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Fiumefreddo Bruzio, un paese sul crinale.-di Battista Sangineto

Fiumefreddo Bruzio, un paese sul crinale.-di Battista Sangineto

Quando arriva l’inverno, a Fiumefreddo Bruzio restano soprattutto le pietre e i mattoni. Il mare rimane al suo posto, molto più in basso della terrazza di roccia sulla quale il paese si affaccia; restano le chiese, i palazzi, le strade, il castello, le case addossate le une alle altre. Ma nel Centro storico, che d’estate conosce una vita diversa, d’inverno abitano stabilmente meno di cento persone.

Il tessuto urbano tutto sommato ancora tiene, le architetture sono ancora leggibili, le chiese barocche e tardo barocche raccontano la storia del paese, la Chiesa matrice conserva un dipinto di Solimena, i palazzi nobiliari di tante famiglie testimoniano il passato di una comunità che qui ha costruito nei secoli la propria forma civica. Anche il Castello, fondato probabilmente nell’età normanna e fortificato nel Cinquecento, è ancora lì, benché le sue rovine siano state trasformate in qualcosa di diverso dalle pitture di Salvatore Fiume.

Fiumefreddo, insomma, non è un paese in rovina, ma non è neppure un paese sufficientemente abitato per potersi considerare al riparo dalla rovina. È in bilico su un pericoloso crinale. Da una parte c’è l’abbandono, che porta con sé la chiusura delle case, la rarefazione dei servizi, la perdita delle attività e, alla fine, il venir meno della manutenzione ordinaria che permette a un paese di esistere. Dall’altra c’è la possibilità che proprio ciò che ancora conserva -la posizione, il paesaggio, le architetture, il tessuto edilizio, il rapporto con il mare- diventi oggetto di una nuova rendita immobiliare. Non è ancora “gentrificato”, ma potrebbe rapidamente diventarlo.

La questione, allora, non è solo come evitare la rovina, né come attrarre nuovi investimenti, ma è come occupare questo spazio con nuove forme dell’abitare e di produrre. Riabitare senza “gentrificare”, produrre senza consumare il paese, restaurare senza musealizzare, accogliere senza trasformare l’accoglienza nell’unica economia possibile.

A Fiumefreddo questa ricerca è già cominciata in una forma inattesa, quella della medicina. Il noto senologo calabro-romano, dottor Raffaele Leuzzi, vi ha investito risorse proprie nell’acquisto e nel recupero di case e palazzi e ha costruito intorno a essi un insieme di attività che comprendono ospitalità, ristorazione, biodiversità alimentare e, soprattutto, cura sanitaria e psicologica. L’esperienza di Casa di Rosa e il Festival della Salute, la cui terza edizione si è appena conclusa, hanno portato nel paese, del tutto gratuitamente, attrezzature diagnostiche d’avanguardia, prevenzione, diagnosi, ricerca, alimentazione, cultura e relazioni nazionali e internazionali.

Non è un’esperienza che possa essere semplicemente replicata altrove, ma esiste una logica che merita di essere discussa. Questa esperienza rende visibile la possibilità di tenere insieme salute, lavoro, abitazione, produzione e tutela senza fare del turismo il principio intorno al quale tutto deve organizzarsi. Lo spopolamento ha separato ciò che un tempo componeva la vita del paese: le persone, le attività, la terra e le pietre. Tornare a tenerli insieme significa creare le condizioni perché il paese possa nuovamente essere abitato e produrre, senza essere né abbandonato né trasformato in una merce.

Una cooperativa per la gestione delle attività già nate intorno alla Casa di Rosa di Leuzzi può essere un primo nucleo, ma una sola struttura non basta. Un paese ha bisogno di più economie minute e complementari, alcune rivolte a chi lo abita, altre capaci di vendere altrove. Possono essere produzioni alimentari legate alla biodiversità, piccoli laboratori artigiani, falegnameria, tessile, calzature, servizi alla persona, manutenzione e restauro, attività culturali, assistenza agli anziani, formazione. Perfino un piatto o un paio di scarpe possono avere un senso, se fanno parte di una rete di piccole produzioni capace di ricostruire lavoro e reddito.

Non serve una sola grande attività economica, ma una pluralità di attività abbastanza piccole da convivere con la dimensione del paese e abbastanza solide da permettere a chi le svolge di abitarvi. Ma niente di tutto questo è possibile senza che la politica, regionale e nazionale, si occupi attivamente di questi luoghi, proteggendoli dalla speculazione immobiliare e investendo nelle condizioni materiali che permettono a chi vi abita di restarvi e di lavorare.

Se oggi Fiumefreddo non rientra fra i comuni che il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne -firmato dal governo Meloni- classifica come da “accompagnare” verso uno spopolamento ormai “irreversibile”, lo deve, forse, più a chi vi ha filantropicamente investito il proprio patrimonio privato che a chi avrebbe dovuto investirvi risorse pubbliche.

Il turismo può far parte dell’economia del paese, naturalmente, ma non deve diventare il soggetto economico intorno al quale tutto viene organizzato. L’ospitalità può accompagnare la vita del paese, non sostituirla. Quando il visitatore diventa il destinatario principale delle case, delle attività, dei negozi e perfino del paesaggio, il paese rischia di trasformarsi in una merce.

Il problema, allora, non è attirare persone, ma creare le condizioni perché persone dotate di competenze possano produrre e abitare. Nel centro storico di Fiumefreddo, dove d’inverno vivono stabilmente pochissime persone, potrebbero arrivare cinquanta o cento nuovi abitanti che abbiano una ragione concreta per restare, o per tornare, perché vi trovano un lavoro, una casa, servizi, relazioni e una prospettiva di vita.

Questa è forse la differenza decisiva fra riabitare e ripopolare. Ripopolare significa spesso aggiungere numeri mentre riabitare potrebbe voler dire ricostruire le condizioni materiali e sociali che permettono a una popolazione di vivere in un luogo.

Per questo Fiumefreddo non ha bisogno di una nuova grande operazione di “valorizzazione”, ma ha bisogno, invece, di tornare a essere un paese, non un borgo, nel quale sia possibile vivere, lavorare, produrre e avere cura delle cose che il tempo e la fatica degli uomini vi hanno lasciato.

La tutela del patrimonio, in questa prospettiva, assume un significato diverso. Tutelare e conservare una chiesa, un palazzo o una strada senza ricostruire le condizioni sociali che permettono a quelle cose di avere ancora una vita significa rischiare di conservare le forme perdendone la funzione. Ma anche riempire il paese di seconde case, investimenti immobiliari e visitatori non sarebbe una soluzione. Sarebbe soltanto un’altra forma di perdita.

Fiumefreddo è ancora abbastanza integra da poter essere salvata. Le sue pietre tengono, le relazioni sono ancora possibili perché non sono state congelate in una cartolina di comunità, il tessuto urbano consentirebbe ancora forme di abitazione e di piccola produzione non ancora trasformate in merce. Ma tutto questo non basta perché la sua salvezza non dipende dal paese, bensì da una politica territoriale che finora non ha scelto di proteggerlo.

da “il Quotidiano del Sud” del 28 settembre 2026

Sanità in Calabria: un sistema morente. Analisi e proposte.-di Salvatore Belcastro

Sanità in Calabria: un sistema morente. Analisi e proposte.-di Salvatore Belcastro

Il governo sta attuando l’eutanasia del sistema sanitario pubblico in Calabria già collassato e moribondo da anni. Occorrerebbero terapie rianimatorie. Ma il Governo, per calcoli cinici, con l’autonomia differenziata delle Regioni, ha deciso di lasciar morire il sistema, fornendo spiegazioni false e ipocrite. È l’ultimo atto di un procedimento durato almeno due decenni. La sanità pubblica in Calabria morirà inevitabilmente se la riforma dovesse entrare in vigore.

Il principio della fine della sanità pubblica calabrese risale all’emanazione delle leggi di riordino del sistema sanitario nazionale, legge 592/92, legge 517/93, e legge 229/99. Vennero definite strategiche e miranti al controllo della spesa pubblica. Imponevano l’obbligo inderogabile del pareggio di bilancio tra entrate e uscite, nonostante si tratti di erogazioni di prestazioni la cui spesa è sostenuta con finanze pubbliche. Quelle leggi imponevano, inoltre, la revisione dei presidi ospedalieri identificando quali tenere attivi e con quali funzioni.

Le Regioni del nord dell’Italia si sono lentamente adeguate, tanto che entro il 2000 quasi tutte si sono avvicinate o hanno raggiunto il pareggio di bilancio. All’epoca, lavoravo in Emilia-Romagna e, in pochi anni, ho assistito al superamento di 32 ospedali in regione, trasformati ad hoc in strutture sanitarie con funzioni diverse.

La Calabria ha sempre avuto carenza di lavoro per i giovani, i quali migravano per la gran parte verso il nord dell’Italia. Quelli che restavano si affidavano agli amici politici locali. Il sistema sanitario è un grande serbatoio di consensi e i politici si battevano per accaparrarsi la gestione delle strutture sanitarie, usate come strumenti di potere, fornendo posti di lavoro, con strettissimo rapporto clientelare.

Fino a pochi anni fa, i dipendenti degli ospedali della Calabria, dalle posizioni apicali e gestionali fino ai ruoli più modesti, venivano assegnati con concorsi pilotati e ciascun dipendente parteneva a questo o quel potente politico, che l’aveva collocato al lavoro.
Le leggi di riordino del sistema sanitario disturbavano i potentati locali perché restringevano il campo d’azione e il numero dei posti da assegnare.

Pertanto, i politici calabresi hanno ritardato il più possibile l’applicazione fomentando i campanilismi locali, e le riforme non sono state completamente attuate e il riordino dei presidi non è mai entrato del tutto a regime. Le leggi prevedevano la trasformazione di 18 ospedali ad altre finalità, modifica mai realizzata completamente. Questo rilievo non significa che io sia d’accordo con la chiusura dei 18 ospedali, spiegherò più avanti come dovrebbero essere utilizzati i presidi territoriali.

Il sistema di arruolamento clientelare degli operatori ha determinato un abbassamento del livello qualitativo delle prestazioni, sul piano tecnico-scientifico e su quello umanitario, dando origine a numerosi episodi di malasanità o mala-amministrazione. Da qui è nato il fenomeno di sfiducia nei confronti della sanità pubblica calabrese che si è pian piano radicato nella società e parallelamente ha favorito lo sviluppo di strutture sanitarie private convenzionate.

Gli episodi di malasanità a cui ho accennato hanno funzionato da detonatore di un sistema poco trasparente, forse azionato anche da leve nascoste di aziende sanitarie del nord, complici i politici.

La sfiducia verso la le strutture pubbliche ha favorito la sanità privata. Per chiarire meglio questo punto ricordo che un’amministrazione regionale della Calabria avallò l’accreditamento di oltre 160 strutture private negli ultimi due mesi di legislatura, in vista delle elezioni, sottovalutando il necessario accertamento dell’esistenza dei parametri obbligatori previsti dalla legge.

Grazie all’emigrazione dei giovani, quasi ogni famiglia calabrese ha un congiunto o amici che vivono e lavorano nelle regioni del centro-nord. Dal 2000 a oggi, oltre 2 milioni di persone, dei quali 1 milione di giovani, hanno abbandonato il sud dell’Italia. Quindi, se una persona necessita di una prestazione sanitaria, si rivolge alle strutture sanitarie delle regioni del centro-nord tramite i congiunti o amici che là vivono.

Lo conferma il bilancio annuale regionale della sanità: circa il 40% della spesa per prestazioni ospedaliere ai residenti in Calabria sono effettuate in altre regioni, per una somma di circa 300 milioni di euro. Ogni anno la Calabria versa o s’indebita con altre Regioni del centro-nord per la cifra di circa 300 milioni di euro per prestazioni sanitarie.

Ovviamente, nel bilancio della Calabria il debito è considerato spesa, mentre le Regioni creditrici mettono il credito in attivo nel loro bilancio che, così, raggiunge più facilmente il pareggio. È naturale pensare che quelle regioni favoriscano l’emigrazione passiva della sanità calabrese e la sfiducia dei calabresi nella loro struttura sanitaria.

Se consideriamo le spese annuali per prestazioni presso le strutture private, oltre che per ospedali pubblici, aggiunte alle spese annuali per assistenza ospedaliera presso altre regioni, al netto di mala-amministrazione spicciola, di malaffare e sprechi, si capisce perché il debito del sistema sanitario calabrese sia andato fuori controllo e sia quasi impossibile contabilizzarlo.

Le leggi citate prevedevano l’esigenza di riportare il sistema in equilibrio e il Governo dispose il piano di rientro dal debito, affidando la gestione del sistema sanitario calabrese a Commissari nominati dal Ministro della Salute. Dal 2010 al 2021 la sanità calabrese è stata gestita da Commissari tecnici. Da tre anni direttamente dal Governatore.

I Commissari per oltre 11 anni hanno bloccato assunzioni e turn-over del personale: gli operatori pensionati non vengono rimpiazzati, e in pochi anni s’è registrato un gravissimo depauperamento delle risorse umane, a cui s’è aggiunto l’abbandono di molti operatori che dalle strutture pubbliche sono passati al privato o emigrati in altre regioni. In qualche branca il depauperamento dell’organico ha raggiunto livelli quasi incompatibili con il normale funzionamento, ad esempio nella Medicina d’Urgenza e di Pronto Soccorso. Il depauperamento delle risorse umane, di conseguenza, ha incrementato la sfiducia della popolazione, che continua a ricorrere alle regioni del nord per prestazioni sanitarie.

Vediamo ora quale terapia si potrebbe applicare per salvare la moribonda Sanità in Calabria.
La proposta che avanzo qui potrebbe essere adottata non solo dalla Calabria, ma dall’intero Paese. Perché questa sciagurata politica liberista sulla Sanità, riguarda tutti. Mi piace, però, parlare della Calabria, che oggi è la vittima sacrificale di questo sistema.

a)È fondamentale e primario recuperare la medicina del territorio. I medici di medicina generale, oggi in rapporto convenzionale con il Sistema sanitario pubblico, retribuiti, quindi con finanze pubbliche, ma non direttamente dipendenti dalle ASL, svolgono un ruolo che svilisce la professione medica. Sono raramente chiamati a curare in prima persona. Per l’andazzo inveterato, i pazienti si fidano poco, pertanto, anche per piccole prestazioni si rivolgono alle strutture sanitarie pubbliche o direttamente agli specialisti. Il risultato è l’intasamento delle strutture. Eppure è accertato che il 70% delle richieste ai Pronto Soccorso potrebbe essere trattato con successo nel territorio dai Medici di famiglia. Questi potrebbero usare direttamente i Presidi Ospedalieri semi-abbandonati e trattare direttamente i loro pazienti. Ecco, allora, che i presidi ospedalieri quasi abbandonati potrebbero rinascere.

b)I Presidi semi-abbandonati tornerebbero al pieno splendore. D’altra parte, il PNRR ha già previsto una spesa per il recupero della Medicina del territorio sotto la dicitura “Creazione di Case di Comunità”. Le strutture esistono e andrebbero solo incrementate per i territori più periferici.

c)Gli Ospedali Hub vanno ridisegnati sul territorio. In Calabria al momento sono solo 5, uno per provincia. Sono pochi. Considerato il territorio molto vasto e la geografia fisica, ritengo ne occorrano almeno 8.

d)Va rivisto e rimodernato il rapporto con le strutture sanitarie universitarie, che vanno considerate strutture Ospedaliere Hub in un’unica gestione territoriale.

e)Visto che è impossibile portare la Calabria al bilancio col piano di rientro, è necessario cancellare il debito e ripartire da zero.

La rianimazione della moribonda sanità pubblica necessita di una NUOVA RIFORMA che riveda il sistema di arruolamento degli organici, lo schema delle competenze, i rapporti interpersonali e inter-strutture, l’utilizzo dei presidi, i rapporti con l’Università e le Specializzazioni. Così forse si restituisce la fiducia alla popolazione.

C’è la volontà politica? È una domanda alla destra adesso al governo, ma anche alla sinistra, che sull’argomento è balbettante.

da “il Quotidiano del Sud” del 20 gennaio 2025

Foto di StockSnap da Pixabay