piazza a dire che le cose non vanno e bisogna fare qualcosa, come se loro, invece di sedere sulle comode poltrone, comunali, regionali e delle ASP fossero stati nell’eremo di Camaldoli a studiare incunaboli.

E’ una offesa all’intelligenza dei cittadini così come lo è non dire – a beneficio del dibattito e delle proposte sulle cose da fare – che dopo l’onda del disastro lungo venticinque anni, si avverte oggi una oggettiva inversione di tendenza.

L’arrivo dei medici cubani, può piacere o non piacere, ma è un fatto, un concreto innesto di servizio che aiuta a dare risposte; si è rimesso mano ad una rete ospedaliera nella quale si era follemente fatto ricorso alla chiusura di ospedali lasciando intere comunità senza alcun riferimento; si è ridotta la lista d’attesa e si è avviato il recupero della emigrazione sanitaria che era arrivata alla cifra record di 300 milioni regalati inutilmente ad altre Regioni del nord. Sono numeri, non chiacchiere.
Di cui la piazza descritta da Marcello Furriolo dovrebbe – deve – tener conto se si vuole fare politica seria.
Altrimenti è la solita fuffa di chi deve ogni tanto farsi sentire per giustificare la propria esistenza politica.

Invece ci vuole politica più seria in sanità. Quella che sceglie e decide, si assume responsabilità e poi si fa giudicare; la politica che serve per trasformare il nostro servizio sanitario da centro di consenso elettorale in centro di consenso politico. Ciò che deve essere in un paese finalmente moderno e veramente ispirato al socialismo liberale.

In questo modo si passerà dallo slogan delle tre A (autorizzazioni, accreditamenti, accordo) al centro delle quali c’è il Direttore Generale, a quello delle tre E, (eccellenza, efficacia ed efficienza) con al centro veramente e finalmente il cittadino.
E qui sta la prima proposta, di base.

Occorre ripensare almeno in parte allo sgangherato titolo V della Costituzione così come modificato da un Parlamento largamente inadeguato sul piano tecnico e culturale e votato alla creazione di piccoli e grandi centri di potere locali.
Dobbiamo ripartire in senso inverso rispetto alla idea della autonomia differenziata che, per una sorta di eterogenesi dei fini, mostra tutti i suoi limiti in termini di tutela non solo della salute ma dei diritti e della libertà dei cittadini.

I diritti fondamentali, quelli che definiscono l’identità di un popolo e danno il senso della comunità, non possono essere interpretati ed applicati in maniera diversa a Roma a Reggio Calabria o a Trieste.
Sono il patrimonio politico della Repubblica e non hanno prezzo, in tutti i sensi.

Altro punto è come contemperare la dimensione della richiesta di assistenza da parte dei cittadini (tutti aventi diritto, ovviamente, in egual misura) con la limitatezza delle risorse che potrebbero essere insufficienti per il numero di prestazioni richieste e valorizzate con la tariffa stabilita dallo Stato.

Sistema non particolarmente complesso. Si chiama programmazione, ed è un lavoro che compete ai governi ed alla burocrazia regionale che però per sciatteria ed incapacità sono più inclini ad applicare un altro sistema più sbrigativo: questi sono i soldi e basta. Oltre questo i cittadini devono rivolgersi altrove e le strutture devono smettere di lavorare.

Non va bene affatto. Occorre pensare e agire, non dormirci sopra con direttori generali e politici che pensano che il problema non è loro, ma di chi verrà dopo. Occorre coraggio e visione o, meglio nell’ordine inverso, visione prima e coraggio dopo.
La visione è quella che deve ampliare lo sguardo oltre i bastioni del castello del tirare a campare.

La Corte Costituzionale con la sentenza 195/2024 ha indicato la strada, ha messo il cartello: non sono i soldi che mettono i limiti alla politica sanitaria; questo dei soldi è un limite che può valere per altro, per le autoblu e per i vitalizi, per i ripiani dei bilanci delle aziende private, a spese dello Stato, per i riarmi necessari ad alimentare guerre, per le opere pubbliche non necessarie, ma non può valere per la tutela della salute, diritto primario, costituzionale ed incomprimibile.

Dunque è l’esigenza economica del servizio pubblico che detta l’agenda e la priorità per il bilancio dello Stato. Che non può e non dovrebbe dire al Ministro della Salute (e poi ai presidenti di regione ed ai DG) questi sono i soldi fateveli bastare. Non dovrebbe.
E qui sta il coraggio.

Siamo la classe dirigente che deve contribuire a guidare responsabilmente un Paese e dobbiamo, possiamo dire che è il momento di una riforma strutturata, per potenziare il servizio pubblico assicurare gratuitamente a tutti, tutte le cure primarie, quelle importanti, la cronicità, le terapie salvavita, l’assistenza della terza età e della non autosufficienza, del dopo di noi, le emergenze urgenze, tutto insomma a tutti. Ma per far questo occorre cambiare radicalmente la prospettiva e l’agenda. Subito.

Occorre potenziare la prevenzione e la medicina del territorio. Ridisegnare la figura del medico di base e potenziare l’altro estremo, quello della urgenza/emergenza, magari assegnando un ruolo obbligatorio a tutte le strutture, anche a quelle a gestione privata, che curano acuti ed ai policlinici. Devono avere un punto di pronto soccorso con riconoscimento dei soli costi per gli accessi non seguiti da ricovero. Ciò consentirebbe di deflazionare tanti pronto soccorso che sono un imbuto che non riesce ad assorbire la domanda nonostante l’eroismo di tanti operatori.

Ma soprattutto sarebbe una rivoluzione rivedere il concetto di essenzialità per l’assistenza e le cure semplici, (l’alluce valgo o il tunnel carpale sono gli esempi che mi vengono, ma ce ne sono tanti altri) per chi ha un reddito che gli consente di pagare in proprio o di sostenere un’assicurazione.
Ciò manterrebbe intatto il principio di universalità delle cure, liberando solidaristicamente risorse per chi non può permettersi di pagare in proprio neanche quelle più semplici e meno costose.

Insomma, chi ha di più continuerebbe a sostenere chi ha di meno, mediante il prelievo fiscale progressivo e proporzionale ma con raziocinio, con politica sociale liberando le risorse pubbliche per il servizio pubblico accreditato e sostenendo il sistema delle imprese a pagamento puro impegnando chi può permetterselo, senza fare di imprenditori seri e onesti un esempio deteriore con una suggestione iniqua, ingiusta e permeata di pregiudizi non degni di un Paese civile.

È l’uovo di Colombo? Forse, ma ciò non deve banalizzare ciò che pensiamo di dover proporre o fare, perché a distanza di secoli quell’uovo è ancora lì ritto sul tavolo e ci dice che niente è scontato per chi vuole cambiare le cose.

da “il Quotdiano del Sud” del 14 maggio 2025

Lo strano no al referendum che seppellisce la Calderoli.-di Francesco Pallante

Lo strano no al referendum che seppellisce la Calderoli.-di Francesco Pallante

Dal punto di vista giuridico, sorprendono, stando ai virgolettati riportati sui giornali, le parole pronunciate dal neopresidente della Corte costituzionale durante la conferenza stampa del 21 gennaio. Spiegando le ragioni della bocciatura del referendum contro la legge sull’autonomia regionale differenziata (legge Calderoli), il presidente Amoroso avrebbe detto che «la decisione della Corte sulla non ammissibilità del referendum si riferiva alla non chiarezza del quesito, perché l’oggetto del quesito (la legge Calderoli, ndr) è oramai ridimensionato» per via della sentenza dello scorso anno che ne ha sancita la parziale, benché amplissima, incostituzionalità, sicché «ciò che residuava era difficilmente comprensibile dall’elettore».

È difficile nascondere la sensazione di disagio suscitata da tali parole. La decisione circa la idoneità della legge Calderoli a rimanere sottoposta a referendum dopo il suo parziale annullamento da parte della Corte costituzionale spettava, infatti, alla sola Corte di Cassazione, la cui valutazione a favore della idoneità non è suscettibile di revisione da parte della Corte costituzionale.

Quest’ultima avrebbe dovuto limitarsi a valutare il rispetto dei limiti alle iniziative referendarie previsti dall’articolo 75 della Costituzione (esclusione delle leggi di bilancio e tributarie, di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali, di amnistia e indulto) e dalla sua stessa giurisprudenza (a partire dalla sentenza 16 del 1978, che esclude altresì i quesiti referendari disomogenei o vertenti su leggi costituzionalmente necessarie o a contenuto vincolato). Invece, a quanto pare, il referendum sarebbe stato ritenuto non ammissibile proprio per via del parziale annullamento della legge, operando un irrituale rovesciamento della precedente decisione della Cassazione.

Altrettanto sorprendente è leggere che, con il referendum, «i cittadini sarebbero stati chiamati a votare sull’articolo 116 comma terzo della Costituzione, e cioè sul principio dell’autonomia differenziata, ma questo è contro la Costituzione». Non è così. La Costituzione attribuisce alle regioni la possibilità di chiedere l’autonomia differenziata, ma la decisione se accogliere la richiesta è rimessa allo Stato. L’autonomia differenziata non è un diritto, è una facoltà che lo Stato può decidere di attivare o di non attivare.

Dunque, decidere di eliminare la legge Calderoli, in quanto volta ad agevolare l’esercizio di quella facoltà, non significa affatto pronunciarsi sulla Costituzione, bensì assumere una decisione di principio sull’attivazione o meno della facoltà in questione (il che, peraltro, non impedisce la possibilità di utilizzare direttamente l’articolo 116, comma 3 della Costituzione, come mostra l’esperienza dei Governi Gentiloni e Conte I).

Dal punto di vista politico è indubbio che la mancata ammissione del referendum produca il doppio effetto negativo di far venire meno un forte collante tra le opposizioni al governo e di indebolire l’importantissima campagna referendaria che si aprirà in primavera. A beneficiarne non è solo la destra, che rischiava di spaccarsi nelle urne tra favorevoli e contrari all’autonomia, ma anche quella consistente parte del partito democratico che continua a vedere nel regionalismo una risorsa – sia pure trincerandosi dietro l’ambigua formula del regionalismo cooperativo e non competitivo – ed era terrorizzata dall’idea che il referendum sancisse l’esistenza di un diverso orientamento popolare.

C’è, tuttavia, anche un risvolto positivo. Proprio le parole del presidente Amoroso certificano, in via definitiva, che il disegno del regionalismo differenziato è fallito. L’incostituzionalità della legge Calderoli sancita dalla Corte costituzionale è così radicale da aver reso politicamente insostenibile la posizione dei pasdaran del regionalismo (sebbene alcuni di loro continuino, incuranti del ridicolo, a tenere la posizione).

È uno straordinario successo per tutti coloro che fin da subito avevano intuito i pericoli dell’autonomia differenziata e si sono battuti contro il tentativo di spezzare l’Italia, costruendo un movimento di opinione che ha dato un contributo decisivo alla difesa dei principi costituzionali di solidarietà, uguaglianza e unità. Paradossalmente, proprio la mancata ammissione del referendum è la più alta certificazione di tale successo. Si tratta ora di mantenere alta l’attenzione, per impedire i colpi di mano che dovessero cercare d’indebolirlo.

da “il Manifesto” del 23 gennaio 2025

Regionalismo differenziato: dal no alla proposta.-di Massimo Veltri

Regionalismo differenziato: dal no alla proposta.-di Massimo Veltri

Dire no al regionalismo differenziato si deve, e opporsi allo scellerato progetto che sta prendendo corpo per iniziativa del governo e segnatamente della Lega di Salvini è un atto che si deve perseguire non soltanto da parte dei cittadini del sud ma di coloro che hanno a cuore il destino dell’Italia intera.

Dire no significa mobilitarsi nelle piazze, sottoscrivere la richiesta di referendum abrogativo, far sentire al palazzo che i problemi del mezzogiorno e del paese sono un unicum, che sarebbe un errore gravissimo puntare sullo spaccottamento piuttosto che sul riequilibrio.

Un riequilibrio cui si rinuncio allorché ormai quasi venticinque anni fa il governo di centrosinistra modificò il Titolo V della Costituzione-da lì è partito tutto, è bene ricordare-investendo nell’operoso nord e lasciando alla deriva il sud in perenne sofferenza: l’eufemismo più in voga era ‘in ritardo di sviluppo’.

La questione meridionale, il dualismo fra le parti simmetriche del paese venivano risolte in maniera tranchant, semplicemente eliminando uno dei corni del dilemma, quello più fragile.

Il dibattito che si è sviluppato da allora ha risparmiato poche pieghe delle tante che rivestono l’affaire: mettere alla prova il sud, i LEP, i servizi essenziali, era meglio non fare L’Unità d’Italia, con i Borboni si stava meglio, facciamola dal sud, la secessione. Perché un dibattito c’è stato, e c’è, anche nelle regioni meridionali, e anche con evidenti distinguo nelle forze politiche, a cominciare dalla moderata Forza Italia che mostra di non gradire. Un dibattito che però si sviluppa esclusivamente sul versante difensivo e d’opposizione al disegno di Salvini, come se conservare lo status quo fosse la soluzione.

Invece no, non è la soluzione perché è sotto gli occhi di tutti la divaricazione sempre più stridente fra allocazione delle risorse, disponibilità di servizi, occasioni di lavoro, efficienza delle prestazioni, capacità di spesa, treni che partono con direzioni e versi privilegiati se non esclusivi.

Perché il sud è rimasto indietro, c’è stato chi documenti alla mano ha indicato d’indagare sulla inadeguatezza delle classi dirigenti a sud di Roma: se per un periodo la tesi ha mostrato la sua fondatezza non di meno la parzialità della diagnosi balza comunque agli occhi con l’incalzare degli eventi. Non già per assolvere l’indifendibile ma per assegnare a un intero sistema ruoli e responsabilità che non possono che essere collettivi, plurali bisogna dire che un impegno diffuso e costante è ciò che attende la comunità politica e civile, culturale ed economica delle regioni del sud.

Perché è dal sud, se si vuol dare per davvero il segno della credibilità della svolta, che si deve dare inizio a ridisegnare funzioni e attribuzioni, assegnare equilibri e risorse, secondo un assetto della macchina pubblica che non nasconda zone d’ombra, riconosca limiti e introduca correttivi secondo criteri di equità e di merito, in uno Stato del terzo millennio.

Può partire dal sud un ragionamento siffatto, ci sono da noi intelligenze e passioni capaci di mostrare la via, con spirito unitario e non subalterno, propositivo e non rivendicazionistico?

Provare a misurarsi in tale impresa val la pena, altrimenti sarà il cartello del no a vincere ancora una volta, o il perpetuarsi dell’eterno pantano.

da “il Quotidiano del Sud” del 17 settembre 2024

La strada stretta di Occhiuto.-di Filippo Veltri

La strada stretta di Occhiuto.-di Filippo Veltri

Per il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, la strada sull’autonomia differenziata si fa sempre piu’ stretta, tra alleati interni e opposizioni. Da un lato Occhiuto ribadisce le perplessità sui modi e sui tempi dell’approvazione della legge sull’autonomia differenziata e per ultimo al consiglio nazionale di Forza Italia ha usato parole nette. «Il ddl Calderoli, purtroppo, è arrivato all’ok finale delle Camere senza che contemporaneamente sia giunto al traguardo anche il superamento della spesa storica.

Spero che Forza Italia, così come ha sempre detto il nostro leader Antonio Tajani, metta al centro della sua azione proprio il superamento delle differenze territoriali, archiviando definitivamente la spesa storica a favore dei fabbisogni standard. Il mio auspicio è che Forza Italia non voti in Consiglio dei ministri e in Parlamento alcuna intesa con singole Regioni se prima non saranno interamente finanziati i Lep, e se non ci sarà la matematica certezza che determinate intese possano produrre danni al Sud».

Forza Italia ha anche dato vita all’Osservatorio sull’Autonomia differenziata costituito dai massimi responsabili istituzionali e politici del movimento, il vice presidente del Consiglio Antonio Tajani, il Ministro per le Riforme istituzionali Elisabetta Casellati, il sottosegretario all’Economia Sandra Savino, i presidenti delle Regioni di Forza Italia, i capigruppo alla Camera, al Senato e al Parlamento europeo, i vice segretari nazionali, e una selezionato gruppo di tecnici, economisti e studiosi, che avrà il preciso compito di vigilare sugli effetti pratici dell’attuazione della legge, che deve valorizzare tutte le regioni, con particolare attenzione a non penalizzare il Sud.

Ma ci sono precise puntualizzazioni. «E’ un Osservatorio – ha detto subito la Casellati – che deve solo monitorare questo processo, perché noi abbiamo una legge cornice e adesso c’è tutto il procedimento da mettere in atto, che va dalla definizione dei Lep agli accordi tra lo Stato e le Regioni».

Dell’Osservatorio dunque fa parte anche, nella duplice veste di presidente di Regione e vicesegretario nazionale di Forza Italia, anche il governatore calabrese Roberto Occhiuto. Secondo diversi analisti politici, in realtà, la nascita dell’Osservatorio sarebbe stata dettata dalla necessità per Foza Italia e il suo leader nazionale Tajani di venire incontro alle richieste dei governatori forzisti nelle regioni del Sud, tra cui Occhiuto e il lucano Vito Bardi, che hanno manifestato molte preoccupazioni per le ricadute territoriali del Ddl Calderoli, entrando in rotta di collisione anche con la Lega.

Ma questa strada e’ stretta assai. L’ex Governatore Agazio Loiero, ad esempio, non gliel’ha certo mandato a dire ad Occhiuto. Loiero infatti definisce «tardive» le critiche dell’attuale presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, al Ddl Calderoli’’ ed ha dato un consiglio al governatore: «Può accodarsi alle cinque Regioni del centrosinistra che presentano ricorso e che presentano due ricorsi, uno di abrogazione totale e uno di abrogazione parziale. Si accodi a queste regioni e lui diventa un alfiere, un difensore del proprio territorio, che viene sempre prima del partito e della coalizione».

Ovviamente piu’ drastico il segretario del Pd Nicola Irto: «Serve una battaglia meridionalista e da sud, serve una battaglia calabrese. Sono inaccettabili e anche un po’ ridicole le giravolte di Occhiuto, che prima vota la legge che poi contesta’’.
Insomma Occhiuto e’ stretto ed alla fine una posizione netta e chiara dovra’ pure assumerla: o sarà ligio alla disciplina del suo partito o sceglie il mare aperto della battaglia meridionalista. Restiamo in attesa di capire.

da “il Quotidiano del Sud” del 13 luglio 2024

Quale autonomia differenziata? L’Italia della sanità è già fratturata.-di Filippo Veltri

Quale autonomia differenziata? L’Italia della sanità è già fratturata.-di Filippo Veltri

Questi giochini tattici, i distinguo in punta di penna, le fandonie che si stanno leggendo a due settimane dal voto in Parlamento per cercare di giustificare lo scempio che si consumerà sull’autonomia differenziata hanno, in verità, stancato. Ora che Mattarella ha promulgato la legge sarebbe l’ora di pensare a che fare.

La maggioranza di governo (che intanto in Calabria è già andata sotto ai ballottaggi di domenica e lunedì a Vibo, dopo essere stata ridicolizzata al primo turno a Corigliano-Rossano, ed è già un segnale per chi vuol capire) è invece testarda ma i fatti lo sono ancora di più. Pochi giorni dopo l’approvazione dell’autonomia differenziata emerge, infatti, in tutta evidenza la realtà di un’Italia già ammalata di regionalismo e che avrebbe bisogno, semmai, di maggiore coesione. Ci pensano però diversi istituti di ricerca a dimostrare dove porta la narrazione del Ddl Calderoli: l’Italia della salute si presenta, ad esempio, già fratturata in più punti con il federalismo che c’è e quello che verrà rischia di spaccarla definitivamente con la Calabria fanalino di coda.

Il rapporto del «Centro per la ricerca economica applicata in Sanità» dell’università di Tor Vergata, presentato a Roma, parla chiaro: la mappa che ne riassume il contenuto si mostra in verde al di sopra dell’Umbria, gialla dal Lazio in giù e tristemente rossa in Basilicata, Calabria e Sicilia. I colori rispecchiano le performance di salute, sintetizzate in un indice che tiene conto di equità, esiti, appropriatezza e innovazione del servizio sanitario.

«La valutazione 2024 delle Performance regionali in tema di opportunità di tutela socio-sanitaria offerta ai propri cittadini – si legge nel rapporto – oscilla da un massimo del 60% (fatto 100% il risultato massimo raggiungibile) a un minimo del 26%: il risultato migliore lo ottiene il Veneto e il peggiore la Calabria». Desolante la conclusione: «Il divario fra la prima e l’ultima Regione è decisamente rilevante: un terzo delle Regioni non arriva a un livello pari al 40% del massimo ottenibile».

Se «sembra essersi registrato una significativa riduzione delle distanze in termini di opportunità di tutela della salute fra Meridione e Settentrione», spiega il rapporto, è perché le Regioni con le performance migliori hanno smesso di migliorare «probabilmente a indicare l’esistenza di limiti strutturali nell’attuale assetto del sistema sanitario».

Un altro rapporto, quello dell’Istat, conferma in «Noi Italia 2024» pubblicato 5 giorni fa con un capitolo su «sanità e salute». Anche l’Istat mostra che l’Italia è fatta da più Paesi in uno. Gli abitanti di Calabria e Campania, ad esempio, dispongono di 2,2 e 2,5 posti letto in ospedale ogni mille abitanti e la Calabria è quella che ne ha tagliati di più tra il 2020 e il 2022 (-17%).

In Emilia-Romagna (3,6) e in Trentino (3,7) sono quasi il doppio e in entrambe le Regioni si è registrato un aumento di posti letto del 7% in un biennio. Il risultato in termini clinici è crudo quanto diretto: nel Nord-est il tasso di mortalità evitabile è di 16,9 decessi per diecimila abitanti e nel sud di 21,8, quasi 5 in più. Campania, Molise e Sicilia sono le regioni in cui si muore di più sia per patologie trattabili (cioè che potrebbero essere curate con un’assistenza migliore) che per quelle prevenibili con interventi su stili di vita e vaccinazioni. Persino la mortalità infantile del mezzogiorno (3,2 ogni mille nati vivi) è più alta rispetto alla media nazionale (2,6).

La mobilità sanitaria, cioè il numero di pazienti che si spostano da una regione all’altra per le cure, infine è in aumento. La regione più ricercata è l’Emilia-Romagna, dove l’immigrazione sanitaria è in costante aumento dal 2018 e il saldo tra chi arriva e chi parte supera anche quello della Lombardia.

Dopo la lettura dei dati assumono un significato sinistro le parole con cui il ministro della salute Schillaci commenta l’impatto della riforma sul diritto universale alla salute: «L’autonomia differenziata già esiste in sanità – ha provato a rassicurare il radiologo – Le Regioni hanno grande autonomia e in questo settore cambierà poco». In peggio ovviamente. Questi, dunque, sono i fatti, il resto chiacchiere.

da “il Quotidiano del Sud” del 29 giugno 2024.