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Le due Calabrie e l’assenza del conflitto.-di Filippo Veltri

Le due Calabrie e l’assenza del conflitto.-di Filippo Veltri

Perché livelli di malessere, di povertà diffuse e di ingiustizia sociali elevati e di massa non determinano un altrettanto acuto conflitto sociale di massa in Calabria? Domanda da un milione di dollari. Se lo chiedono Mimmo Cersosimo e Rosanna Nisticò in un lunghissimo saggio pubblicato dal Mulino, già citato su queste colonne nei giorni scorsi da Marcello Furriolo, che dovrebbero leggere integralmente tutti, partiti sindacati associazioni, cittadini intellettuali etc. Un saggio illuminante, che spazza via il terreno da inutili illusioni o facili previsioni ottimistiche.

Forse – rispondono a quella domanda iniziale i due studiosi – perché i dati e le indagini tendono a configurare una situazione più grave di quella reale, ovverossia che i dati, per come vengono costruiti, tendono a sovrarappresentare gli aspetti più critici e, di contro, a sotto-rappresentare gli aspetti meno gravi e preoccupanti?

È possibile che in parte sia proprio così ma intanto la Calabria loro la descrivono come ‘’il residuo storico della vecchia questione meridionale, una regione con una fragilità endemica di dotazioni e di forze produttive, del tutto inadeguate a sostenere un suo decollo tendenzialmente autonomo e attivare processi di «modernizzazione attiva» come pure si è verificato in parte e con intensità differente nelle altre regioni meridionali durante il secondo dopoguerra’’.

Ai dati economici e alle tabelle che sono presenti nel saggio (impossibile da riassumere in un articolo) contribuisce in misura rilevante la presenza pervasiva e intensa della ’ndrangheta ‘’sia come soggetto attivo nella sfera delle attività economico-imprenditoriali illegali e legali, sia come soggetto che esercita il controllo del territorio, una doppia presenza che frena lo sviluppo economico locale e l’accumulazione di capitale pubblico e privato nel lungo periodo, oltre a deprimere l’investimento in istruzione e a indurre i giovani più capaci ad emigrare’’.

Ai dati per così dire strutturali Cersosimo e Nisticò aggiungono una notazione di altra natura, che affonda il coltello nella piaga: la nostra è una società suddivisa in due gruppi di cittadini con condizioni sociali ed economiche molto dissimili. Da un lato, il 51% dei calabresi gode di redditi, patrimoni, consumi, stili di vita comparabili a quelli medi nazionali e, comunque, distanti dalle condizioni di vita del 49% dei calabresi a rischio di povertà-esclusione sociale.

I calabresi, inquilini del privilegio, che possono smarcarsi dalle falle del malconcio sistema sanitario regionale ricorrendo, se necessario, alle strutture sanitarie private locali e nazionali; che possono sostenere la formazione scolastica dei loro figli rivolgendosi a insegnanti, scuole e università privati; che possono permettersi consumi opulenti come qualunque altro ricco di qualunque società urbana d’Europa; che possono influenzare le politiche pubbliche a loro favore.

Ma chi sono questi calabresi? I due studiosi dell’Unical rispondono cosi: sono calabresi che si sostengono tra loro attraverso reti relazionali sia di natura interpersonale che di tipo associativa, come, ad esempio, i club Lions o Rotary, gli Ordini professionali, le associazioni di commercianti, industriali, agricoltori, artigiani, i circoli massonici palesi e occulti, le reti informali di comparatico, le aggregazioni politico-elettorali temporanee, trasversali.

E non solo: i circuiti di ’ndranghetisti e di soggetti criminali che costruiscono il loro benessere distruggendo quello di cittadini e imprenditori, consumando futuro all’intera comunità regionale.

Poi c’è la seconda Calabria, più fragile e indifesa, composta da calabresi per lo più isolati gli uni dagli altri, senza legami né rappresentanza né voce, senza sovrastrutture, imprigionata in una spirale di solitudine, disagio abitativo, malnutrizione, lavori intermittenti e povertà educativa, minorile, sanitaria. Calabresi silenziati, privi di mezzi e strumenti, senza occasioni per parlare di sé.

A questa Calabria sembra non pensare nessuno.

Quindi queste due Calabrie non si parlano e non si incontrano mai? No, non è così: tra calabresi benestanti e calabresi a rischio di povertà e di esclusione sociale esistono connessioni, complementarietà, funzionalità, particolarmente evidenti nelle relazioni tra segmenti di popolazione più privilegiati che necessitano di servizi domestici e lavorativi, da un lato, e quelli più svantaggiati, alla ricerca di occasioni di reddito.

Conclusione con risposta alla domanda iniziale: perché non c’è conflitto sociale? Cersosimo e Nisticò dicono: non ci sono oggi le condizioni per attendersi in Calabria una ripresa del conflitto, tanto più sulle grandi emergenze sociali, come la povertà, la giustizia sociale e le disuguaglianze.

È più facile che qui e lì si possano manifestare vampate di lotte e proteste, semmai accese ma di breve durata, ma più forme di dissenso, di lamento ma senza conflitto. È invece molto più probabile che si accrescano l’exit, l’abbandono individuale, il risentimento cronico, il rancore nei confronti delle istituzioni e delle élite.

Questo è il quadro e chi sa e chi può fornisca le vie d’uscita.

da “il Quotidiano del Sud” del 25 aprile 2026
Foto di succo da Pixabay

L’implosione del Mediterraneo ci riguarda.-di Tonino Perna

L’implosione del Mediterraneo ci riguarda.-di Tonino Perna

Come calabresi e meridionali assistiamo, angosciati e impotenti, a questo massacro della popolazione civile a Gaza che rischia di coinvolgere altri paesi del Medio Oriente e la stessa Nato, di cui, obtorto collo, facciamo parte. Appare sempre più evidente che Il governo Netanyahu sta portando al suicidio Israele, facendo crescere in tutto il mondo una ondata di sdegno e di proteste che spesso sfociano nel razzismo nei confronti degli ebrei, che in parte rilevante sono le vittime dell’attuale governo israeliano e ne subiscono le conseguenze.

Purtroppo, il conflitto israeliano-palestinese è solo la punta estrema di una propagazione dei conflitti in tutta l’area del Mediterraneo, dalla Libia alla Siria, passando per il Libano, che sta facendo implodere la sponda sud-est del mare nostrum. L’Ue è fuori gioco, come uno spettatore bollito davanti alla Tv. Il governo italiano non ha nemmeno votato la risoluzione Onu per un immediato cessate il fuoco, come hanno fatto Francia, Spagna e Portogallo, non a caso paesi dell’Europa mediterranea che ben capiscono che questa guerra li riguarda da vicino.

Per decenni ci siamo nutriti di retorica sulla nostra comune cultura mediterranea, sul nostro Sud al centro di questo meraviglioso mare, con centinaia di convegni, di associazioni e progetti tra la Ue e i paesi del Mediterraneo. Ma, una politica euro-mediterranea, da parte della Ue e dell’Italia, è scomparsa dalla fine del secolo scorso. L’ultimo atto politico significativo è stata la Conferenza di Barcellona nei giorni 27 e 28 novembre del 1995 in cui ci si è posti il fondamentale obiettivo del raggiungimento della pace e stabilità nell’area mediterranea operando su tre livelli: politico, economico-finanziario e socio-culturale.

Avendo personalmente partecipato con una delegazione del Centro regionale d’intervento per la cooperazione, all’epoca una delle più significative Ong italiane e l’unica che aveva una strategia di cooperazione Sud-Sud, ne ero rimasto entusiasta, per la quantità e qualità dei partecipanti, e perplesso per il prevalere di un approccio neoliberista che puntava ad un libero scambio delle merci e non delle persone, non tenendo conto delle disparità dei soggetti in campo, per cui il free trade favoriva i paesi più forti. Comunque ci aspettavamo che dalle nobili dichiarazioni di principio seguissero fatti concreti.

Come sappiamo le cose sono andate diversamente. L’Ue ha progressivamente spostato il suo asse e il suo sguardo verso est, abbandonando completamente ogni politica o attenzione a quello che avveniva nel Mediterraneo, un’area economica piccola rispetto al mercato mondiale che si formava con la caduta del muro di Berlino e l’apertura della Cina. In questo secolo la Ue ha fatto anche peggio. Francia e Inghilterra, con il supporto Usa, hanno avuto un ruolo importante e devastante nell’abbattimento del regime di Gheddafi, fomentando una guerra civile che ha portato al collasso un paese che viveva tranquillo anche se sotto una dittatura.

Pochi sanno che il caos e la guerra civile in Libia ha interrotto un rilevante flusso migratorio proveniente dai paesi del Sahel. Circa un milione e mezzo di africani vivevano come immigrati in Libia lavorando nell’edilizia, in agricoltura, nei servizi, nell’industria petrolifera. Questi giovani del Sahel mandavano a casa i loro risparmi, si costruivano la casa o compravano un pezzo di terra, senza dover pagare trafficanti e rischiare di morire nel deserto.
Anche la Siria, che era un paese a reddito medio, assorbiva una parte di manodopera migrante proveniente dal Sudan e altri paesi limitrofi, è entrata dal 2011 in una guerra civile in cui hanno giocato un ruolo diverse potenze straniere (Turchia, Usa, Gran Bretagna, ecc.) .

Infine, il Libano che era chiamato “la Svizzera del Medio Oriente” è oggi al collasso economico (ci vogliono 100mila lire libanesi per un dollaro quando cinque anni fa ce ne volevano due), e tende ad espellere un milione e trecento mila rifugiati siriani e duecento mila palestinesi, dal ‘1948 “ospitati” da questo paese, senza cittadinanza, in attesa del ritorno nella propria terra!

Presto, purtroppo, toccherà alla Tunisia e all’Egitto che stanno attraversando una crisi economica, sociale e politica molto pesante. Possiamo chiamarci fuori da un Mediterraneo che implode? Possiamo pensare che spostando le nostre frontiere nel Nord Africa potremo bloccare la fuga dei disperati, delle vittime di queste guerre fomentate dalle potenze straniere, dai nuovi imperi che sono ritornati sulla scena del mondo?

Come si fa a pensare che il Mezzogiorno possa avere un futuro in questo mare che è diventato un cimitero liquido in mezzo a terre insanguinate e distrutte dove non è più possibile vivere? Come è possibile che il nostro paese con abbia dagli anni ’80 un governo con un straccio di politica mediterranea, che dobbiamo rimpiangere personaggi controversi come Andreotti o Craxi?

da “il Quotidiano del Sud” dell’1 novembre 2023