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Napoli tra urbs e civitas.-di Matteo Cosenza Prendendo spunto dal saggio di Battista Sangineto, riflessione su città e vivacità della comunità. Nonostante il turismo di massa

Napoli tra urbs e civitas.-di Matteo Cosenza Prendendo spunto dal saggio di Battista Sangineto, riflessione su città e vivacità della comunità. Nonostante il turismo di massa

«Le città antiche che l’archeologia riporta alla luce sono quasi sempre silenziose. Le riconosciamo dalle strade, dalle piazze, dai teatri, dalle case, ma sappiamo bene che ciò che le rendeva città non erano le pietre e i mattoni, bensì le relazioni sociali, economiche e politiche che quelle pietre rendevano possibili. Quando queste si indeboliscono o scompaiono, l’urbs può continuare a esistere a lungo; è la civitas che meno lentamente si dissolve».

Questa la premessa di un saggio di Battista Sangineto, già docente di Archeologia dei paesaggi nell’Università della Calabria, pubblicato sulla rivista «Dissonanze» dell’editore Donzelli, che mette sotto la lente di ingrandimento due città, Siena e la sua Cosenza, e che sollecita in chi scrive domande su Napoli.

Dunque, Siena?
«La città conserva ancora una straordinaria contiguità tra tessuto edilizio, paesaggio agrario e organizzazione simbolica dello spazio. Le torri, i mattoni, le mura e gli orti che fioriscono fin dentro il circuito urbano non costituiscono semplicemente un patrimonio architettonico da conservare, ma la sopravvivenza materiale di una lunga storia nella quale persistono istituzioni, rituali e pratiche che mantengono ancora un rapporto vivo con quella forma urbana. È proprio questa eccezionale persistenza a rendere Siena particolarmente esposta alle logiche della rendita turistica, della finanziarizzazione immobiliare e della trasformazione dello spazio storico in oggetto di consumo. Il Palio, nonostante la sua spettacolarizzazione sempre più invasiva, resta forse uno degli ultimi atti in cui una città intera si riconosce ancora…».

Cosenza?
«Qui il processo appare quasi rovesciato perché non domina la forma storica, ma la sua progressiva disarticolazione, anche se il centro storico, arroccato sul colle Pancrazio, restituisce ancora oggi una delle immagini urbane più armoniche del Mezzogiorno italiano. Non è la bellezza ad essere venuta meno, ma il rapporto tra quella forma urbana e la vita della città con la progressiva perdita delle funzioni urbane che, per venticinque secoli, le avevano dato significato».
Questa distinzione fra urbs e civitas come può applicarsi a Napoli?
«Napoli lo permette perché in questo caso non abbiamo una forma urbana che sopravvive mentre la vita della città si indebolisce; abbiamo una città ancora molto viva che rischia di diventare essa stessa una risorsa da cui estrarre valore. Per questo Napoli non è né Siena né Cosenza, anche se presenta qualcosa di entrambe».

Si spiega meglio?
«Siena mostra il rischio di una città storica nella quale la conservazione dell’urbs può finire per prevalere sulla civitas: la forma urbana è conservata in maniera straordinaria, ma propria quella forma può diventare sempre più una risorsa economica e turistica, mentre alcune funzioni della città vengono progressivamente subordinate al consumo della sua immagine. Cosenza mostra invece un processo quasi opposto: la città storica perde progressivamente funzioni, abitanti e centralità mentre l’urbanizzazione si sposta altrove. Napoli è interessante perché non presenta né l’una né l’altra situazione, perché è anche e soprattutto la vitalità della civitas a diventare una risorsa economica e, dunque, potenzialmente un oggetto di estrazione».

Quindi l’urbs non è a rischio?
«Quella napoletana è ancora saldissima. È non parlo soltanto dei monumenti o del centro storico riconosciuto come patrimonio, ma della struttura materiale e stratificata della città: il tessuto greco-romano, i decumani, i palazzi, le chiese, i vicoli, le corti, le strade, le piazze, i bassi, le botteghe, la densità edilizia e quella particolare continuità fra spazio costruito e vita quotidiana che rende Napoli riconoscibile. E, a differenza di molte città storiche trasformate ormai quasi interamente in scenografie turistiche, Napoli conserva ancora una civitas molto forte. Il suo centro storico non è un museo all’aperto perché è ancora una città abitata, con attività, conflitti, economie, relazioni e pratiche quotidiane».

Ma quanto questo patrimonio unico e complesso può durare?
«Il problema è che proprio questa città viva è diventata una risorsa economica straordinaria. Il turismo non trova a Napoli una città vuota da occupare, ma una città viva da consumare. Non intendo negare che questa ricchezza sia reale. Il turismo ha portato in questa città lavoro, reddito e una rinnovata fiducia in sé stessa, ma, comunque, bisogna spostare la discussione dal numero dei turisti alla trasformazione delle funzioni urbane. Il problema non è semplicemente che arrivano moltissime persone, ma che una parte crescente della città viene organizzata in funzione del loro consumo temporaneo. Gli affitti, le destinazioni degli immobili, i negozi, la ristorazione, i percorsi urbani, alcuni musei e persino le immagini attraverso cui Napoli viene raccontata possono essere progressivamente orientati verso chi visita la città anziché verso chi la abita».

Dunque, il turismo snatura Napoli?
«Non direi. La questione è più profonda. Una pratica urbana può continuare a esistere e, nello stesso tempo, cambiare funzione economica. Penso soprattutto al cibo. La gastronomia napoletana non è nata come attrazione turistica: è una pratica della città, una forma della vita quotidiana, parte della civitas. La pizza, i mercati, le botteghe, il cibo di strada, le trattorie appartengono alla storia sociale della città. Ma quando la città viene sempre più organizzata per il visitatore, anche queste pratiche possono diventare merci turistiche. Il rischio non è necessariamente che Napoli perda la pizza, ma che conservi la pizza perdendo progressivamente la civitas che l’ha prodotta».

Quindi si snatura, o no?
«Torno sul concetto di estrazione. A Napoli si estrae innanzitutto spazio: un appartamento nel centro storico può diventare più redditizio come alloggio temporaneo che come abitazione; un locale può essere destinato a una pizzeria, a un bar, a un cocktail bar o a un negozio rivolto ai visitatori invece che a un’attività destinata ai residenti. Si estrae la strada, quando alcuni assi del centro vengono trasformati in percorsi prevalentemente orientati al passaggio e al consumo turistico. Si estrae il patrimonio, quando chiese, palazzi, musei, panorami e luoghi della città vengono inseriti in un circuito di attrazioni e di consumo. Ma si estrae anche qualcosa di più difficile da vedere: la vita urbana stessa. Il basso, la bottega, il mercato, la pizza, il cibo di strada, il bar, certe immagini dei quartieri, persino una determinata maniera di stare per strada diventano risorse economiche perché costituiscono ciò che il visitatore cerca a Napoli».

Ma questa estrazione è un bene o un male?
«L’estrazione comincia quando un luogo vale più per quanto riesce a far spendere chi passa che per quanto riesce a servire a chi ci vive. E questo è particolarmente evidente nel commercio: se il corniciaio, il calzolaio, il ferramenta o il negozio di alimentari lasciano il posto ad attività rivolte prevalentemente al visitatore, non abbiamo soltanto una sostituzione commerciale, ma una trasformazione della funzione urbana della strada».
E quale economia deriva da questa conversione?
«Se una città affidasse la propria crescita soprattutto a occupazioni stagionali e poco qualificate, e a rendite immobiliari che spesso non restano nemmeno in città, potrebbe arricchirsi nei bilanci impropriamente rendendosi più povera».

La qualità del cibo non sarà più la stessa?
«La gastronomia napoletana è una pratica della civitas prima ancora di essere un prodotto turistico. Ma quando attorno alla pizza, alla cucina napoletana e allo street food si organizza una parte crescente dell’economia del centro, quella pratica quotidiana può essere progressivamente trasformata in un’esperienza da vendere».

In conclusione, Napoli ha ancora una civitas?
«Certamente che l’ha. Il paradosso di Napoli potrebbe essere formulato così: l’urbs viene conservata perché la civitas è diventata una risorsa. Ma se si estrae continuamente valore dalla vita urbana, si corre il rischio di conservare la forma della città consumando ciò che la rende una città».

da “Il Corriere del Mezzogiorno” del 10 ottobre 2026

Fiumefreddo Bruzio, un paese sul crinale.-di Battista Sangineto

Fiumefreddo Bruzio, un paese sul crinale.-di Battista Sangineto

Quando arriva l’inverno, a Fiumefreddo Bruzio restano soprattutto le pietre e i mattoni. Il mare rimane al suo posto, molto più in basso della terrazza di roccia sulla quale il paese si affaccia; restano le chiese, i palazzi, le strade, il castello, le case addossate le une alle altre. Ma nel Centro storico, che d’estate conosce una vita diversa, d’inverno abitano stabilmente meno di cento persone.

Il tessuto urbano tutto sommato ancora tiene, le architetture sono ancora leggibili, le chiese barocche e tardo barocche raccontano la storia del paese, la Chiesa matrice conserva un dipinto di Solimena, i palazzi nobiliari di tante famiglie testimoniano il passato di una comunità che qui ha costruito nei secoli la propria forma civica. Anche il Castello, fondato probabilmente nell’età normanna e fortificato nel Cinquecento, è ancora lì, benché le sue rovine siano state trasformate in qualcosa di diverso dalle pitture di Salvatore Fiume.

Fiumefreddo, insomma, non è un paese in rovina, ma non è neppure un paese sufficientemente abitato per potersi considerare al riparo dalla rovina. È in bilico su un pericoloso crinale. Da una parte c’è l’abbandono, che porta con sé la chiusura delle case, la rarefazione dei servizi, la perdita delle attività e, alla fine, il venir meno della manutenzione ordinaria che permette a un paese di esistere. Dall’altra c’è la possibilità che proprio ciò che ancora conserva -la posizione, il paesaggio, le architetture, il tessuto edilizio, il rapporto con il mare- diventi oggetto di una nuova rendita immobiliare. Non è ancora “gentrificato”, ma potrebbe rapidamente diventarlo.

La questione, allora, non è solo come evitare la rovina, né come attrarre nuovi investimenti, ma è come occupare questo spazio con nuove forme dell’abitare e di produrre. Riabitare senza “gentrificare”, produrre senza consumare il paese, restaurare senza musealizzare, accogliere senza trasformare l’accoglienza nell’unica economia possibile.

A Fiumefreddo questa ricerca è già cominciata in una forma inattesa, quella della medicina. Il noto senologo calabro-romano, dottor Raffaele Leuzzi, vi ha investito risorse proprie nell’acquisto e nel recupero di case e palazzi e ha costruito intorno a essi un insieme di attività che comprendono ospitalità, ristorazione, biodiversità alimentare e, soprattutto, cura sanitaria e psicologica. L’esperienza di Casa di Rosa e il Festival della Salute, la cui terza edizione si è appena conclusa, hanno portato nel paese, del tutto gratuitamente, attrezzature diagnostiche d’avanguardia, prevenzione, diagnosi, ricerca, alimentazione, cultura e relazioni nazionali e internazionali.

Non è un’esperienza che possa essere semplicemente replicata altrove, ma esiste una logica che merita di essere discussa. Questa esperienza rende visibile la possibilità di tenere insieme salute, lavoro, abitazione, produzione e tutela senza fare del turismo il principio intorno al quale tutto deve organizzarsi. Lo spopolamento ha separato ciò che un tempo componeva la vita del paese: le persone, le attività, la terra e le pietre. Tornare a tenerli insieme significa creare le condizioni perché il paese possa nuovamente essere abitato e produrre, senza essere né abbandonato né trasformato in una merce.

Una cooperativa per la gestione delle attività già nate intorno alla Casa di Rosa di Leuzzi può essere un primo nucleo, ma una sola struttura non basta. Un paese ha bisogno di più economie minute e complementari, alcune rivolte a chi lo abita, altre capaci di vendere altrove. Possono essere produzioni alimentari legate alla biodiversità, piccoli laboratori artigiani, falegnameria, tessile, calzature, servizi alla persona, manutenzione e restauro, attività culturali, assistenza agli anziani, formazione. Perfino un piatto o un paio di scarpe possono avere un senso, se fanno parte di una rete di piccole produzioni capace di ricostruire lavoro e reddito.

Non serve una sola grande attività economica, ma una pluralità di attività abbastanza piccole da convivere con la dimensione del paese e abbastanza solide da permettere a chi le svolge di abitarvi. Ma niente di tutto questo è possibile senza che la politica, regionale e nazionale, si occupi attivamente di questi luoghi, proteggendoli dalla speculazione immobiliare e investendo nelle condizioni materiali che permettono a chi vi abita di restarvi e di lavorare.

Se oggi Fiumefreddo non rientra fra i comuni che il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne -firmato dal governo Meloni- classifica come da “accompagnare” verso uno spopolamento ormai “irreversibile”, lo deve, forse, più a chi vi ha filantropicamente investito il proprio patrimonio privato che a chi avrebbe dovuto investirvi risorse pubbliche.

Il turismo può far parte dell’economia del paese, naturalmente, ma non deve diventare il soggetto economico intorno al quale tutto viene organizzato. L’ospitalità può accompagnare la vita del paese, non sostituirla. Quando il visitatore diventa il destinatario principale delle case, delle attività, dei negozi e perfino del paesaggio, il paese rischia di trasformarsi in una merce.

Il problema, allora, non è attirare persone, ma creare le condizioni perché persone dotate di competenze possano produrre e abitare. Nel centro storico di Fiumefreddo, dove d’inverno vivono stabilmente pochissime persone, potrebbero arrivare cinquanta o cento nuovi abitanti che abbiano una ragione concreta per restare, o per tornare, perché vi trovano un lavoro, una casa, servizi, relazioni e una prospettiva di vita.

Questa è forse la differenza decisiva fra riabitare e ripopolare. Ripopolare significa spesso aggiungere numeri mentre riabitare potrebbe voler dire ricostruire le condizioni materiali e sociali che permettono a una popolazione di vivere in un luogo.

Per questo Fiumefreddo non ha bisogno di una nuova grande operazione di “valorizzazione”, ma ha bisogno, invece, di tornare a essere un paese, non un borgo, nel quale sia possibile vivere, lavorare, produrre e avere cura delle cose che il tempo e la fatica degli uomini vi hanno lasciato.

La tutela del patrimonio, in questa prospettiva, assume un significato diverso. Tutelare e conservare una chiesa, un palazzo o una strada senza ricostruire le condizioni sociali che permettono a quelle cose di avere ancora una vita significa rischiare di conservare le forme perdendone la funzione. Ma anche riempire il paese di seconde case, investimenti immobiliari e visitatori non sarebbe una soluzione. Sarebbe soltanto un’altra forma di perdita.

Fiumefreddo è ancora abbastanza integra da poter essere salvata. Le sue pietre tengono, le relazioni sono ancora possibili perché non sono state congelate in una cartolina di comunità, il tessuto urbano consentirebbe ancora forme di abitazione e di piccola produzione non ancora trasformate in merce. Ma tutto questo non basta perché la sua salvezza non dipende dal paese, bensì da una politica territoriale che finora non ha scelto di proteggerlo.

da “il Quotidiano del Sud” del 28 settembre 2026

Il futuro del turismo in Calabria. Uno sguardo dalle montagne.- di Tonino Perna

Il futuro del turismo in Calabria. Uno sguardo dalle montagne.- di Tonino Perna

In premessa vorrei citare due interventi sul turismo in Calabria pubblicati su questo quotidiano, nel tentativo di aprire un serio dibattito. Purtroppo, in questo che è l’unico quotidiano che offre uno spazio di discussione non ne abbiamo fino ad oggi approfittato. Firme di indubbio valore si presentano come monadi, richiamando raramente altri interventi sulla stessa tematica. Provo, pertanto, a rompere con questa solipsistica abitudine.

Concordo con quanto scrive Marcello Furriolo, già sindaco di Catanzaro, rispetto all’insufficienza del settore turistico in Calabria come motore per uno sviluppo complessivo della nostra regione. Sicuramente rispetto al secolo scorso la Calabria ha fatto passi da gigante in questo settore e le previsioni per i prossimi anni, salvo guerre e catastrofi, sono decisamente positive.

Come ebbi modo di sostenere, una decina di anni fa in un convegno nazionale, la Calabria è diventata un territorio “esotico ma sicuro”, che sposta i flussi turistici dai paesi del Sud del mondo, sempre più attraversati da guerre e conflitti, verso quelle zone ancora inesplorate dell’Europa. Non è una bella cosa. Basti pensare ai paesi del Nord-Africa e del Medio Oriente che avevano avuto un notevole incremento turistico fino al 2010 e alle sfortunate “primavere arabe”, che oggi è totalmente crollato. Ma tant’è.

Val la pena non perdere questa occasione ed allo stesso tempo, come sostiene Marcello Furriolo, non mitizzare il volano del turismo pur riconoscendogli un indubbio contributo, non solo sul piano economico, Ma, i nostri giovani laureati non andranno a fare i camerieri o le guide turistiche se non eccezionalmente e nel periodo estivo, mentre andrebbero sviluppati altri settori, a partire dalla ricerca, cultura e alta formazione.

E sono ugualmente d’accordo con l’analisi del presidente di Confesercenti di Reggio Calabria, che evidenzia il paradosso dell’incremento di turisti nell’aeroporto reggino a fronte ad una contrazione delle presenze nelle strutture ricettive e dei consumi nei pubblici esercizi.

Per la verità questo dato non mi stupisce perché dagli inizi di questo secolo sostengo che bisogna guardare all’area dello Stretto come ad un unicum e offrire pacchetti turistici che riguardano un itinerario tra le due sponde. Non solo lo sostengo ma lo ho anche sperimentato con successo, quando sono stato il presidente del Parco Nazionale dell’Aspromonte, promuovendo con un‘agenzia di Milano un viaggio di una settimana sullo Stretto dal titolo “Prima del Ponte: venite a vedere lo Stretto…”

Poi, il 18 aprile del 2015 in qualità di assessore alla cultura del Comune di Messina ho organizzato un incontro con i sindaci delle due sponde dello Stretto su una nuova e bellissima nave delle FFSS, messaci gratuitamente a disposizione. In questo indimenticabile incontro una decina di sindaci hanno firmato il Patto dello Stretto che prevedeva, tra l’altro, la creazione di politiche sinergiche per quanto riguarda i trasporti, il turismo, la cultura e la ricerca scientifica. Niente di tutto questo si è fatto.

Per quanto riguarda la città di Reggio non si può pensare che chi viene per una visita possa fermarsi più di tre giorni (e sono già tanti), dopo aver visto i Bronzi di Riace, il Castello Aragonese l’impareggiabile lungomare Italo Falcomatà, una volta definito “il più bel chilometro d’Italia” da un cronista sportivo, che oggi riguarda ben più di un chilometro. Per questo è necessario fare rete con altri luoghi lunga la costa e sul mai abbastanza conosciuto e decantato Aspromonte.

E proprio da questa montagna vorrei ripartire per immaginare un futuro del turismo che diventa un prologo del ripopolamento delle nostre montane. Nell’immaginario collettivo il turismo in Calabria è stato sempre associato al mare. Solo nel nuovo secolo, lentamente, c’è stata la scoperta del Pollino, Sila e Aspromonte, arrivato per ultimo ma oggi scoperto da un crescente flusso di ecoturisti. La ciclovia che unisce i tre Parchi nazionali è sempre più frequentata da chi vuole scoprire nuovi paesaggi di natura incontaminata.

Un bene sempre più raro che il mutamento climatico sta rendendo sempre più prezioso. Nei prossimi anni assisteremo inevitabilmente ad un aumento degli eventi estremi, ad un intensificarsi di periodi di siccità e alluvioni, nell’ambito di un riscaldamento globale del pianeta che avanza (chi scrive ha pubblicato un saggio sugli “Eventi estremi” nel 2011 e, purtroppo, ha avuto ragione).

Ma, le montagne non solo attenuano gli effetti del riscaldamento globale, ma costituiscono anche, e soprattutto, uno spazio vitale per le relazioni umane. Provate a camminare per i boschi, nei sentieri, e quando incontrate qualcuno vi saluta e magari si ferma pure per scambiare due parole. Al contrario della spiaggia, dove le persone stanno sotto l’ombrellone attaccate al telefonino (salvo le pochissime lettrici di mezza età) e non si accorgono di chi gli passa accanto. Il vicino di ombrellone è visto spesso come una fastidiosa presenza, se poi c’è qualche raro bambino piagnucoloso non ne parliamo, mentre in montagna rappresenta un compagno/a di viaggio.

Perché là dove lo spazio e il tempo, i due elementi fondamentali della vita, si allargano, si dilatano, allora ritroviamo noi stessi e vediamo nell’altro il prossimo. In un racconto mitologico Spazio e Tempo venivano definiti come due gemelli che sposavano due sorelle Aria e Acqua dando così inizio alla vita sul nostro pianeta.

Per tutte queste ragioni bisognerebbe prioritariamente salvare questi meravigliosi ecosistemi dagli incendi, dall’incuria, dal degrado di un turismo della domenica “mordi e fuggi” che ancora, sia pure in minor misura, è presente nelle nostre montagne.

Una vera politica di promozione di un turismo di qualità deve innanzitutto garantire che l’ambiente naturale e quello socio-culturale siano seriamente tutelati.

Per salvare i paesi serve il turismo o i residenti? Magari tutti e due …- di Filippo Veltri

Per salvare i paesi serve il turismo o i residenti? Magari tutti e due …- di Filippo Veltri

Nel meraviglioso dibattito che ha contraddistinto tutto l’anno che sta per chiudersi su restanza e ritornanza, i suoi valori, la sua essenza più vera, anche il suo folklore e quant’altro, si è inserita di recente una bella e decisiva domanda: per salvare l’Italia dei borghi bisogna aprirla al turismo? Cioè farla diventare tutta una succursale, ovviamente in scala ridotta, di Roma, Venezia e Firenze?

Il grande storico dell’arte Antonio Paolucci (che fu anche Ministro e direttore degli Uffizi e dei Musei Vaticani) anni fa disse testualmente che in Italia il museo esce dai suoi confini e ‘’occupa ogni angolo delle città e sta all’ombra di ogni campanile’’. Tutta una corrente culturale e politica pensa dunque che – se non ovviamente nelle dimensioni di quelle città d’arte che stanno peraltro soffocando di turismo di massa – si dovrebbe e si potrebbe spostare quella domanda turistica/residenziale che viene dall’estero anche nei piccoli centri che rischiano di morire di spopolamento soprattutto per mancanza di mezzi economici e di prospettive per il futuro.

In Calabria in piccole e ridotte dimensioni questa offerta a quella domanda di turismo di un certo tipo in parte esiste già, se solo si pensa a Badolato tanto per fare un solo esempio, divenuta negli anni una meta ricercata del turismo mondiale. Parliamo però sempre di piccole cifre in confronto a quelle delle grandi città, ma il punto vero di domanda è un altro: serve o no intercettare flussi di questa ondata del turismo di massa che ha investito l’Italia dal dopo pandemia e dirottarli in questa enorme zona interna per frenare e bloccare lo spopolamento?

E salverebbe tutto ciò questi borghi dalla loro fine e, in ogni caso, dal drammatico vissuto che avviene sotto i nostri occhi anno dopo anno? E ancora: siamo sicuri che il turista che vuole vivere la semplicità, il mangiare sano e naturale e l’ambiente dei vari Badolato sia il futuro?

E infine: il ricambio stagione dopo stagione del turista nelle nostre zone di collina e di montagna (che sono quasi l’80% dell’intera Calabria) salverà il futuro, o non è invece necessario e indispensabile un massiccio intervento economico in termini di socialità, servizi, infrastrutture, sanità, scuole etc. etc.? Chi ci resterà più in questi borghi se non c’è un aiuto stabile, programmato, certo che consideri non il turista ma il residente?

Qualcuno ha scritto che abbiamo più bisogno di residenti che di turisti. Magari di tutti e due, nel senso che i turisti arrivano e restano se i residenti ci sono e non trovano borghi magari suggestivi e belli ma drammaticamente vuoti.

È stato detto che ci vogliono i così detti affetti stabili e pensare anche ad iniziative come quelle in passato fatte in alcuni paesi europei (Portogallo e non solo) per attrarre e fare venire da noi con tassazioni agevolate anziani da altri paesi. Ma anche lì ci si troverà difronte al cuore duro dei problemi: chi ci verrà se non funziona la sanità, se le strade sono quelle che sono, se i trasporti sono questi, se i servizi primari a volte mancano?

Le bellezze nostre sono innegabili ma non bastano certo i meravigliosi servizi televisivi che ci restituiscono panorami mozzafiato, boschi incantati, spiagge da sogno a cancellare tutto il resto. Figuriamoci poi a far tornare in maniera consistente calabresi dall’estero o dall’Italia in Calabria! Certo: gli esempi in questa direzione non mancano, questo giornale ne ha raccolti e illustrati nel 2024 e 2025 decine e decine e il fenomeno va ovviamente al di là dei borghi e dei piccoli centri ma deve essere incentivato e curato con investimenti e programmazione.

I buoni sentimenti e la buona volontà da soli non bastano. Ci vuole la politica seria e non parolaia. Sennò il turismo o altro non salveranno questo patrimonio enorme e bellissimo.

Ha scritto così nel giorno di Natale Vito Teti: ‘’….I paesi in abbandono sono le moderne scenografie degli spettacoli dei mesi estivi, perché d’inverno ognuno si guarda bene di andare nei luoghi del freddo e dell’oscurità, dove non ci sono balli, locali per bere o ascoltare musica. I paesi vengono trasformati in mito, in Eden o in luoghi invivibili, impossibili, senza futuro. Abbiamo inventato i paesi dei balocchi, i paesi market, dove con violenza dei social vengono offerti buoni sentimenti al costo di un ‘euro’’’.

Auguri a tutti per il nuovo anno in arrivo!

da “il Quotidiano del Sud” del 27 dicembre 2025

Al di là di chi vincerà e elezioni alla Calabria serve un cambiamento.-di Filippo Veltri

Al di là di chi vincerà e elezioni alla Calabria serve un cambiamento.-di Filippo Veltri

La si veda come si vuole dal punto di vista strettamente elettorale e partitico ma un dato dovrebbe accomunare i due schieramenti in competizione per le elezioni regionali del prossimo ottobre: la Calabria ha bisogno di un cambiamento. Netto, chiaro, senza indugi.

Sono troppe le cose che non vanno, da tempo, da troppo tempo, e poche quelle che vanno, che non riescono tra l’altro a brillare nel grigio scuro generale e a fare rete. Non si tratta nemmeno di fare l’elenco della spesa di ciò che non va che è, tra l’altro, sotto gli occhi di tutti coloro che vogliono vedere e non starsene inerti. Il punto è più di fondo e magari un’elezione per quanto importante nemmeno riesce a stanare e a risolvere.

Il problema riguarda la definizione del progetto regione, di cosa cioè siamo innanzitutto e cosa vorremmo e dovremmo essere. Essere una terra attrattiva di turismo? Valorizzare la nostra agricoltura nelle tre piane di Sibari, Lamezia e Gioia Tauro? Puntare sull’eccellenza del polo scientifico e culturale dell’Università della Calabria? O su tutte e tre le cose assieme e magari metterci altro nel minestrone, tanto per insaporirlo?

Il cambiamento è invece necessario proprio per indicare una rotta, una direzione di marcia che aiuti a risolvere i problemi drammatici del vivere quotidiano delle popolazioni, dal Pollino allo Stretto, che conoscono tutti e che vivono tutti.

E’ inutile una narrazione che tende tutta al positivo realizzato perché cozza contro il muro contrario della dura realtà con la quale i cittadini sono costretti a fare i conti ogni ora del giorno. E’ fuori contesto direbbero gli scienziati. Ma è inutile anche puntare tutto sul negativo e sul tanto negativo che c’è e si vede per rovesciare quella impostazione di chi ora è al Governo, perché il punto è che domani ci si ritroverà a fare i conti con la dura realtà delle scelte: che fare di questa terra?

Come restituire certezza, dignità, coraggio, stima, autostima, vie da tracciare e da percorrere perché – ad esempio – chi va via lo faccia solo per scelta e non per obbligo o necessità; chi deve curarsi lo possa fare negli ospedali di casa nostra; chi ha bisogno dei servizi essenziali non li debba sempre piatire o rincorrere etc etc. Per non parlare del lavoro, del reddito, del livello di vita, etc etc.

E qui non vogliamo nemmeno programmi in cui, come al solito, c’è tutto e il contrario di tutto, belle parole messe lì senza alcun costrutto o libri dei sogni ai quali siamo abituati da troppo, troppo tempo. Abbiamo – faccio un unico esempio eclatante – due grandi realtà positive in campo e sono forse le uniche accanto ad alcuni esempi di grande agricoltura: sono il porto di Gioia Tauro e quella Università della Calabria di cui si è già accennato. Puntare per davvero su di loro, farne il fulcro anche immaginifico e persino di slogan della Calabria fuori dalla Calabria sarebbe utile e significativo.

Mutare cioè all’interno e anche all’esterno dei nostri confini quella che si definisce la narrazione è infatti il primo compito ma lo si fa non con chiacchiere ma con esempi che tutti possono vedere e toccare di mano. Non con parole declamate ogni tanto per ingannare il tempo!

Poi c’è il resto ovviamente, tutto il resto. Il turismo – altro esempio – lo si rilancia davvero se mare e monti decidono cosa devono essere e mettono fine al dilettantismo insopportabile di questi decenni: non saremo mai come la Sardegna o la Puglia o il Trentino Alto Adige. Va bene. Ma, vivaddio, scegliamo una volta tanto che fare, come farlo e a chi rivolgerci!

Insomma la lista è lunga e il tempo a disposizione poco. Non solo per la campagna elettorale ma per motivare i calabresi disillusi e che ne hanno tante di giustificazioni. Ma – e chiudiamola qui per il momento – anche i calabresi stessi, cioè noi, ne abbiamo di colpe e responsabilità. Forse (e senza forse) è arrivato il momento di darsi una svegliata. Di capire, vedere, scegliere, non starsene muti e passivi. Il domani appartiene infatti innanzitutto a noi e starsene a casa è il peggiore dei mali.

da “il Quotidiano del Sud” del 30 agosto 2025

L’irrisolta questione del modello giusto di turismo.-di Battista Sangineto La città unica, gli incendi, il mare e il turismo in Calabria.

L’irrisolta questione del modello giusto di turismo.-di Battista Sangineto La città unica, gli incendi, il mare e il turismo in Calabria.

Una città è fatta di molte cose, alcune materiali ed altre immateriali; una città è fatta di un patrimonio culturale “esterno”, i monumenti, le piazze, le strade, i palazzi e i beni culturali e di uno “interno”, la memoria culturale. Ogni città è il risultato unico ed irripetibile di una enorme quantità di variabili storiche, sociali, religiose, politiche ed economiche.

In Calabria, alla fine dell’antichità, l’eclisse del paesaggio profondamente umanizzato, il ritorno a modi di produzione più arretrati, l’affievolimento e la regressione della civiltà urbana insieme alle invasioni ed alle dominazioni straniere, dovevano aver di nuovo inselvatichito le genti che hanno cercato e trovato riparo, dalle invasioni e dalle malattie, lontano dal mare e dalle vie, risalendo, come in tutto il Mediterraneo, verso l’alto, verso le montagne.

Una delle poche città calabresi che ha continuato, per quasi venticinque secoli, ad avere la forma e la funzione di città è, secondo le fonti archeologiche e letterarie, Cosenza. La città ha, infatti, un’antica storia, una storia di primazia perché, dal IV fino al II secolo a.C., è stata la capitale dei “Brettii” che occupavano tutta la Calabria centro-settentrionale e, poi, come municipio augusteo, è stata il centro del territorio della romana Consentia, esteso lungo tutta la media valle del Crati fino alla fine dell’antichità.

E’ menzionata, già nel VI secolo d.C., come sede arcivescovile mentre le ricerche archeologiche e le fonti letterarie e d’archivio ci testimoniano una sopravvivenza dell’abitato e degli abitanti che si trasforma, a partire almeno dall’XI secolo, in rinascita edilizia, sociale ed economica. Cosenza ha continuato, poi, ad essere non solo la capitale della Calabria Citeriore, la città di Telesio e dell’Accademia cosentina, ma è stata, soprattutto, una città non infeudata e, quindi, a differenza di molte altre città calabresi e meridionali, autonoma e indipendente (Sangineto 2016).

Ogni città, soprattutto se di antica origine, è non solo il risultato della propria storia, ma anche il volto e la traduzione in pietra e mattoni del popolo che la abita, la conserva e la trasforma (Settis 2014, Montanari 2013).
Come è possibile pensare o, addirittura, promulgare una legge regionale secondo la quale Cosenza debba formare un comune unico con Rende, Castrolibero e, nientepopodimeno, Montalto Uffugo che hanno avuto, con grande dignità, una storia di paesi infeudati o di dipendenza diretta dalla città?

Non si possono mescolare le carte, le storie, la Storia, le vite e le identità dei cittadini e delle comunità con un atto legislativo regionale di dubbia costituzionalità. Al Presidente Occhiuto parrebbe non bastare più il reboante e inesistente, nella Repubblica italiana, titolo di Governatore, ma sembrerebbe aspirare al ben più prestigioso appellativo di ‘Ecista’ della città unica della Media Valle del Crati. Il candidato fondatore della nuova grande città, però, non solo non ha consultato l’oracolo di Delfi per scrutare la sorte dell’impresa che si propone di compiere, ma non ha, nemmeno, interpellato i sindaci e i cittadini dei Comuni che vorrebbe coinvolgere. Sindaci e cittadini che, al 90%, non vogliono sentirne neanche parlare di una simile mostruosità amministrativa -soprattutto i rendesi, i montaltesi e i castroliberesi- a causa dell’enorme debito accumulato negli ultimi 10-12 anni dalle Amministrazioni comunali di Cosenza che ricadrebbe sulle loro spalle fiscali.

Per fortuna questa iniziativa, come quella del commissariamento dei 30 comuni per abusivismo edilizio, è destinata a non avere alcun riscontro concreto se non l’effimera risonanza mediatica propagatasi per qualche giorno. Il Presidente Occhiuto, che è persona accorta e ragionevole, se ne farà una ragione così come si farà una ragione del fallimento del suo apprezzabile proposito di risanamento del mare calabrese che non può avvenire senza togliere alla ‘ndrangheta la gestione dei depuratori, dello smaltimento delle acque reflue e della raccolta e smaltimento della spazzatura.

Un’altra sacrosanta battaglia condotta dal Presidente Occhiuto è quella contro gli incendi e i piromani che – “grazie al sistema di monitoraggio con i droni portato avanti in sinergia con le Forze dell’Ordine e grazie al monitoraggio a terra ad opera degli operai forestali e dei volontari”- a suo parere, sta dando ottimi risultati. L’Ispra, l’Ente statale preposto alla protezione ambientale, fornisce dati secondo i quali dal 1° gennaio al 7 agosto 2023 le aree bruciate in Italia hanno raggiunto i 59.000 ettari. Il 93% di queste aree ricade in sole due regioni: la Sicilia, con il 75% (41 mila ettari) e la Calabria, con il 18% (8,5 mila ettari). Non sembra che sia un gran risultato, se si tiene conto che siamo ancora a metà dell’estate.

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Questi due lodevoli, ma già frustrati, propositi hanno direttamente a che fare con un altro dei perenni ed irrisolti problemi estivi della Calabria: il turismo (ne ha scritto di recente Filippo Veltri su queste pagine). Dopo le meravigliose e costosissime performance della pista di pattinaggio della Regione Calabria a Milano, della scintillante “Calabria straordinaria” con i suoi irrinunciabili MID, i Marcatori Identitari Distintivi “talariciani”, degli indispensabili spot pubblicitari di Muccino e della Gregoraci, il risultato è sotto gli occhi di tutti: pochi turisti ovunque. Una sensazione che è, di fatto, confermata dai dati delle previsioni di Federalberghi che stima una crescita rispetto agli anni del Covid, ma un calo di più di 1 milione di turisti rispetto al 2019. Si registra, anche sulle pagine di questo giornale da Enrica Riera, un aumento esponenziale dei calabresi che preferiscono andare al mare altrove, soprattutto in Albania, non solo per risparmiare sui costi esorbitanti delle strutture di accoglienza calabresi (alberghi, ristoranti, lidi, bar, gelatai…), ma anche per trovare un mare pulito con spiagge meno affollate e rumorose.
Riguardo al turismo, all’invasivo modello del turismo contemporaneo, ho da qualche tempo molte perplessità e fondate paure perché ho visto, in Italia e nel mondo, cosa significa la ‘turistificazione’ e la ‘gentrificazione’ delle città, delle campagne, dei paesi, delle spiagge e di tutti i luoghi nei quali viene esercitato questo tipo di attività economica: la sostituzione delle attività commerciali e produttive locali con quelle dedite soprattutto alla ‘commercializzazione’ di cose prodotte altrove.

Paure e perplessità che vengono confermate da studi accademici, si vedano gli scritti del geografo Filippo Celata, che mettono in evidenza come la ‘turistificazione’ non produca valore, ma solo ricchezza per pochi, attraverso meccanismi economici eminentemente estrattivi, tipici del neoliberismo. Il problema non consiste solo in chi si appropria di questa ricchezza, ma dove essa fluisce e quanta poca ne rimane in loco. Come è d’altronde il caso di ogni forma di rendita che: o non viene reinvestita, o viene reinvestita in attività altrettanto improduttive, o viene reinvestita altrove.
Un recentissimo articolo di Hidalgo et alii (in “Cambridge Journal of Regions, Economy and Society”, 2023) documenta come, in Italia e in Occidente, con la ‘turistificazione’ e la ‘gentrificazione’, causata soprattutto dagli affitti brevi e da Airbnb, aumentino il numero di ristoranti, di bar e in generale la ‘foodification’ e, in secondo luogo, la quantità di negozi di abbigliamento. Aumentano, anche, i luoghi dove si consuma cibo pronto o dove questo viene servito al bancone, rispetto a quelli con cucina e servizio al tavolo. Ne consegue la desertificazione di interi quartieri e di interi luoghi di villeggiatura nei quali si riducono le attività destinate agli abitanti: alimentari, giornalai, riparazioni di diverso tipo, servizi alla persona quali i parrucchieri e gli estetisti e perfino i servizi per l’infanzia.

Quel che colpisce di più, però, è che i centri delle città e i luoghi di villeggiatura calabresi, nonostante non siano presi d’assalto dai turisti, siano stati ‘gentrificati’ lo stesso, invasi, a perdita d’occhio, da distese di tavoli e tavolini di ristoranti, pizzerie, bar e pub che ne hanno preso possesso e che producono, a perdita d’orecchio, pessima musica assordante fino a notte fonda con l’accomodante complicità delle Amministrazioni comunali. Una maleodorante ‘foodification’ con relativa insopportabile ‘movida’ che -senza produrre lavoro vero, duraturo e qualificato- espelle quasi tutte le altre attività destinate ai residenti e che, di conseguenza, espellerà con il passare del tempo anche i residenti medesimi. Una ‘movida’ che viene gestita solo dal mercato mentre le istituzioni locali vanno a rimorchio cercando, senza riuscirci, di gestire gli inevitabili conflitti fra abitanti e gestori di spesso effimere attività commerciali. Un fenomeno che andrebbe invece rimesso in rapporto con la sfera pubblica, anche attraverso la costruzione di un’offerta culturale in modo da reintegrarla positivamente nel più complessivo sviluppo della città. Un altro problema è relativo al rapporto tra costi e benefici: in genere la ‘movida’ comporta una socializzazione dei costi sopportati dai residenti senza alcuna corrispondente socializzazione dei benefici.

So che non c’è un settore in Italia che corra come la ristorazione, l’intrattenimento ed il turismo: dai dati Istat nell’ultimo anno il comparto ha avuto una crescita del 10,3 per cento a fronte di una media del 2,3 per cento. Ma si tratta soprattutto di lavoro poco qualificato, sottopagato e a tempo determinato: solo il 17,1 per cento, calcola uno studio della ‘Fondazione dei Consulenti del Lavoro’, rientra tra le professionalità ad alta qualificazione.

Quello della ‘gentrificazione’ e della ‘movida’ permanente (cfr. l’interessante volume a cura di C. Cristofori, ‘Andar di notte. Viaggio nella movida delle città medie’, 2022) è un fenomeno pervasivo che ha attecchito, in Italia, un po’ ovunque tanto da far scrivere ad Antonio Tabucchi, citato da Montanari, che: “Firenze è una citta volgare… Credo che Firenze, piu che ogni altro luogo italiano, abbia saputo coagulare quasi magicamente in sé la volgarita che aleggia sull’Italia contemporanea (come forse su certi altri paesi europei) fino a farne una sorta di Weltanschauung, una specie di cappotto che l’avvolge, una spaventosa anima collettiva a cui nessuno sfugge e che significa spocchia, intolleranza, grossolanità … Insomma, la quintessenza dell’atteggiamento di un Paese che è stato povero come l’Italia e che all’improvviso è diventato ricco, senza che dell’appartenenza sociale, della borghesia che ha caratterizzato la civilta europea, abbia posseduto la cultura. Ciò che anni fa prevedeva Pasolini la spaventosa mutazione antropologica rivolta verso una omologazione del Brutto (inteso nel senso piu lato) ha trovato paradossalmente in questa citta rappresentante del Bello la sua piu visibile epifania”(‘Gli Zingari e il Rinascimento. Vivere da Roma a Firenze’, 1999).

Non mi piacerebbe vivere, come vaticinava Pier Paolo Pasolini, in un Paese, in una regione e in una città popolati solo da camerieri, chef, animatori e bartender.

da “il Quotidiano del Sud” del 27 agosto 2023

Prima il Sud, ma solo a parole.- di Massimo Villone

Prima il Sud, ma solo a parole.- di Massimo Villone

Nel discorso di Conte alle Camere per la fiducia il Mezzogiorno c’è o no? È una domanda ineludibile, perché Conte ha disegnato un percorso e un programma con la dichiarata ambizione di arrivare a fine legislatura. In realtà, è esattamente questa la scommessa politica che ha messo in campo, con l’obiettivo di ampliare la maggioranza. Se il tentativo avrà successo, da qui al 2023 si faranno scelte cruciali per tutto il paese, ed in specie per il Mezzogiorno.

Nella Camera dei deputati Conte ha rivendicato i risultati conseguiti dall’esecutivo. Ma al Sud ha dedicato solo poche parole, sulla fiscalità di vantaggio. A seguito di qualche contestazione venuta nel dibattito, ha poi ripreso il tema nella replica. Ha affermato che il Sud «è in cima alle priorità dell’agenda di Governo», e non per ragioni ideologiche. Solo facendo correre il Sud «potrà correre il Nord e tutta l’Italia».

Sembrerebbe una piena accettazione della tesi per cui far partire il Sud come secondo motore del paese è l’unica vera possibilità di rilanciare l’Italia nel suo complesso. Sulla sponda opposta chi invece vorrebbe rilanciare la sola “locomotiva del Nord”. Fin qui siamo alle parole. Molti un Mezzogiorno in cima alle priorità dell’esecutivo proprio non lo vedono. Ma Conte va oltre. Ci informa che con il Recovery Plan «si concentreranno gli investimenti, secondo alcune stime, le risorse per circa il 50 per cento nel Sud, se consideriamo tutti i progetti che si dispiegano anche in modo trasversale». Richiama anche 15 miliardi per infrastrutture ferroviarie, e 2.3 miliardi specificamente per le infrastrutture in Calabria. Cita il piano Sud 2030 e altre misure, segnalando in particolare che le iscrizioni negli atenei del sud sono aumentate del 7,5%.
Il discorso in Senato è stato un remake di quello della Camera.

Nessuna sostanziale novità. Il punto è che in entrambe le Camere oltre alle generiche affermazioni di principio il premier non è andato. Nessuna indicazione precisa sul come giungere a ridurre o azzerare il divario strutturale che spacca il paese.
Nemmeno sul terreno di diritti fondamentalissimi come la sanità e l’istruzione, in cui la pandemia ha drammaticamente evidenziato diseguaglianze crescenti.
Il punto allora è se sia credibile o no lo scenario delineato da Conte di un Sud in cima alle priorità del governo, e addirittura destinatario di un 50% delle risorse disponibili per il Recovery.

Dalle analisi svolte sulle bozze di piano via via disponibili vengono considerazioni di altro segno. Ricordiamo tutti la lettera dei presidenti delle regioni meridionali a Conte, anche se non è dato sapere se ci sia stato un seguito, o sia rimasta una mossa puramente di teatro per i fan. Come non sappiamo in quale modo Conte giunga alla valutazione di un 50% del Recovery destinato al Sud. Sembra però di poter trarre dal richiamo alla “trasversalità” che si tratti di progetti non specificamente volti al Mezzogiorno, ma all’intero paese. In tal caso, quanti e quali benefici ne verranno alle regioni meridionali rimane da vedere.

Sono già emerse polemiche, ad esempio, sulla effettiva ricaduta di risorse destinate ad agevolazioni per il lavoro nel Sud, e sulla strategia che il Recovery Plan delinea per i porti italiani. Si ritaglia per quelli del Sud un ruolo – ovviamente minore servente alla vocazione turistica del territorio. Conte non ci ha convinto. Bisognerà mantenere alto il livello di attenzione e cercare di incidere qui e ora, nel passaggio parlamentare promesso dal premier. Una volta concluso l’iter con un voto e con l’approvazione Ue, i giochi saranno fatti, e non si potrà correggere in corso d’opera l’errore di oggi. Che dalla parte più forte del paese venisse una pressione per avvantaggiarsi nella destinazione delle risorse Ue era prevedibile.

Ora, la vicepresidente e assessore lombarda Moratti vuole un vantaggio addirittura sui vaccini. Più Pil, più vaccini. E gli altri muoiano in pace. C’è un leghismo genetico che infetta il Dna di una parte del paese. L’abbiamo visto già all’origine dell’autonomia differenziata, quando i famigerati preaccordi del 28 febbraio 2018 tra Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna e il governo Gentiloni avrebbero inteso commisurare il diritto all’assegnazione di risorse pubbliche alla capacità fiscale dei territori. Più ricchezza, più risorse. Il mantra del leghismo. Sarà difficile sconfiggere egoismi territoriali.

da “la Repubblica Napoli” del 20 gennaio 2021
Foto di Ulf-Angela da Pixabay