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Al di là di chi vincerà e elezioni alla Calabria serve un cambiamento.-di Filippo Veltri

Al di là di chi vincerà e elezioni alla Calabria serve un cambiamento.-di Filippo Veltri

La si veda come si vuole dal punto di vista strettamente elettorale e partitico ma un dato dovrebbe accomunare i due schieramenti in competizione per le elezioni regionali del prossimo ottobre: la Calabria ha bisogno di un cambiamento. Netto, chiaro, senza indugi.

Sono troppe le cose che non vanno, da tempo, da troppo tempo, e poche quelle che vanno, che non riescono tra l’altro a brillare nel grigio scuro generale e a fare rete. Non si tratta nemmeno di fare l’elenco della spesa di ciò che non va che è, tra l’altro, sotto gli occhi di tutti coloro che vogliono vedere e non starsene inerti. Il punto è più di fondo e magari un’elezione per quanto importante nemmeno riesce a stanare e a risolvere.

Il problema riguarda la definizione del progetto regione, di cosa cioè siamo innanzitutto e cosa vorremmo e dovremmo essere. Essere una terra attrattiva di turismo? Valorizzare la nostra agricoltura nelle tre piane di Sibari, Lamezia e Gioia Tauro? Puntare sull’eccellenza del polo scientifico e culturale dell’Università della Calabria? O su tutte e tre le cose assieme e magari metterci altro nel minestrone, tanto per insaporirlo?

Il cambiamento è invece necessario proprio per indicare una rotta, una direzione di marcia che aiuti a risolvere i problemi drammatici del vivere quotidiano delle popolazioni, dal Pollino allo Stretto, che conoscono tutti e che vivono tutti.

E’ inutile una narrazione che tende tutta al positivo realizzato perché cozza contro il muro contrario della dura realtà con la quale i cittadini sono costretti a fare i conti ogni ora del giorno. E’ fuori contesto direbbero gli scienziati. Ma è inutile anche puntare tutto sul negativo e sul tanto negativo che c’è e si vede per rovesciare quella impostazione di chi ora è al Governo, perché il punto è che domani ci si ritroverà a fare i conti con la dura realtà delle scelte: che fare di questa terra?

Come restituire certezza, dignità, coraggio, stima, autostima, vie da tracciare e da percorrere perché – ad esempio – chi va via lo faccia solo per scelta e non per obbligo o necessità; chi deve curarsi lo possa fare negli ospedali di casa nostra; chi ha bisogno dei servizi essenziali non li debba sempre piatire o rincorrere etc etc. Per non parlare del lavoro, del reddito, del livello di vita, etc etc.

E qui non vogliamo nemmeno programmi in cui, come al solito, c’è tutto e il contrario di tutto, belle parole messe lì senza alcun costrutto o libri dei sogni ai quali siamo abituati da troppo, troppo tempo. Abbiamo – faccio un unico esempio eclatante – due grandi realtà positive in campo e sono forse le uniche accanto ad alcuni esempi di grande agricoltura: sono il porto di Gioia Tauro e quella Università della Calabria di cui si è già accennato. Puntare per davvero su di loro, farne il fulcro anche immaginifico e persino di slogan della Calabria fuori dalla Calabria sarebbe utile e significativo.

Mutare cioè all’interno e anche all’esterno dei nostri confini quella che si definisce la narrazione è infatti il primo compito ma lo si fa non con chiacchiere ma con esempi che tutti possono vedere e toccare di mano. Non con parole declamate ogni tanto per ingannare il tempo!

Poi c’è il resto ovviamente, tutto il resto. Il turismo – altro esempio – lo si rilancia davvero se mare e monti decidono cosa devono essere e mettono fine al dilettantismo insopportabile di questi decenni: non saremo mai come la Sardegna o la Puglia o il Trentino Alto Adige. Va bene. Ma, vivaddio, scegliamo una volta tanto che fare, come farlo e a chi rivolgerci!

Insomma la lista è lunga e il tempo a disposizione poco. Non solo per la campagna elettorale ma per motivare i calabresi disillusi e che ne hanno tante di giustificazioni. Ma – e chiudiamola qui per il momento – anche i calabresi stessi, cioè noi, ne abbiamo di colpe e responsabilità. Forse (e senza forse) è arrivato il momento di darsi una svegliata. Di capire, vedere, scegliere, non starsene muti e passivi. Il domani appartiene infatti innanzitutto a noi e starsene a casa è il peggiore dei mali.

da “il Quotidiano del Sud” del 30 agosto 2025

La sinistra della scirubbetta.-di Filippo Veltri

La sinistra della scirubbetta.-di Filippo Veltri

Premessa: in una settimana di scirubetta si è parlato dal Pollino allo Stretto in modo diverso. Addirittura si è rispolverato un vecchio dizionario del dialetto calabrese dove scirubetta diventa scirubettu, con la u finale, bevanda che sarebbe in auge nella locride con rivendicazioni di primogenitura! A Roccella in particolare pare sia molto in voga.

Poi si scopre però che è, in realtà, una specie di gelato e non il fenomenale bicchiere di neve fresca della Sila con tanto di miele di fichi, in uso appunto dalle parti silane e presilane o sanfilesche. Anche se – nuova ultima puntata– i nivari, cioè quelli che usavano conservare in inverno la neve sotto terra per poi riproporla in estate, c’erano anche in altre parti della Calabria e dunque nessuno si può appropriare di questa benedetta scirubetta. Appunto però: c’erano i nivari, c’erano una volta…

C’erano! Ora che non ci sono più questi custodi della neve – tornano così alla carica i tradizionalisti – la scirubetta rivà alle sue radici vere, con la A finale, anche se – ma questo è un altro discorso – di neve di questi tempi non se ne vede moltissimo tranne che in alta montagna.

A rilanciare questo mood nevoso ci ha, comunque, pensato il mitico Brunori (dio l’abbia in gloria) che in una settimana pre e post Sanremo ha rilanciato non solo la scirubetta ma tutto l’armentario calabro recitato in salsa moderna. Se ne sta parlando ancora e molti vi hanno visto un segno addirittura politico, un segnale, una strada da seguire. Stiamo un po’ calmi.

La frase cult è quella: ‘’Sono cresciuto in una terra crudele dove la neve si mescola al miele”, il verso più celebre de L’albero delle noci, non a caso (autocitazione) messo in testa al nostro editoriale di sabato scorso, premonitore di quel terzo posto sanremese arrivato nella nottata tra sabato e domenica.

Ma ora – per buttarla in politica – ci vuole davvero un bel salto di qualità, che la sinistra nostrana non ci pare pronta ad affrontare. Quella neve che si mescola al miele (di fichi) e quindi la scirubetta di cui prima dovrebbe, potrebbe, essere il senso metaforico di una direzione di marcia per chi vuol cambiare le cose?

Con tutto quello che ne consegue e cioè mettendo a bando la particolare predisposizione calabra per la retorica che ha immediatamente trasformato la scirubetta nel prodigio gastronomico più antico della storia, ovviamente nato in Calabria come ogni prodigio che l’umanità ha scoperto soltanto qualche secolo dopo (ci sono decine di esempi di questa grandiosità calabra declamata in tutto il globo)? Da qui nascerebbe in verità un vero prodigio, possibile e immaginabile: un suggerimento per la sinistra affinché riparta dalle aree dimenticate del Paese.

La sinistra riparta dunque dalla scirubetta: un inedito assoluto che nemmeno Brunori poteva mai pensare. Ma un senso la cosa in fin dei conti forse ce l’ha per davvero, se Irto e compagni si mettono (si mettessero) di buzzo buono. Lasciare magari perdere, cioè, le grandi questioni che tanto nessuno è in grado di risolvere e mettersi pancia a terra a ragionare, a pensare, ad operare sul territorio, sui territori per davvero.

Nei piccoli centri, in quelli ormai quasi spopolati di collina e di montagna o nelle marine dove si vive solo un paio di mesi d’estate o nelle periferie delle nostre città (tutte) dove il degrado somiglia tanto a quelle delle grandi metropoli. Basterebbe la scirubetta? Certo che no ma un segnale di autenticità non guasta, diciamo non guasterebbe. Come ha fatto sempre quel Brunori l’altro giorno andando a cantare davanti agli studenti dell’Universita’ della Calabria. Se poi ci metti – altro cult brunoriano – la vurzetta con gli amuleti di San Fili il quadro è completo!

A parte gli scherzi (che non sono poi tali) la politica tutta – di destra e di sinistra – dovrebbe prendere esempio da un dato che ci viene da questi giorni recenti alle nostre spalle: si può essere cioè calabresi senza nascondersi e senza pianti greci, senza retorica ma anche senza enfasi. Non selvaggi abitatori di montagne impervie discendenti dei briganti o poveri abitanti di una terra sempre sfruttata e conculcata! Parlando invece un linguaggio chiaro e semplice, che è quello che la gente normale chiede. Che poi sia scirubetta o scirubettu è in fin dei conti è un’inezia. Alla fine per una vocale ci si mette d’accordo!

da “il Quotidiano del Sud” del 22 febberio 2025