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Nella Sibari antica si scivola sul fango e sui silenzi.-di Battista Sangineto

Nella Sibari antica si scivola sul fango e sui silenzi.-di Battista Sangineto

“Sul fango si scivola”. Con questa ammissione di disarmante rassegnazione, il Direttore del Parco Archeologico di Sibari ha, recentemente, rotto l’incantesimo della rappresentazione pubblica del “tutto va bene”, confermando che il sito ed il museo restano chiusi e che la situazione, dopo l’alluvione di febbraio scorso, è persino peggiorata. Un’onestà intellettuale che apprezziamo, ma che non può bastare a coprire le evidentissime difficoltà logistiche e concettuali di una gestione del patrimonio inadeguata alla bisogna.

A lasciare sbigottiti sono le giustificazioni addotte per il mancato arrivo delle nuove idrovore; i ritardi sarebbero dovuti alla guerra in Ucraina, alla crisi in Medio Oriente e del blocco dello Stretto di Hormuz. Viene da chiedersi se è mai possibile che la sopravvivenza del patrimonio archeologico più importante della Magna Grecia debba dipendere dagli equilibri geopolitici mondiali. Davvero per asciugare il Parco del Cavallo dobbiamo attendere la pace a Gaza?

La realtà è molto meno esotica e decisamente più vicina ai cancelli del Museo. Basta guardare lo scatto satellitare del 30 gennaio 2026 (foto), appena due settimane prima del disastro. L’immagine mostra che l’alveo del fiume Crati, soprattutto in prossimità del sito archeologico di Parco del Cavallo, appare come un imbuto strozzato perché gli agrumeti risultano aver occupato sistematicamente le aree golenali, riducendo la capacità di contenimento delle piene. Si tratta di un tratto fluviale segnato da fragilità strutturali degli argini e da una gestione complessa delle piene, come evidenziato da studi tecnici sul Crati.

Non si tratta di una fatalità. Come ha osservato l’ingegnere idraulico Paolo Veltri (Unical), si tratta anche di “gravi errori di valutazione” nella gestione del sistema fluviale. È una storia che si ripete da tredici anni. Si tratta di criticità già note da anni, formalizzate anche in perizie tecniche per la Procura di Castrovillari, che classificano l’area come a rischio idraulico massimo (R4), dove sarebbero vietate trasformazioni del territorio.

Già nel 2013 la Procura di Castrovillari indagò 40 persone proprio per quegli agrumeti abusivi; nel 2020 i Carabinieri ne sequestrarono 50 ettari. Eppure, nel 2026, siamo ancora qui a parlare di “emergenza imprevedibile”, mentre il fiume resta ostaggio di piantagioni estese nelle aree golenali.

Chi scrive ricorda bene il gennaio 2013, quando lanciò sulle colonne di questo giornale il primo allarme che diede vita alla storica campagna “Mai più fango” di Matteo Cosenza. Allora rispondemmo scendendo negli scavi con le pale insieme agli studenti dell’Unical; oggi, quella stessa Sibari appare tristemente rassegnata a un destino di melma e silenzi.
Il paradosso più evidente emerge non appena si ha la pazienza di consultare i documenti ufficiali.

I famosi, e molto sbandierati, 18 milioni di euro (per l’esattezza 18.693.250 euro, sbloccati con delibera CIPESS dell’agosto 2022) non erano un fondo d’emergenza per comprare semplici idrovore, ma nascevano come “opere compensative ambientali” per la costruzione del 3° Megalotto della nuova Strada Statale 106 Jonica.

All’epoca, quegli oltre 18 milioni vennero salutati come l’alba di un nuovo Rinascimento per Sibari. Lo scintillante “masterplan” prevedeva: il miglioramento degli accessi, la realizzazione di una nuova viabilità stradale e di una rotatoria, l’avvio di nuove ed epocali campagne di scavo, il recupero delle strutture archeologiche e dei reperti e l’immancabile “valorizzazione” del sito.

Oggi, di fronte all’ammissione di resa della direzione, l’elenco di quelle promesse suona come illusorio e inattuabile. A cosa serve, infatti, progettare “nuovi accessi e rotatorie” se, quando si presentano condizioni meteorologiche avverse, i cancelli del Parco restano sbarrati perché, per ammissione dello stesso direttore, “sul fango si scivola”?

Credo, però, che ci sia un aspetto ancora più grave che è quello che riguarda i magazzini del Museo. Subito dopo l’alluvione, la direzione si era affrettata a rassicurare l’opinione pubblica, dichiarando con fermezza che non c’erano danni ai reperti conservati e che le collezioni erano salve. Oggi, a distanza di mesi, la realtà che emerge è a dir poco drammatica: i locali che ospitano i depositi sono stati sommersi fino a oltre un metro e mezzo di acqua e melma, al punto che si rende necessario il rifacimento totale dei pavimenti. Se le strutture murarie sono ridotte in questo stato, è inevitabile interrogarsi sulle condizioni in cui si trovano, ora, i materiali archeologici contenuti nei suddetti depositi.

Quale senso ha il ‘masterplan’ che finanzia “nuove campagne di scavo” se le strutture già riportate alla luce da decenni stanno inesorabilmente tornando sott’acqua e i reperti già estratti sono stati riseppelliti nel fango dei magazzini del Museo? A quale “valorizzazione” stiamo brindando, se le pompe idrovore non entrano in funzione per le crisi in Medio Oriente, condannando alla distruzione la memoria stessa della Sibaritide?

Eppure, per brindare, il tempo (e i fondi) si trovano sempre. Non è passato molto tempo da quando abbiamo visto il sito archeologico prestarsi a palcoscenico per eventi promozionali con tanto di banchetti e calici levati tra le vestigia della Magna Grecia.

È il modello spettacolare che trionfa, quando il Parco smette di essere un luogo di studio e conservazione per diventare, invece, una “splendida cornice” per sagre enogastronomiche. Si brinda al “brand” nelle fiere internazionali, mentre la Sibari antica viene lasciata nel fango dell’incuria, in attesa che la geopolitica mondiale si decida a far arrivare il gasolio per le idrovore.

Forse, più che cercare spiegazioni negli equilibri geopolitici globali, sarebbe opportuno tornare a impegnarsi su aspetti più cogenti come la gestione del demanio fluviale, il rispetto dei vincoli nelle aree a rischio idraulico, la manutenzione ordinaria e straordinaria del territorio. Perché la valorizzazione non si misura nei brindisi o negli eventi, ma nella capacità di garantire la tutela materiale del patrimonio e la sua fruibilità nel tempo.

E non si tratta, purtroppo, di deviazioni occasionali, ma dell’applicazione sistematica di un modello gestionale fondato sulla centralità dell’intrattenimento, in cui il sito archeologico viene usato come una scenografia per qualsiasi iniziativa capace di garantire visibilità e ritorno mediatico.

Usare il patrimonio culturale alla stregua di un contenitore neutro o di una semplice leva di mercificazione territoriale significa, di fatto, smarrirne la funzione civile, annullando l’essenziale distinzione che esiste tra valorizzazione e sfruttamento.

Continuare a investire in progetti di superficie senza affrontare le criticità strutturali del sistema idraulico significa esporsi, inevitabilmente, al ripetersi degli stessi eventi. Perché, a questo punto, il rischio è che non sia più solo il fango a far scivolare, ma l’intero sistema di salvaguardia e di gestione del patrimonio dei beni della cultura.

da “il Quotidiano del Sud” del 20 aprile 2026

Immagine da Google Earth del 30.01.2026, due settimane prima dell’alluvione. Si notino, in corrispondenza del sito archeologico di Parco del Cavallo, gli agrumeti piantati nelle aree golenali del Crati.

Addio all’archeologo Roberto Spadea.-di Alfredo Ruga

Addio all’archeologo Roberto Spadea.-di Alfredo Ruga

È difficile con poche parole raccontare e ritrarre un uomo, uno studioso, un amico, un maestro d’altri tempi che ci ha lasciati ieri 26 giugno, Roberto Spadea.

Con la sua “missione” di funzionario archeologo, profondamente legato al senso del dovere e dello Stato, per educazione, formazione e cultura familiare, ha segnato alcuni decenni della ricerca, della tutela e della divulgazione archeologica in Calabria, la sua Calabria, vissuta e frequentata intensamente.

Dalla natìa Catanzaro (qui era nato il 17 marzo 1947) alle altre città grandi e piccole che lo hanno accolto e visto operare dal 1978 con tenacia, caparbietà e acribia, Reggio di Calabria (sede dell’allora Soprintendenza alle Antichità poi Archeologica e Archeologia della Calabria, prima delle varie riforme e ridefinizioni che hanno visto nascere le attuali tre Soprintendenze con competenze su Reggio Calabria e Vibo Valentia, su Catanzaro e Crotone, su Cosenza), Crotone (sede dell’Ufficio Scavi per le province di Catanzaro e Crotone), Cirò e Cirò Marina, Santa Severina, Lamezia Terme, Nocera Terinese, Tiriolo, Borgia, Simeri Crichi.

Tutte tappe importanti del suo percorso professionale e umano nelle quali saputo lasciare la sua impronta e il frutto del suo amore dirigendo il laboratorio della Soprintendenza tra il 1982 e il 2005, ideando e realizzando o rinnovando Musei e Antiquaria e Parchi archeologici nazionali (Crotone, Capo Colonna, Roccelletta-Scolacium) e di enti locali (Museo archeologico provinciale di Catanzaro, Lamezia Terme-Museo Lametino e parchi di Terina e Abbazia di Sant’Eufemia, Cirò, Santa Severina, Tiriolo, Falerna-Pian delle Vigne, Antiquarium di Simeri Crichi).

Il suo percorso, segnato da una sfaccettata personalità a volte schiva e a volte burbera, a tratti spigolosa e severa ma pur sempre sensibile e appassionata, mai incline ai compromessi, era legato poi ad alcuni ambienti culturali altamente stimolanti sul piano intellettuale ed interiore. In primo luogo Roma, dove si svolgeva, quando non era in Calabria, parte della sua vita familiare accanto alla carissima moglie Maria Letizia Lazzarini, studiosa di chiara fama di epigrafia greca e docente prima a Napoli e poi a Roma.

E poi Napoli e gli ambiti salernitano, pugliese (Bari e Lecce), siciliano e infine Milano Tutti ambienti cui si sentiva profondamente legato e con cui ha continuato a mantenere contatti, intrattenendo relazioni professionali ed amicali con una miriade di colleghi e studiosi, non solo archeologi e storici, invogliando giovani personalità a spostarsi per lavorare in Calabria, per esempio a Kroton, Terina, Agro Teurano e Scolacium e accendendo collaborazioni con prestigiose Università come Lille (Juliette de la Genière) e Texas (Joseph C. Carter e Cesare D’Annibale).

La sua capacità organizzativa ha invogliato, guidato, appassionato e insegnato a tanti come me che hanno intrapreso la professione di archeologo, facendoci capire sempre più che pur con le difficoltà, gli ostacoli e le immancabili delusioni, non bisogna perdere di vista gli obiettivi da raggiungere nel campo professionale, applicandosi con dedizione e costanza, con ferrea disciplina (appassionato come era di Paolo Orsi), per divulgare, valorizzare, conservare e tutelare il nostro patrimonio culturale.

Mi piace ricordarlo ancora in un giorno assolato a Vigna Nuova di Crotone o a Scolacium, mentre con i suoi immancabili occhiali da sole e la bandana al collo discutevano dei ritrovamenti e di strategie di scavo o a notte fonda, ormai a poche ore dall’inaugurazione, mentre ancora con le vetrine aperte di uno dei tanti musei creati, mettevamo l’ultimo reperto o spostavamo una didascalia.

O ancora, sempre con le tante colleghe e colleghi con cui facevamo squadra con lui, preparare testi e presentazioni per convegni che aveva organizzato o a cui ci aveva spinto a partecipare. O infine seduti fianco a fianco presso un editore a correggere bozze o ad impaginare i nostri testi e far migliorare le immagini a corredo di essi.