Mese: gennaio 2026

Lo scopo della riforma voluta dal governo è quello di controllare la magistratura.-di Battista Sangineto

Lo scopo della riforma voluta dal governo è quello di controllare la magistratura.-di Battista Sangineto

«Una visione barbara del processo». Così Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte costituzionale, ha definito la ratio della riforma della giustizia che il governo intende sottoporre a referendum confermativo. Non si tratta, secondo il giurista, di rafforzare l’indipendenza dei magistrati, bensì di intimidirli: di porre i pubblici ministeri sotto pressione e, potenzialmente, sotto il controllo della politica.

Dietro la riforma — osserva Zagrebelsky — si cela una concezione distorta del processo: non più luogo di ricerca della verità, ma arena di confronto tra due “atleti del diritto”, l’avvocato e il pubblico ministero, come se la finalità fosse la vittoria dell’uno sull’altro. Una visione che riduce la giurisdizione a mera competizione e svuota il processo della sua funzione costituzionale: una visione, appunto, barbarica.

Ogni riforma costituzionale muta, per definizione, l’assetto dei poteri dello Stato. La Costituzione non è un testo neutro: essa organizza, separa e bilancia i poteri fondamentali — legislativo, esecutivo e giudiziario — determinandone le regole di funzionamento. Ogni sua modifica, anche parziale, altera inevitabilmente gli equilibri tra tali poteri, come già dimostrato dalla sciagurata riforma del Titolo V del 2001, che indebolì l’unità dello Stato e aprì la strada all’autonomia differenziata.

La Costituzione italiana, agli articoli 101 e 104, disegna una magistratura unitaria e indipendente, composta da giudici e pubblici ministeri, entrambi sottoposti unicamente alla legge. La separazione delle carriere — non è una novità né un problema perché largamente praticata nei fatti. Il punto è che l’istituzione di due Consigli superiori distinti, uno per i magistrati giudicanti composti con metodo che assegna alla politica il controllo dei due organi altera quell’assetto originario.

Come ha osservato Enzo Paolini su questo giornale, ciò conduce alla mutazione della forma dello Stato e il modello voluto dai Costituenti, senza che vi sia “una necessità comprovata”. La creazione di due CSM composti con sorteggi con metodi diversi definisce chiaramente l’obiettivo della riforma : il controllo della magistratura da parte della politica.

La riforma prevede infatti che i membri “laici” siano sorteggiati da liste predisposte dalla maggioranza parlamentare, mentre i membri togati siano estratti a sorte tra tutti i magistrati in servizio. Ne deriva che la componente politica dei due CSM avrà un indirizzo ideologico chiaro, mentre quella togata sarà affidata al caso.

La separazione delle carriere non abroga formalmente l’obbligatorietà dell’azione penale, sancita dall’articolo 112, ma ne prepara il superamento: da obbligo giuridico inderogabile, essa rischia di trasformarsi in regola flessibile, subordinata a scelte organizzative e, in ultima istanza, determinata da indirizzi politici scelti da chi governa. La riforma sconvolge l’equilibrio disegnato dai Costituenti, in cui l’obbligo di agire rappresentava insieme garanzia di legalità e presidio di indipendenza.

Un pubblico ministero isolato in una carriera distinta la cui progressione è assegnata ad un CSM controllato dalla politica tende a essere meno vincolato da un dovere automatico e più esposto a logiche di opportunità dettate dal potere esecutivo. Così, senza abrogarlo formalmente, l’obbligo dell’azione penale rischia di cambiare natura, da comando inderogabile a principio puramente formale.

I Costituenti scelsero deliberatamente di non separare le carriere, per ragioni storiche profonde, legate all’esperienza della dittatura fascista. Sotto il regime, i pubblici ministeri rispondevano direttamente al Ministero della Giustizia e l’azione penale era spesso strumento di repressione politica. Inserire il PM nella magistratura significava sottrarlo al potere esecutivo e garantirne l’indipendenza.

Piero Calamandrei diceva che: «L’indipendenza del pubblico ministero è la prima garanzia della libertà dei cittadini». La visione complessiva dei Costituenti era che la cultura giuridica del magistrato giudicante e di quello requirente dovesse essere la medesima.

Lo scopo principale della riforma voluta dal governo appare allora evidente: controllare la magistratura, e in particolare il pubblico ministero, uno dei principali contrappesi del sistema democratico. Pur senza conferire potere assoluto all’esecutivo, la riforma ne indebolisce significativamente uno dei principali strumenti di controllo sul potere politico, alterando l’equilibrio tra i poteri in modo pericoloso per la democrazia.

Questo indebolimento si inserisce in un contesto più ampio che è costituito dai cosiddetti “pacchetti sicurezza” che mettono a rischio libertà civili e diritti costituzionali, segnando una svolta autoritaria in nome di un presunto ordine pubblico. Dalle nuove norme criminalizzano forme di protesta pacifica — blocchi stradali e ferroviari — colpendo la libertà di manifestazione garantita dall’articolo 17 della Costituzione.

Un contesto nel quale sono state inasprite le pene per reati legati a occupazioni e resistenza a pubblico ufficiale, ampliata la tutela penale delle forze dell’ordine, limitate drasticamente le intercettazioni e abolito il reato di abuso d’ufficio. Ancora più grave è l’introduzione dell’articolo 31 del decreto dell’11 aprile 2025 n. 48, poi convertito in legge, che estende i casi di non punibilità per agenti dei servizi segreti, includendo reati di estrema gravità come la direzione di gruppi terroristici e la fabbricazione di esplosivi, se autorizzati (dal presidente del Consiglio) nell’ambito di operazioni di intelligence.

Contemporaneamente, il governo delegittima la magistratura, attacca la Corte dei conti, attribuisce ai giudici responsabilità politiche, abusa della decretazione d’urgenza, comprime il dibattito parlamentare e ricorre sistematicamente al voto di fiducia. Blocca la trascrizione dei figli di coppie omogenitoriali, attua politiche migratorie disumane, adotta un linguaggio ostile verso minoranze, ONG e attivisti, mostra tolleranza verso simbologie fasciste e svuota l’antifascismo come valore fondante della Repubblica.

In questo quadro si inserisce il disegno di introdurre il premierato che, pur senza eliminare del tutto la democrazia, si configura come una torsione autoritaria in quanto -come dice Tomaso Montanari- sposta strutturalmente l’equilibrio del sistema a favore dell’esecutivo e concentra il potere nelle mani di una sola persona.

La Costituzione italiana ha costruito una democrazia deliberatamente “non concentrata”, perché il nostro Paese proviene dall’esperienza della ventennale e tragica dittatura fascista. La Carta del 1948 fu concepita per impedire che un singolo potere o individuo accumulasse eccessiva autorità, proteggendo le libertà dei cittadini e preservando l’equilibrio dei poteri.

Non è lecito permettere che Meloni e i suoi, eredi politici del fascismo, modifichino la Costituzione pezzo per pezzo. Non ci si deve lasciare mitridatizzare al veleno dell’autocrazia, alla concentrazione dei pieni poteri nelle mani di una sola persona: è già accaduto una volta e il Paese è precipitato in una dittatura che lo ha condotto ad una guerra distruttiva e rovinosa. Per questo, il voto deve essere NO.

da “il Quotidiano del Sud” del 26 gennaio 2026
foto:https://istorecofc.it/giustizia-fascista

Pnrr, il disastro della spesa e il richiamo della Corte dei conti.-di Filippo Veltri

Pnrr, il disastro della spesa e il richiamo della Corte dei conti.-di Filippo Veltri

La Sezione autonomie della Corte dei conti ha approvato il referto sullo stato di attuazione del PNRR negli enti territoriali aggiornato al 28 agosto 2025, analizzando gli aspetti legati alla gestione finanziaria, all’evoluzione della spesa e alla rendicontazione dei progetti, sulla base dei dati presenti nella piattaforma e dei risultati dei controlli effettuati dalle Sezioni regionali della Corte, che hanno diretta cognizione delle realizzazioni sul territorio.

Se ne sta parlando da giorni in verità, su giornali, in dibattiti ma dai Governi – nazionali e regionali – tutto tace. Sembra che tutto vada per il meglio!

Il comparto dei Comuni conferma il primato sia per numerosità di progetti (63.530 sui 96.082 finanziati, anche solo in parte, con risorse PNRR), sia per volumi finanziari (24,5 miliardi su 47,5 totali). Nel Mezzogiorno viene sempre superata la soglia del 40%, ma nel Nord Ovest si apprezza la maggior concentrazione di risorse.

Ma diventa un vero e proprio caso che rischia di vedere vanificati gli sforzi progettuali di molti enti il giudizio espresso dalla nostra Sezione regionale di controllo della Corte dei conti per la Calabria. Bocciatura senza appello per il modo in cui è stato portato avanti il programma di finanziamenti.

«Tra gli aspetti critici relativi allo stato di attuazione dei progetti – è scritto nella verifica – la Sezione regionale di controllo segnala l’inefficiente utilizzo delle risorse Pnrr, il disallineamento tra i dati Regis e le risultanze contabili, ed infine ritardi e mancata alimentazione della piattaforma Regis, con il conseguente inserimento di informazioni inattendibili».

Nell’ambito dei controlli relativi al giudizio di parificazione del rendiconto della Regione Calabria – si legge ancora nel documento – è stato rilevato un potenziale rischio di sovrapposizione tra le diverse fonti di finanziamento del Servizio idrico integrato. Non risultano, tuttavia, strumenti integrati di monitoraggio e tracciabilità delle fonti, né un presidio metodologico volto – questo il giudizio della magistratura contabile – a prevenire e verificare il rischio di doppio finanziamento, come previsto dalla normativa.

Migliaia di progetti sono ancora fermi al palo e la quota dei pagamenti, appena il 17%, è la più bassa d’Italia. I Comuni sono in crisi, avanzano solo i grandi soggetti attuatori. I fondi non spesi dovranno essere restituiti e i numeri di oggi dicono che sono a rischio 7 miliardi di euro. C’è l’obbligo di spesa ed il principio è chiaro: i finanziamenti ottenuti devono essere impiegati secondo i progetti approvati e se gli enti non raggiungono gli obiettivi stabiliti le risorse non utilizzate dovranno essere restituite alla Commissione europea.

Il richiamo della Corte dei conti sullo stato di attuazione del Pnrr e sui ritardi accumulati in Calabria trova conferma nei dati pubblicati dalla piattaforma OpenPnrr di Openpolis aggiornati al 14 ottobre 2025.

In generale e in termini di avanzamento finanziario globale in Italia, è stato impegnato il 59,2% dei 60,8 miliardi di risorse complessive necessarie a realizzare gli interventi, con pagamenti di poco inferiori al 30% del costo totale, che salgono a quasi il 32% (oltre 15 miliardi) se si considerano le sole risorse PNRR (47,5 miliardi). Emerge che circa un terzo dei progetti finanziati con fondi PNRR (19,3 miliardi su un totale di 58,6) risulta realizzato.

I dati presi in esame confermano un avanzamento meno rapido (30,1%) dei progetti legati all’attuazione di lavori pubblici, che assorbono la quota maggiore di risorse (circa 40 miliardi, pari al 68%). Il livello di utilizzo per la concessione di contributi è del 41%, quello per l’acquisto di beni è pari al 44,9%.

Le realizzazioni, specifica la magistratura contabile, possono aver risentito dell’andamento dei trasferimenti dalle amministrazioni titolari e qualche preoccupazione legata ai tempi di completamento degli interventi emerge, infine, dal controllo effettuato dalle Sezioni regionali, pur in presenza di situazioni eterogenee.

Resta in conclusione di un complessivo panorama a tinte grigie il fosco – assai fosco – dato calabrese a sei mesi dalla scadenza, con Comuni virtuosi che hanno lavorato e bene (Cosenza è uno di questi e ne va dato atto pubblicamente all’Amministrazione guidata da Franz Caruso) ma il resto della truppa indietro.

Resta valida dunque la proposta della sindaca di Siderno, Mariateresa Fragomeni: perché rischiare di perdere fondi e risorse fondamentali per il futuro dei cittadini quando si potrebbero rimodulare e distribuire a chi ha dimostrato, in maniera netta e incontrovertibile, di avere capacità di progettazione e spesa?

È questo infatti l’interrogativo che si è posto Fragomeni, che è anche vicepresidente Anci Calabria, che ha portato nelle scorse ore a scrivere direttamente a Tommaso Foti, ministro per gli Affari Europei, il Pnrr e le politiche di coesione, per richiedere una diversa rimodulazione dei fondi a favore di quei Comuni che hanno rimostrato di sapere spendere, nei tempi e bene, le risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

da “il Quotidiano del Sud” del 24 gennaio 2026
foto: pagina fb di Mariateresa Fragomeni

Referendum giustizia, al governo non basta l’indipendenza dei magistrati.-di Enzo Paolini

Referendum giustizia, al governo non basta l’indipendenza dei magistrati.-di Enzo Paolini

“Con la riforma mai più invasioni di campo dei P.M. Quando governerà il PD servirà anche a loro”.
Se fosse vero che il Ministro Nordio ha pronunciato queste parole, sarebbe la piena confessione del fatto che la cosiddetta riforma della Giustizia sottoposta a referendum altro non è che un mezzo per sottoporre la Magistratura, soprattutto la Pubblica Accusa, al controllo del potere politico. Oggi in mano al centrodestra, domani, chissà, ad altro schieramento. Donde la strizzatina d’occhio del Ministro all’attuale opposizione.

Un lapsus, (linguae) certo, una gaffe, o piuttosto una “voce dal sen fuggita” ad un politico inesperto per dire cosa effettivamente si pensa ma si nasconde a parole.

Non è sufficiente, ovvio, per determinare o influenzare il voto, ma poiché in un intenso convegno organizzato dagli avvocati per il Si ho espresso perplessità rispetto alle posizioni pro-governo registrando reazioni perentorie (talune argomentate, altre no) che mi hanno fatto riflettere chiedo ospitalità al Quotidiano per proporle in maniera più chiara e magari suscitare un dibattito fondato su visioni di sistema più che su pregiudizi ideologici o, peggio, avversioni corporative reciproche tra avvocati e magistrati.

Sgombriamo il campo dal primo equivoco: il referendum non riguarda la separazione delle carriere, perché in sostanza già esiste. Si chiama separazione delle funzioni perché è stabilito che il magistrato può scegliere quale percorso di carriera vuol fare – se requirente o giudicante – e non può cambiare se non una sola volta accettando anche di essere trasferito in distretto diverso. Pochissimi lo fanno, per cui è un fenomeno ininfluente.

Per azzerarlo del tutto, sarebbe sufficiente cancellare – con legge ordinaria, o con semplice disposizione regolamentare – anche tale residua possibilità.
Dunque, è evidente, il problema non è questo.

Allora ci sta una premessa. La Costituzione italiana, all’art. 104 comma 1 stabilisce che “la magistratura costituisce un ordine autonomo ed indipendente da ogni altro potere”. Tale affermazione non distingue tra giudici e pubblici ministeri, che sono entrambi ricompresi nell’ordine giudiziario perché il PM, pur svolgendo funzione diversa dal Giudice è parte integrante del sistema dal momento che esercita l’azione penale non in nome del Governo ma in nome della legge.

I costituenti scelsero consapevolmente questo modello per evitare (il ritorno a) forme di giustizia asservita al potere esecutivo, come avveniva durante il fascismo, quando il PM dipendeva gerarchicamente dal Ministro della Giustizia. L’unitarietà delle carriere non è dunque un accidente storico ma un presidio di libertà.

I sostenitori della riforma Nordio osservano che nella nuova formulazione non v’è alcuna esplicita sottoposizione dell’ufficio del PM alla diretta ingerenza o direttiva del Ministro o in generale del potere politico. Ed è vero.
Ma qui le perplessità aumentano, perché come insegna la storia, le garanzie democratiche non vengono demolite all’improvviso, ma erose gradualmente, attraverso riforme che alterano gli equilibri senza dichiararlo apertamente.
L’insidia – a mio avviso – sta nella modifica del CSM, l’organo di autogoverno della Magistratura pensato per sottrarre le nomine, le carriere e i procedimenti disciplinari all’influenza del potere politico.

Anche qui si dice una cosa vera e cioè che oggi il CSM viene composto secondo aree di influenza politica. Donde i rischi di condizionamento dei Giudici, la cui vita professionale (con tutti i risvolti personali) sarebbe determinata dalla politica.

Il rimedio, cioè la creazione di due CSM, uno per i requirenti ed uno per i giudicanti, peggiora però le cose, dal momento che la riforma prevede che per ognuno di essi i membri cosiddetti laici siano sorteggiati all’interno di una lista stabilita dalla maggioranza parlamentare mentre i togati siano estratti a sorte tra tutti i magistrati in servizio.
Il che vuol dire – di tutta evidenza – che la parte politica dei CSM sarà strutturata e provvista di un ben definito indirizzo (anche ideologico) mentre quella togata rimane affidata al caso.

Dunque la presenza di membri laici indicati dalla politica nei due distinti CSM moltiplica i punti di contatto tra politica e magistratura aumentando il rischio di interferenze e condizionamenti, mentre dall’altra parte il sorteggio per i togati non garantisce né competenza, né autorevolezza, né attitudine.

Un organo di autogoverno dev’essere composto da magistrati con esperienza riconosciuta, capacità e senso delle istituzioni. Affidare tale funzione al caso appare molto pericoloso perché l’assenza di meccanismi di rappresentanza e responsabilità non produce neutralità ma opacità e irresponsabilità.

Sgombriamo il campo anche dal secondo equivoco, quello della banalità del caffè o delle stanze vicini, dei rapporti di amicizia o del calcetto. Questi sono argomenti da bar sport.

E anche delle grida contro i casi di malagiustizia che dimostrerebbero il malfunzionamento del sistema.
Casi che – evidentemente – non sono pertinenti al tema del referendum ma che, a tutto concedere dimostrano il contrario. Lo scempio di grandi processi ad esempio quello di Giacomo Mancini dimostra – come ebbe a dire lo stesso leader socialista dopo le due assoluzioni pronunciate dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria e dal Tribunale di Catanzaro a fronte di pesantissime richieste delle Procure – che il sistema funziona.

Esso appare talvolta diretto ed interpretato da persone che sbagliano o che, peggio, sono in malafede ma i pesi ed i contrappesi, pensati dal Costituente, dimostrano che proprio nel contesto generale di sistema risiede la garanzia del cittadino.

D’altra parte la recentissima vicenda di Salvini, assolto dopo una asperrima e determinata contrapposizione con la Procura procedente sta a certificare come non vi sia alcun precostituito e costante appiattimento dei Giudici sulle tesi dei P.M.
Allora la domanda: perché un Governo che ha avuto tale evidentissima dimostrazione di indipendenza insiste nella affermazione contraria? Il sospetto che induce è che non gli sia sufficiente il giudizio indipendente del Giudice. Non basta, serve il controllo, la dipendenza dell’accusa, occorre essere esenti pregiudizialmente dal dissenso. E qui per me si alzano (si dovrebbero alzare per tutti) le antenne del pericolo.

Il punto è che di esempi di questo tipo, così come di segno opposto, tali cioè da far pensare ad una commistione tra accusatori e giudicanti, ve ne sono a iosa ma proprio questo non può che condurre ad una conclusione: non è il sistema che va cambiato ma è la qualità degli interpreti che lo rende più o meno accettabile nelle curve della storia.

All’affermazione – condivisibile – secondo la quale attualmente vi è una palpabile sensazione che talune scelte nell’ambito delle competenze del CSM siano condizionate da convenienze ed interessi, si può rispondere con una domanda: “vogliamo un sistema come quello pensato dai costituenti che è coerente con i principi di democrazia e dell’indipendenza della Magistratura, garanzia delle libertà dei cittadini, che però talvolta è diretto e interpretato da una classe dirigente non all’altezza, oppure vogliamo un altro sistema che, con questo pretesto, avvia il processo di istituzionalizzazione della dipendenza della Magistratura dal potere politico, come candidamente ammesso dal Ministro Nordio?”.

Parlo per me: nonostante tutto io scelgo il primo e per evitare le attuali storture, evidenti, continuerò a battermi perché la classe dirigente a tutti i livelli, dalle istituzioni, alle ASP, alla Magistratura, sia selezionata diversamente, cioè al rialzo qualitativo e non al ribasso, come avviene oggi.

E ciò seguendo la lungimirante lezione di Cossiga il quale, all’alba della cosiddetta seconda Repubblica quando un Giudice calabrese in un famoso processo gli chiese di deporre sul voto di scambio tra politica e malaffare rispose: “vede Presidente, la politica è il frutto di uno scambio, di un patto tra cittadino e colui che viene scelto per rappresentarlo. Tu mi voti ed io ti prometto di agire in un certo modo. La garanzia sta nel controllo del popolo. Il sistema elettorale con preferenze e calcolo proporzionale dei seggi, comportava la ricerca del consenso e quindi una connessione diretta e sempre viva della cittadinanza con i suoi rappresentanti, come da Costituzione. La sua sostituzione con un sistema maggioritario a liste preconfezionate e senza preferenze sostituisce la ricerca del consenso con la ricerca del potere, sistema nel quale l’eletto non risponde a nessuno perché nessuno lo ha eletto”.

Analisi lucidissima, eppure è andata così: presi dalla suggestione del malaffare nella politica, invece di cambiare le persone che ne inquinavano l’azione abbiamo ritenuto di cambiare il sistema. I risultati in termini di qualità della classe dirigente si vedono.

Mutatis mutandis, con questa riforma rischiamo di fare lo stesso errore: invece di agire per porre in essere le condizioni per migliorarne gli interpreti, si pensa di cambiare il sistema pensato e voluto da Calamandrei, Moro, Nenni, De Gasperi, Leone, Pertini, Mortati e Terracini e altri giganti del pensiero costituzionale.
Con tutti i problemi io continuo a condividere la loro visione.

da “il Quotidiano del Sud” del 23 gennaio 2026
Foto: Roberto Monaldo / LaPresse

Giustizia. Tante firme per l’altro referendum.-di Filippo Veltri

Giustizia. Tante firme per l’altro referendum.-di Filippo Veltri

La raccolta delle firme per il referendum sulla legge Nordio sta fornendo risultati positivi, ben oltre le previsioni. Prosegue infatti fino al 31 gennaio ma ormai sono state raggiunte le 500.000 firme necessarie (con dati di ieri siamo infatti al 100%) per diventare un soggetto promotore con tutte le garanzie previste dalla legge. L’iniziativa sta ottenendo una risposta oltre il previsto perché ha incontrato un sentimento diffuso nell’opinione pubblica che vuole contrastare soprattutto l’arroganza delle destre nell’uso del potere e della maggioranza parlamentare.

Il Comitato per il No – presieduto da Giovanni Bachelet – che unifica le organizzazioni della società civile ha deciso di sostenere la raccolta delle firme, considerandola la prima iniziativa che il Comitato per il No sostiene proprio per entrare più rapidamente nella campagna elettorale, che ha il compito di spiegare le ragioni della richiesta ad elettrici ed elettori anzitutto di recarsi a votare per decidere e votare NO nel referendum per bocciare la legge Nordio

Dall’assemblea nazionale del 10 gennaio scorso è partita così una forte indicazione per iniziative in tutto il paese, accompagnando la raccolta delle firme con la costruzione dei comitati locali per il No. A Catanzaro è stato già costituito e a Cosenza sarà fatto martedì 20 nel salone della CGIL.

Per vincere il referendum – è stato il cuore della manifestazione di sabato scorso- non basterà la mobilitazione necessari per raccogliere almeno 500.000 firme, per quanto sia importante, ma occorre immaginare una campagna ben più ampia, diffusa, chiara, in grado di arrivare ovunque con argomenti convincenti.

La legge Nordio che pretende di cambiare la Costituzione è stata proposta dal Governo, mentre le modifiche alla nostra Carta Costituzionale dovrebbe essere materia del Parlamento, il quale invece ha solo assistito passivamente alla discussione. La legge Nordio è stata infatti approvata nelle 4 letture (previste dall’articolo 138 della Costituzione) senza dare la possibilità di alcuna modifica da parte dei parlamentari, sia di maggioranza che di opposizione. A questo punto l’unica possibilità che resta a disposizione di elettrici ed elettori per fermare l’attacco all’indipendenza dei magistrati è la vittoria del No nel referendum che il Governo ha fissato per il 22 e 23 marzo prossimi (a meno di interventi della Suprema Corte).

Il governo ha voluta ad ogni costo questa legge perché non sopporta i controlli dei magistrati (vale la pena rileggere a tal proposito le parole della premier Meloni nella conferenza stampa della scorsa settimana) e in questa allergia ai controlli istituzionali somma tutto e il suo contrario: dalle sentenze sui diritti degli immigrati che continuano a lasciare vuoti i centri in Albania fino alla Corte dei Conti che ha costretto a rivedere l’attuazione del ponte sullo stretto alla luce delle norme italiane ed europee. La Corte dei Conti ha già subito le conseguenze delle sue decisioni con l’approvazione a tambur battente di una legge che taglia pesantemente le sue possibilità di intervenire e in sostanza è stato un antipasto di quello che accadrebbe se la legge Nordio venisse approvata.

La separazione delle carriere è in verità un obiettivo che serve solo a nascondere quello vero e cioè indebolire il ruolo del Consiglio superiore della Magistratura – cioè la rappresentanza dell’autogoverno della magistratura – che verrebbe diviso in 3: due Csm, uno per i Giudici, uno per i PM, più una Commissione disciplinare esterna ai Csm, cancellando il diritto dei magistrati di eleggere i loro rappresentanti (come è attualmente) per fare sorteggiare la loro rappresentanza, parificando la scelta della componente magistrati alla tombola di fine anno.

E’ evidente che l’obiettivo del governo è avere una magistratura addomesticata che interpreti la linea repressiva e securitaria del governo. Solo bocciando la legge Nordio si otterranno poi ripensamenti del governo sul premierato, altro stravolgimento della Costituzione, e sul tentativo di anticiparlo con una nuova legge elettorale, mentre sullo sfondo continuano le manovre di Calderoli, in combutta con alcune regioni del Nord, per aggirare le sentenze della Corte costituzionale sull’autonomia regionale differenziata.

da “il Quotidiano del Sud” del 17 gennaio 2026