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Napoli tra urbs e civitas.-di Matteo Cosenza Prendendo spunto dal saggio di Battista Sangineto, riflessione su città e vivacità della comunità. Nonostante il turismo di massa

Napoli tra urbs e civitas.-di Matteo Cosenza Prendendo spunto dal saggio di Battista Sangineto, riflessione su città e vivacità della comunità. Nonostante il turismo di massa

«Le città antiche che l’archeologia riporta alla luce sono quasi sempre silenziose. Le riconosciamo dalle strade, dalle piazze, dai teatri, dalle case, ma sappiamo bene che ciò che le rendeva città non erano le pietre e i mattoni, bensì le relazioni sociali, economiche e politiche che quelle pietre rendevano possibili. Quando queste si indeboliscono o scompaiono, l’urbs può continuare a esistere a lungo; è la civitas che meno lentamente si dissolve».

Questa la premessa di un saggio di Battista Sangineto, già docente di Archeologia dei paesaggi nell’Università della Calabria, pubblicato sulla rivista «Dissonanze» dell’editore Donzelli, che mette sotto la lente di ingrandimento due città, Siena e la sua Cosenza, e che sollecita in chi scrive domande su Napoli.

Dunque, Siena?
«La città conserva ancora una straordinaria contiguità tra tessuto edilizio, paesaggio agrario e organizzazione simbolica dello spazio. Le torri, i mattoni, le mura e gli orti che fioriscono fin dentro il circuito urbano non costituiscono semplicemente un patrimonio architettonico da conservare, ma la sopravvivenza materiale di una lunga storia nella quale persistono istituzioni, rituali e pratiche che mantengono ancora un rapporto vivo con quella forma urbana. È proprio questa eccezionale persistenza a rendere Siena particolarmente esposta alle logiche della rendita turistica, della finanziarizzazione immobiliare e della trasformazione dello spazio storico in oggetto di consumo. Il Palio, nonostante la sua spettacolarizzazione sempre più invasiva, resta forse uno degli ultimi atti in cui una città intera si riconosce ancora…».

Cosenza?
«Qui il processo appare quasi rovesciato perché non domina la forma storica, ma la sua progressiva disarticolazione, anche se il centro storico, arroccato sul colle Pancrazio, restituisce ancora oggi una delle immagini urbane più armoniche del Mezzogiorno italiano. Non è la bellezza ad essere venuta meno, ma il rapporto tra quella forma urbana e la vita della città con la progressiva perdita delle funzioni urbane che, per venticinque secoli, le avevano dato significato».
Questa distinzione fra urbs e civitas come può applicarsi a Napoli?
«Napoli lo permette perché in questo caso non abbiamo una forma urbana che sopravvive mentre la vita della città si indebolisce; abbiamo una città ancora molto viva che rischia di diventare essa stessa una risorsa da cui estrarre valore. Per questo Napoli non è né Siena né Cosenza, anche se presenta qualcosa di entrambe».

Si spiega meglio?
«Siena mostra il rischio di una città storica nella quale la conservazione dell’urbs può finire per prevalere sulla civitas: la forma urbana è conservata in maniera straordinaria, ma propria quella forma può diventare sempre più una risorsa economica e turistica, mentre alcune funzioni della città vengono progressivamente subordinate al consumo della sua immagine. Cosenza mostra invece un processo quasi opposto: la città storica perde progressivamente funzioni, abitanti e centralità mentre l’urbanizzazione si sposta altrove. Napoli è interessante perché non presenta né l’una né l’altra situazione, perché è anche e soprattutto la vitalità della civitas a diventare una risorsa economica e, dunque, potenzialmente un oggetto di estrazione».

Quindi l’urbs non è a rischio?
«Quella napoletana è ancora saldissima. È non parlo soltanto dei monumenti o del centro storico riconosciuto come patrimonio, ma della struttura materiale e stratificata della città: il tessuto greco-romano, i decumani, i palazzi, le chiese, i vicoli, le corti, le strade, le piazze, i bassi, le botteghe, la densità edilizia e quella particolare continuità fra spazio costruito e vita quotidiana che rende Napoli riconoscibile. E, a differenza di molte città storiche trasformate ormai quasi interamente in scenografie turistiche, Napoli conserva ancora una civitas molto forte. Il suo centro storico non è un museo all’aperto perché è ancora una città abitata, con attività, conflitti, economie, relazioni e pratiche quotidiane».

Ma quanto questo patrimonio unico e complesso può durare?
«Il problema è che proprio questa città viva è diventata una risorsa economica straordinaria. Il turismo non trova a Napoli una città vuota da occupare, ma una città viva da consumare. Non intendo negare che questa ricchezza sia reale. Il turismo ha portato in questa città lavoro, reddito e una rinnovata fiducia in sé stessa, ma, comunque, bisogna spostare la discussione dal numero dei turisti alla trasformazione delle funzioni urbane. Il problema non è semplicemente che arrivano moltissime persone, ma che una parte crescente della città viene organizzata in funzione del loro consumo temporaneo. Gli affitti, le destinazioni degli immobili, i negozi, la ristorazione, i percorsi urbani, alcuni musei e persino le immagini attraverso cui Napoli viene raccontata possono essere progressivamente orientati verso chi visita la città anziché verso chi la abita».

Dunque, il turismo snatura Napoli?
«Non direi. La questione è più profonda. Una pratica urbana può continuare a esistere e, nello stesso tempo, cambiare funzione economica. Penso soprattutto al cibo. La gastronomia napoletana non è nata come attrazione turistica: è una pratica della città, una forma della vita quotidiana, parte della civitas. La pizza, i mercati, le botteghe, il cibo di strada, le trattorie appartengono alla storia sociale della città. Ma quando la città viene sempre più organizzata per il visitatore, anche queste pratiche possono diventare merci turistiche. Il rischio non è necessariamente che Napoli perda la pizza, ma che conservi la pizza perdendo progressivamente la civitas che l’ha prodotta».

Quindi si snatura, o no?
«Torno sul concetto di estrazione. A Napoli si estrae innanzitutto spazio: un appartamento nel centro storico può diventare più redditizio come alloggio temporaneo che come abitazione; un locale può essere destinato a una pizzeria, a un bar, a un cocktail bar o a un negozio rivolto ai visitatori invece che a un’attività destinata ai residenti. Si estrae la strada, quando alcuni assi del centro vengono trasformati in percorsi prevalentemente orientati al passaggio e al consumo turistico. Si estrae il patrimonio, quando chiese, palazzi, musei, panorami e luoghi della città vengono inseriti in un circuito di attrazioni e di consumo. Ma si estrae anche qualcosa di più difficile da vedere: la vita urbana stessa. Il basso, la bottega, il mercato, la pizza, il cibo di strada, il bar, certe immagini dei quartieri, persino una determinata maniera di stare per strada diventano risorse economiche perché costituiscono ciò che il visitatore cerca a Napoli».

Ma questa estrazione è un bene o un male?
«L’estrazione comincia quando un luogo vale più per quanto riesce a far spendere chi passa che per quanto riesce a servire a chi ci vive. E questo è particolarmente evidente nel commercio: se il corniciaio, il calzolaio, il ferramenta o il negozio di alimentari lasciano il posto ad attività rivolte prevalentemente al visitatore, non abbiamo soltanto una sostituzione commerciale, ma una trasformazione della funzione urbana della strada».
E quale economia deriva da questa conversione?
«Se una città affidasse la propria crescita soprattutto a occupazioni stagionali e poco qualificate, e a rendite immobiliari che spesso non restano nemmeno in città, potrebbe arricchirsi nei bilanci impropriamente rendendosi più povera».

La qualità del cibo non sarà più la stessa?
«La gastronomia napoletana è una pratica della civitas prima ancora di essere un prodotto turistico. Ma quando attorno alla pizza, alla cucina napoletana e allo street food si organizza una parte crescente dell’economia del centro, quella pratica quotidiana può essere progressivamente trasformata in un’esperienza da vendere».

In conclusione, Napoli ha ancora una civitas?
«Certamente che l’ha. Il paradosso di Napoli potrebbe essere formulato così: l’urbs viene conservata perché la civitas è diventata una risorsa. Ma se si estrae continuamente valore dalla vita urbana, si corre il rischio di conservare la forma della città consumando ciò che la rende una città».

da “Il Corriere del Mezzogiorno” del 10 ottobre 2026

Nella Sibari antica si scivola sul fango e sui silenzi.-di Battista Sangineto

Nella Sibari antica si scivola sul fango e sui silenzi.-di Battista Sangineto

“Sul fango si scivola”. Con questa ammissione di disarmante rassegnazione, il Direttore del Parco Archeologico di Sibari ha, recentemente, rotto l’incantesimo della rappresentazione pubblica del “tutto va bene”, confermando che il sito ed il museo restano chiusi e che la situazione, dopo l’alluvione di febbraio scorso, è persino peggiorata. Un’onestà intellettuale che apprezziamo, ma che non può bastare a coprire le evidentissime difficoltà logistiche e concettuali di una gestione del patrimonio inadeguata alla bisogna.

A lasciare sbigottiti sono le giustificazioni addotte per il mancato arrivo delle nuove idrovore; i ritardi sarebbero dovuti alla guerra in Ucraina, alla crisi in Medio Oriente e del blocco dello Stretto di Hormuz. Viene da chiedersi se è mai possibile che la sopravvivenza del patrimonio archeologico più importante della Magna Grecia debba dipendere dagli equilibri geopolitici mondiali. Davvero per asciugare il Parco del Cavallo dobbiamo attendere la pace a Gaza?

La realtà è molto meno esotica e decisamente più vicina ai cancelli del Museo. Basta guardare lo scatto satellitare del 30 gennaio 2026 (foto), appena due settimane prima del disastro. L’immagine mostra che l’alveo del fiume Crati, soprattutto in prossimità del sito archeologico di Parco del Cavallo, appare come un imbuto strozzato perché gli agrumeti risultano aver occupato sistematicamente le aree golenali, riducendo la capacità di contenimento delle piene. Si tratta di un tratto fluviale segnato da fragilità strutturali degli argini e da una gestione complessa delle piene, come evidenziato da studi tecnici sul Crati.

Non si tratta di una fatalità. Come ha osservato l’ingegnere idraulico Paolo Veltri (Unical), si tratta anche di “gravi errori di valutazione” nella gestione del sistema fluviale. È una storia che si ripete da tredici anni. Si tratta di criticità già note da anni, formalizzate anche in perizie tecniche per la Procura di Castrovillari, che classificano l’area come a rischio idraulico massimo (R4), dove sarebbero vietate trasformazioni del territorio.

Già nel 2013 la Procura di Castrovillari indagò 40 persone proprio per quegli agrumeti abusivi; nel 2020 i Carabinieri ne sequestrarono 50 ettari. Eppure, nel 2026, siamo ancora qui a parlare di “emergenza imprevedibile”, mentre il fiume resta ostaggio di piantagioni estese nelle aree golenali.

Chi scrive ricorda bene il gennaio 2013, quando lanciò sulle colonne di questo giornale il primo allarme che diede vita alla storica campagna “Mai più fango” di Matteo Cosenza. Allora rispondemmo scendendo negli scavi con le pale insieme agli studenti dell’Unical; oggi, quella stessa Sibari appare tristemente rassegnata a un destino di melma e silenzi.
Il paradosso più evidente emerge non appena si ha la pazienza di consultare i documenti ufficiali.

I famosi, e molto sbandierati, 18 milioni di euro (per l’esattezza 18.693.250 euro, sbloccati con delibera CIPESS dell’agosto 2022) non erano un fondo d’emergenza per comprare semplici idrovore, ma nascevano come “opere compensative ambientali” per la costruzione del 3° Megalotto della nuova Strada Statale 106 Jonica.

All’epoca, quegli oltre 18 milioni vennero salutati come l’alba di un nuovo Rinascimento per Sibari. Lo scintillante “masterplan” prevedeva: il miglioramento degli accessi, la realizzazione di una nuova viabilità stradale e di una rotatoria, l’avvio di nuove ed epocali campagne di scavo, il recupero delle strutture archeologiche e dei reperti e l’immancabile “valorizzazione” del sito.

Oggi, di fronte all’ammissione di resa della direzione, l’elenco di quelle promesse suona come illusorio e inattuabile. A cosa serve, infatti, progettare “nuovi accessi e rotatorie” se, quando si presentano condizioni meteorologiche avverse, i cancelli del Parco restano sbarrati perché, per ammissione dello stesso direttore, “sul fango si scivola”?

Credo, però, che ci sia un aspetto ancora più grave che è quello che riguarda i magazzini del Museo. Subito dopo l’alluvione, la direzione si era affrettata a rassicurare l’opinione pubblica, dichiarando con fermezza che non c’erano danni ai reperti conservati e che le collezioni erano salve. Oggi, a distanza di mesi, la realtà che emerge è a dir poco drammatica: i locali che ospitano i depositi sono stati sommersi fino a oltre un metro e mezzo di acqua e melma, al punto che si rende necessario il rifacimento totale dei pavimenti. Se le strutture murarie sono ridotte in questo stato, è inevitabile interrogarsi sulle condizioni in cui si trovano, ora, i materiali archeologici contenuti nei suddetti depositi.

Quale senso ha il ‘masterplan’ che finanzia “nuove campagne di scavo” se le strutture già riportate alla luce da decenni stanno inesorabilmente tornando sott’acqua e i reperti già estratti sono stati riseppelliti nel fango dei magazzini del Museo? A quale “valorizzazione” stiamo brindando, se le pompe idrovore non entrano in funzione per le crisi in Medio Oriente, condannando alla distruzione la memoria stessa della Sibaritide?

Eppure, per brindare, il tempo (e i fondi) si trovano sempre. Non è passato molto tempo da quando abbiamo visto il sito archeologico prestarsi a palcoscenico per eventi promozionali con tanto di banchetti e calici levati tra le vestigia della Magna Grecia.

È il modello spettacolare che trionfa, quando il Parco smette di essere un luogo di studio e conservazione per diventare, invece, una “splendida cornice” per sagre enogastronomiche. Si brinda al “brand” nelle fiere internazionali, mentre la Sibari antica viene lasciata nel fango dell’incuria, in attesa che la geopolitica mondiale si decida a far arrivare il gasolio per le idrovore.

Forse, più che cercare spiegazioni negli equilibri geopolitici globali, sarebbe opportuno tornare a impegnarsi su aspetti più cogenti come la gestione del demanio fluviale, il rispetto dei vincoli nelle aree a rischio idraulico, la manutenzione ordinaria e straordinaria del territorio. Perché la valorizzazione non si misura nei brindisi o negli eventi, ma nella capacità di garantire la tutela materiale del patrimonio e la sua fruibilità nel tempo.

E non si tratta, purtroppo, di deviazioni occasionali, ma dell’applicazione sistematica di un modello gestionale fondato sulla centralità dell’intrattenimento, in cui il sito archeologico viene usato come una scenografia per qualsiasi iniziativa capace di garantire visibilità e ritorno mediatico.

Usare il patrimonio culturale alla stregua di un contenitore neutro o di una semplice leva di mercificazione territoriale significa, di fatto, smarrirne la funzione civile, annullando l’essenziale distinzione che esiste tra valorizzazione e sfruttamento.

Continuare a investire in progetti di superficie senza affrontare le criticità strutturali del sistema idraulico significa esporsi, inevitabilmente, al ripetersi degli stessi eventi. Perché, a questo punto, il rischio è che non sia più solo il fango a far scivolare, ma l’intero sistema di salvaguardia e di gestione del patrimonio dei beni della cultura.

da “il Quotidiano del Sud” del 20 aprile 2026

Immagine da Google Earth del 30.01.2026, due settimane prima dell’alluvione. Si notino, in corrispondenza del sito archeologico di Parco del Cavallo, gli agrumeti piantati nelle aree golenali del Crati.