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Piccolo Bignani. Voti senza profitto e conoscenza.-di Enzo Paolini

Piccolo Bignani. Voti senza profitto e conoscenza.-di Enzo Paolini

Bignami. Un nome che evoca una serie di libretti, compendiosi e ben fatti, sulla materia di studio, utili a fornire le basi minime per rabberciare i voti necessari agli esami di maturità.

Anche oggi è così. Sentire un omonimo sedicente politico parlare di legge elettorale soglie minime, premi di maggioranza, con la sicumera di chi non sa niente dell’argomento sul quale si cimenta, fa capire lo scopo: rabberciare voti passare l’esame (in questo caso di maturità politica) e tirare a campare.
Niente prospettive, niente visione, niente progetto.

Bene, dal sarcasmo perché è una questione maledettamente seria c’è da chiedersi perché non ci si accorge che la discussione sulla legge elettorale nel nostro Paese, nelle nostre Istituzioni, ovunque è una immonda barzelletta, degna di un popolo sottosviluppato?

Come è possibile che non ci si accorge che se in 10 anni, sono state promulgate quattro leggi elettorali diverse (porcellum, italicum, rosatellum e quella che sta per essere oscuramente sfornata) c’è un problema democratico grande come una montagna. Evidentemente ogni maggioranza ha ritenuto di cambiare il metodo di elezione per piegarlo – nelle intenzioni – ai propri interessi pensando che con certi argomenti potesse ottenere più seggi in Parlamento e quindi più potere. Dico nelle intenzioni perché poi non sempre – anzi mai – è andata come volevano i promulgatori, ma il punto è proprio questo.

Siamo alla mercè della classe politica dirigente più inadeguata, incompetente e meno politica della storia del nostro paese, che messi in disparte tutti gli altri problemi che interessano i cittadini si impegna, ogni due/tre anni a ricercare i meccanismi più iniqui, impedenti improbabili, incostituzionali (e chissenefrega è il loro pensiero, tanto, una volta seduti non ci schioda nessuno, manco la Corte Costituzionale) per scansare consensi, discussioni, ragionamenti dibattiti ed essere semplicemente nominati e ottenere tanti posti quanti ne servono per consentire la stabilità, la governabilità.

Categorie che nel loro pensiero – neanche più nascosto – di tutti, ma proprio tutti, anche di coloro elargitori di promesse poi immancabilmente sacrificate sull’altare delle convenienze non è la garanzia di un governo compatto, deciso esente da influenze esterne, che sa quello che vuole, nell’interesse dei cittadini.

No di tutto questo, come sappiamo bene, non gliene frega una mazza a nessuno.

Per loro – i nominati – lo capiamo benissimo la stabilità importante è quella della loro poltrona, per la occupazione della quale non intendono essere votati da nessuno, non vogliono sottoporsi ad alcuna valutazione dell’elettore. Vogliono essere nominati con liste bloccate e premi di maggioranza in modo da ottenere la maggioranza anche se non sono maggioranza!!

Ma noi non siamo stupidi. Basta con questo immondo teatrino sulla legge elettorale e sulla pella del nostro Paese e delle nostre Istituzioni che meritano di meglio.La vera stabilità, la vera governabilità è assicurata non di chi vince e prende tutto, ma dalla discussione e dal dibattito politico alla ricerca di una sintesi. Per questo si chiama Parlamento.

E per questo dal dopoguerra fino al 1994 v’è stata una sostanziale stabilità e governabilità. Cambiavano i nomi ma governavamo. E producevamo riforme epocali che durano ancora: il voto ai diciottenni, il diritto di famiglia, il divorzio, la riforma sanitaria, l’aborto, lo statuto dei lavoratori, ecc. ecc.

Il sistema elettorale era semplice. Il proporzionale, cioè quello che deve essere per condurre in Parlamento l’esatta rappresentazione della società del Paese, le idee, gli interessi, le categorie, ed anche i sogni e le speranze. E con le preferenze, in modo che ciascuno eletto si senta e fosse responsabile delle sue azioni e dei suoi comportamenti politici nei confronti dei suoi elettori.

Un sistema che l’Assemblea Costituente non inserì nella Costituzione perché riteneva impensabile non adottare questo sistema. Non potevano immaginare i costituenti alcuno scempio di democrazia di adesso di adesso cui tutti, ma proprio tutti partecipano. Si discute se un sistema “conviene” più di un altro. Non se è rappresentativo del popolo. Ma solo se porta, in teoria, il vantaggio per la propria tribù e/o per il proprio interesse personale.

Una vergogna diciamolo pure, senza timori: una vergogna non degna di un paese che si ritiene serio e civile. Ma quattro leggi elettorali in dieci anni non sono il prodotto di un paese serio e civile. Deridono solo la sfrontatezza e la miseria di una classe dirigente sfruttata, impreparata ed impudente.

E allora, di fronte a tutto questo ed alla prospettiva che si pone non rimane che una scelta: l’unica manifestazione di volontà, diretta, personale ed efficace per far sentire la propria voce, cioè non votare, non partecipare, legittimandola, all’ennesima presa in giro del popolo italiano, volta alla Costituzione di un Parlamento non rappresentativo di nessuno perché farcito di nomi inseriti in liste preconfezionate e per di più catapultati sugli scranni in virtù di premi di maggioranza, cioè senza voti.

Basta, la lezione del referendum ha indicato la strada. Vogliamo votare – andiamo a votare – per decidere ed incidere. Quindi ci vuole un sistema proporzionale però e le preferenze. Fino al quel momento è inutile partecipare ad una partita truccata.

Teniamoci fuori dal tavolo dei bari ma facciamo sentire la nostra voce di indignati, di arrabbiati, di astensionisti, non indifferenti, ma al contrario molto interessati al vero cambiamento, alla vera governabilità, alla vera politica. Che non cammina sulle gambe dei nominati senza voti. La nostra matita in cabina elettorale deve servire per scegliere non per ratificare supinamente scelte di altri.

Quindi: proporzionale e preferenze.
Fino a quando non sarà ripristinato il sistema pensato e applicato dai Costituenti, è davvero inutile votare.

da “il Quotidiano del Sud” del 2 giugno 2026
Foto di Bartosz Kapka da Pixabay

La Calabria e il Mezzogiorno nel paese delle diseguaglianze.-di Tonino Perna

La Calabria e il Mezzogiorno nel paese delle diseguaglianze.-di Tonino Perna

Lo scorso 7 novembre “Italia Oggi” ha pubblicato il Report sulla qualità della vita nelle provincie italiane, una ricerca condotta in partnership con l’Università La Sapienza di Roma. Precisiamo subito che i dati si riferiscono in gran parte al 2021 e la graduatoria finale è la media di ben 92 indicatori che spaziano dai servizi sociali ai reati, dalle criticità finanziarie al tempo libero, dal patrimonio al reddito, dall’inquinamento alla durata media della vita, dai tassi di immigrazione al tasso di disoccupazione, ecc. Ne abbiamo citato solo alcuni per la complessità della ricerca realizzata. Certamente la “qualità della vita” non è misurabile come non lo è la felicità. I testi sulla felicità percepita dai popoli mi hanno fatto sempre sorridere per l’assoluta ingenuità e presunzione di poter misurare ciò che non lo è, di voler comparare ciò che non è comparabile. Comunque, con tutti questi limiti, questa ricerca è preziosa, soprattutto se andiamo ad analizzare alcuni dati incontrovertibili.

Entrando nel merito diciamo subito che il quadro complessivo che ci viene presentato è l’immagine di un paese in cui le diseguaglianze sociali e territoriali crescono ancora. Su 107 province italiane 35 appartengono al Mezzogiorno e rappresentano circa il 34% della popolazione residente a livello nazionale, e circa il 30% della popolazione presente. La distanza tra questa parte del nostro paese e il centro-nord si è accentuata. Nella graduatoria finale nei primi 63 posti ci sono solo province del Centro Nord! Nelle ultime venti province ci sono solo quelle del Mezzogiorno ad esclusione delle province dell’Abruzzo, Molise, Basilicata e parzialmente della Sardegna. Quindi registriamo anche una divaricazione all’interno del Mezzogiorno, con alcune aree che tendono a stabilirsi su parametri più vicini al Centro Italia. Crotone, come ormai è noto, compare ancora una volta all’ultimo posto, mentre la provincia catanzarese si conferma la migliore della Calabria. Al di là delle divaricazioni nel reddito pro-capite quello che più colpisce è lo scarto in altri settori.

Colpisce in particolare lo scarto esistente per quanto riguarda la voce “istruzione e formazione”: nelle prime 68 province italiane non ce n’è una meridionale, ad eccezione di Cagliari e delle province abruzzesi e molisane. Tra le province calabresi spicca, come c’era da attendersi, la migliore performance per Cosenza, mentre si conferma all’ultimo posto Crotone e non se la passa tanto bene neanche Reggio Calabria (102°) pur avendo due Università e vari istituiti di formazione. Colpisce il quart’ultimo posto di Napoli che occupa gli ultimi posti per la partecipazione alla scuola dell’infanzia, per il possesso di almeno un titolo di scuola media superiore e persino per il possesso della laurea, pur godendo di una prestigiosa Università come la Federico II.

Rispetto al tasso di mortalità, su 1000 residenti, è stato nel 2021 leggermente più alto nel Centro Nord rispetto al Sud (probabilmente perché la pandemia ha colpito più quest’area), mentre rispetto alla speranza di vita alla nascita è nettamente migliore la condizione del Centro Nord rispetto al Mezzogiorno, con la sola eccezione di Cagliari. In sostanza chi oggi nasce a Firenze o Milano ha mediamente più di tre anni e mezzo di aspettativa di vita rispetto a chi nasce nella provincia di Napoli, Enna o Siracusa, ultima in classifica (un dato, a nostro modesto avviso, legato al grande inquinamento del polo petrolchimico di Augusta- Priolo). Una buona notizia per i catanzaresi e vibonesi: gli over 65 hanno una speranza di vita di quasi un anno superiore al resto delle altre province calabresi. Più complessa l’immagine che la ricerca ci presenta rispetto a quello che definisce “sistema salute”. Nei primi venti posti della graduatoria troviamo undici province meridionali, mentre negli ultimi venti posti sono solo cinque le province meridionali, malgrado l’esperienza ci dica il contrario.

È invece molto chiaro il quadro che emerge rispetto alla microcriminalità, che poi è quella che preoccupa di più la maggioranza della popolazione. Se prendiamo in considerazione i “furti in appartamento” nelle prime 20 province più colpite dal fenomeno, 19 appartengono al Centro Nord. Per avere un’idea della differenza basti confrontare i 413 furti in appartamento ogni centomila abitanti a Bologna contro i 51 a Nuoro e 80 a Reggio Calabria. Ugualmente alla voce “scippi e borseggi” troviamo che ad Enna sono 5 ogni centomila abitanti, a Crotone 9, mentre nella sonnacchiosa Firenze 410 e a Milano 467! Al contrario per i “furti d’auto” a Sondrio e Pordenone se ne registrano 5 mentre a Barletta si arriva a 567 ed a Napoli 482. Negli ultimi venti posti in classifica, ad eccezione di Monza-Brianza, sono tutte province meridionali quelle che sono colpite da questo reato. Più variegato è il quadro nazionale per quanto riguarda le “estorsioni” : nelle ultime venti province accanto a Foggia (la peggiore), Trapani, Catanzaro, Vibo, Napoli, troviamo Asti, Trieste, Rimini, Bologna. Ma, le prime 20 province meno colpite da questo reato sono tutte del Centro- Nord ad eccezione di Benevento e Chieti.

Nella voce “turismo e tempo libero” la divaricazione C-N e Mezzogiorno è palese. Alla voce “sale cinematografiche” (in crisi come sappiamo in tutta Italia), le prime 30 province sono tutte del Centro-Nord (ad eccezione di Nuoro e Matera), così come le “palestre” ne abbiamo 13 a Rimini ogni 100.000 ab. e 0,5 a Crotone, ugualmente per il mondo delle “associazioni” dove alle 50 di Firenze, 49 di Siena e 46 di Trieste fanno da contraltare le 2,8 di Crotone (ultima in classifica), le 3,5 di Avellino. Buona la posizione di Reggio Calabria con 11,7 associazioni ogni centomila ab. e di Cosenza con 9.1. Anche in questo caso le prime 34 province sono tutte del C-N. Anche per le “librerie” abbiamo una situazione simile: le prime 23 province sono del C-N (con l’eccezione della solita Sassari, città ormai appartenente più al Centro che al Sud) e la 24° è Catanzaro, un dato che ci fa ricordare quanto scriveva Guido Piovene a metà degli anni ’50 su questa città nel suo famoso “Viaggio in Italia”: <>.

Un dato incredibile che contrasta con gli stereotipi è quello che si riferisce alla presenza di “bar e caffè” in percentuale rispetto agli abitanti: nei primi venti posti troviamo le province del C-N (16 su 20, a partire da Sondrio !) , mentre in fondo alla graduatoria c’è Catania, insieme ad una sfilza di province meridionali che occupano gli ultimi dieci posti. L’immagine del meridionale seduto al bar che chiacchiera o gioca a carte viene rovesciata. Stesso quadro ci offre la tabella relativa ai “ristoranti”: Ai 200 di Aosta, prima in classifica, si contrappongono i 21 di Caltanissetta o i 27 di Catania (un dato sorprendente!), e tra le prime trenta province nella graduatoria solo tre sono meridionali, l’Aquila, Teramo e la solita Sassari.

Per ragioni di spazio non possiamo approfondire il noto divario economico, ma possiamo dire che si conferma la crescita di questa distanza e mostrare un dato che forse è più significativo di altri: la percentuale di immigrati rispetto alla popolazione. I primi quaranta posti sono occupati esclusivamente dalle province del C-N , con la netta prevalenza di città capoluogo di medie dimensioni, mentre gli ultimi 25 posti in graduatoria appartengono al Mezzogiorno: se a Pavia o Biella ci sono 44 immigrati ogni 1000 residenti, a Barletta sono 10, a Bari 17, come a Crotone e Reggio Calabria.
Al di là dei dati relativi al mercato del lavoro, credo che questo sia un indice che meglio di ogni altro testimonia della diseguaglianza territoriale: i flussi migratori vanno dove c’è il lavoro e indirettamente ci danno una misura delle divaricazioni territoriali.

Infine, una nota positiva per alleggerire il quadro del Mezzogiorno. Malgrado i suoi tanti problemi sul piano socio-economico, i meridionali amano di più la vita del resto degli italiani: il tasso di suicidi è nettamente più basso nel Mezzogiorno rispetto al Centro Nord (con la sola eccezione di Genova, chissà perché?). Per avere un’idea: se a Napoli registriamo 2 suicidi ogni 100mila abitanti, a Bolzano sono 10, ad Aosta 12, e a Biella (ultima) arrivano a 15.
Non possiamo esimerci da una considerazione finale. L’Italia, come emerge da questa ricerca, è un paese complesso, articolato, dove non sempre la linea di demarcazione è quella Centro Nord –Mezzogiorno.

Anche all’interno dell’area meridionale ci sono delle differenze significative, ma nel complesso rimane intatta la “questione meridionale” , nell’accezione storica di questa categoria. Ovvero, rimane una distanza pesante e crescente nella formazione/istruzione, nei servizi sociali, nella domanda di lavoro, nella spesa per la cultura e il cosiddetto “tempo libero”. Se dovesse passare la “autonomia differenziata” reclamata dalla Lega, che si fonda sulla spesa storica nella pubblica amministrazione, questo divario verrà cementificato e non ci saranno più speranze per una unificazione del nostro paese. Che non significa che dobbiamo avere tutti lo stesso reddito pro-capite, ma i livelli essenziali di assistenza, le occasioni per istruirsi e formarsi, la spesa per la cultura, ecc. insomma gli stessi diritti di cittadinanza. Niente di più e niente di meno.

da “il Quotidiano del Sud” dell’11 novembre 2022