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Le belle piazze per la Palestina ma quanti andranno a votare?.-di Filippo Veltri

Le belle piazze per la Palestina ma quanti andranno a votare?.-di Filippo Veltri

Ieri per l’ennesima volta ci sono state centinaia di manifestazioni in tutt’Italia (bellissime quelle in tutte le città calabresi) su Gaza e la Palestina e tante sono le domande sul perché centinaia di migliaia di persone hanno sfilato in difesa del diritto del popolo palestinese, prendendo anche alla sprovvista un po’ tutti.

Stesse scene del 22 settembre, ieri per lo sciopero generale della CGIL e USB e avantieri, con decine di manifestazioni spontanee in tutt’Italia. Vediamo oggi che accadrà a Roma, con manifestanti di tutt’Italia nella capitale. dopo quanto successo e sta succedendo da mercoledì sera con le navi a Gaza.

Una cosa è chiara: quelle piazze parlano e chiedono di uscire dalle nostre stanze e dalle nostre comode comfort zone per sporcarci le mani con un sentimento popolare che può anche non corrispondere perfettamente alle nostre idee e al nostro modo di intendere l’azione politica, ma che esprime una voglia di protagonismo libero e spontaneo che potrebbe aprire nuove porte e indicarci inaspettatamente nuovi orizzonti. O si capisce questo o altrimenti nessuno si potrà poi lamentare se – nelle votazioni ad esempio di domani e dopodomani in Calabria e poi alle prossime scadenze – alle piazze piene, come diceva qualcuno (Pietro Nenni, dopo la sconfitta alle elezioni del 1948 tanti anni fa), corrisponderanno urne vuote.

Il 10% in meno di elettori nelle Marche rispetto alle precedenti regionali è un dato di assoluto allarme di cui parlano in pochi però. Il voto calabrese di domani e dopodomani potrebbe dirci in proposito molte cose.

È finita, in ogni caso, l’epoca in cui in Italia si votava in massa. Oggi ci troviamo di fronte a percentuali di partecipazione sempre più basse, come accade in molti altri Paesi occidentali. Un italiano su due non va più alle urne, e da qui nasce gran parte della crisi della politica e dei partiti. Viviamo una fase di recessione democratica, in cui l’architettura istituzionale viene messa in discussione da un’ondata di populismo e sovranismo, da un’idea di chiusura autarchica che attraversa l’Europa e il mondo: basti pensare a Orbán, Le Pen, Trump.

Nessuno, intanto, si aspettava – come detto – una partecipazione così massiccia in questi giorni e settimane, nessuno pensava che i sindacati di base e poi la CGIL riuscissero e muovere tante coscienze. Tante ragazze e ragazzi. Soprattutto nessuno immaginava che quelle piazze si sarebbero colorate delle magliette dei sorrisi dei bambini e delle loro famiglie. È come se l’indignazione avesse trovato alla fine uno sbocco naturale e lo spontaneismo avesse rotto gli argini senza rispettare le regole non scritte di una convocazione ufficiale di partito o di sindacato come accadeva in un tempo ormai lontano.

È questa la vera novità: il popolo che si organizza a prescindere.
Ci sarà modo di riflettere ancora su questo fenomeno che sembra scardinare, appunto, ogni ragionamento sul sentimento popolare, ogni analisi sull’apatia, sull’indifferenza e sull’egoismo sociale che attraversano le nostre società, fattori che invece trasudano ancora nelle scarsissime partecipazioni alle elezioni, come il dato ultimo delle Marche conferma (e vediamo ora quello che accadrà domani e lunedì dalle nostre parti).

Il fatto certo è che quelle manifestazioni sono anni luce lontane dalla politica politicante e dimostrano che popolo e potere agiscono su due livelli diversi, su due piani che sembrano non incontrarsi perché esprimono idee e passioni differenti. Meloni rifletta bene sul suo distacco da un sentire comune.

C’è, però, anche un messaggio per la sinistra e per il sindacato che viene da quelle manifestazioni e che proprio quella percentuale di non votanti nella Marche (dopo la vergogna del 37,7% dell’Emilia Romagna) conferma in maniera plastica: non siete in grado di capirci fino in fondo, non sapete interpretare i nostri sentimenti, vi perdete in mille rivoli e non riuscite più ad accogliere il popolo che protesta, sembrano dire i partecipanti ai mille cortei. E dunque quando si tratta di esprimere un voto è tutta un’altra partita.

Ad esempio: il problema del Pd è che, mentre succede tutto questo e le persone cercano le vie per esserci, invece di andar loro incontro una sua parte non irrilevante si preoccupa di discutere del tasso di riformismo che non c’è e che dovrebbe esserci, mettendo in discussione una leadership considerata troppo “movimentista”. E dopo le Marche è ripreso, il giorno dopo, il solito teatrino di critiche e mal di pancia, non curanti che domani e dopo si vota in un’altra regione (cioè la nostra)! Puro tafazzismo!

In ogni caso il distacco tra quel dibattito autoreferenziale dentro e fuori il Nazareno e la realtà di un paese in cerca di autori sembra abbastanza evidente. Ma anche la Cgil deve interrogarsi (non basta certo quella tardiva autocritica fatta da Landini e la proclamazione dello sciopero generale di ieri) sul perché ha perso l’occasione di esserci quel 22 settembre, benché molti suoi iscritti c’erano in quelle piazze.

Perché in tanti sono andati e stanno andando in piazza, per chiedere, semplicemente e con chiarezza, la fine del genocidio compiuto da Israele e il diritto dei palestinesi ad avere una loro terra, un loro Stato e un loro futuro di pace? Perché è così faticoso mobilitare il popolo sulle questioni sociali e del lavoro ed è invece più facile, e anche più spontaneo, farlo su temi che pure riguardano i temi identitari della sinistra e del sindacato?

Dalla Calabria, solita ad andare in controtendenza con quanto avviene a livello nazionale, attendiamo perciò lumi su queste semplici domande. Buon voto a tutti. Ma votate tutti, mi raccomando!

da “il Quotidiano del Sud” del

Don Mimmo e il sangue di Gaza. Il coraggio del cardinale calabrese.-di Filippo Veltri

Don Mimmo e il sangue di Gaza. Il coraggio del cardinale calabrese.-di Filippo Veltri

C’è un prete calabrese, un Cardinale voluto da Papa Francesco (a proposito: quanto lo rimpiangiamo!) che si chiama Don Mimmo Battaglia, che mostra una Chiesa diversa da quella timida se non silenziosa o quasi di questi tempi. E invece lui ha coraggio, tanto coraggio.
Ieri per un giorno è tornato nella sua Calabria, che non lo dimentica e anzi è sempre nel suo cuore!

Nell’omelia di alcuni giorni fa per la messa di San Gennaro a Napoli la sua posizione netta sulla Palestina brilla come il sangue sciolto di San Gennaro. Ecco solo alcuni passi: “Ascolta, Israele: non ti parlo da avversario, ma da fratello nell’umano. Ti chiamo col nome con cui la Scrittura convoca il cuore all’essenziale: Ascolta. Cessa di versare sangue palestinese.

Da questa cattedrale che respira come un petto antico, si alza un appello chiaro, diretto, senza garbo diplomatico, cessino gli assedi che tolgono pane e acqua, cessino i colpi che sbriciolano case e infanzie, cessino le rappresaglie che scambiano la sicurezza con lo schiacciamento, cessi l’invasione che soffoca ogni speranza di pace.

La sicurezza che calpesta un popolo non è sicurezza: è un incendio che, prima o poi, brucia la mano che credeva di domarlo. Oggi la parola sangue ci brucia addosso. Perché il sangue è un linguaggio che tutti capiamo, e che chiede conto a tutti. Il sangue di Gennaro si mescola idealmente al sangue versato in Palestina, come in Ucraina e in ogni terra ferita dove la violenza si crede onnipotente e invece è solo rumore.

Il sangue è sacro: ogni goccia innocente è un sacramento rovesciato. Se potessi, raccoglierei in un’ampolla il sangue di ogni vittima, bambini, donne, uomini di ogni popolo, e lo esporrei qui, sotto queste volte, perché nessun rito ci assolva dalla responsabilità, perché la preghiera senta il peso di ogni ferita e non scivoli via. Oggi, con pudore e con fuoco, dico: è il sangue di ogni bambino di Gaza che metterei esposto in questa cattedrale, accanto all’ampolla del santo. Perché non esistono ‘altre’ lacrime: tutta la terra è un unico altare”.

E’ importante leggere queste parole nei giorni, nelle settimane, nei mesi in cui si sta consumando una tragedia che taluni commentatori non vogliono nemmeno nominare con la definizione esatta: GENOCIDIO. Lo scriviamo tutto in grande non perché la parola possa mutare il senso delle cose che sono quelle che sono e che stiamo vivendo da tempo, da troppo tempo, e che don Mimmo da Satriano, provincia di Catanzaro, ha avuto il coraggio di esprimere con le parole giuste e corrette.

Noi lo conosciamo bene don Mimmo, prete di strada e di vicinanza ai deboli, ai derelitti, ai poveri, ai diseredati, a chi non ha niente. Bergoglio lo nominò cardinale di Napoli quando nessuno se lo aspettava. Un altro prete del coraggio dopo Matteo Zuppi che era stato messo alla testa della Conferenza Episcopale Italiana, un altro atto di coraggio di quel pontificato che in tanti oggi ricordano con un misto di nostalgia e di attesa per un nuovo corso che stenta ancora a farsi vedere.

La tragedia di Gaza e della Cisgiordania, dei palestinesi tutti, avrebbe richiesto ben altro piglio che non quello cui stiamo assistendo, con le stanche litanie degli appelli alla pace che non è chiaro come dovrebbe avvenire in presenza di uno sterminio che prosegue imperterrito davanti ad una opinione pubblica che finalmente lunedì scorso si è svegliata dal torpore con oltre mezzo milione in piazza e sulle strade di tutt’ Italia (grandiosa e memorabile la manifestazione a Cosenza).

Don Mimmo Battaglia finalmente ha aperto il libro della verità, della nettezza della storia, dinanzi a noti editorialisti e presunti storici che sui vari canali tv si dilettano ancora a fare le pulci ai nomi da (non) dare a questo GENOCIDIO. Grazie don Mimmo! Siamo onorati di essere calabrese come te!

da “il Quotidiano del Sud” del 27 settembre 2025

Di Vincenzo Amoruso – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=99359262

L’implosione del Mediterraneo ci riguarda.-di Tonino Perna

L’implosione del Mediterraneo ci riguarda.-di Tonino Perna

Come calabresi e meridionali assistiamo, angosciati e impotenti, a questo massacro della popolazione civile a Gaza che rischia di coinvolgere altri paesi del Medio Oriente e la stessa Nato, di cui, obtorto collo, facciamo parte. Appare sempre più evidente che Il governo Netanyahu sta portando al suicidio Israele, facendo crescere in tutto il mondo una ondata di sdegno e di proteste che spesso sfociano nel razzismo nei confronti degli ebrei, che in parte rilevante sono le vittime dell’attuale governo israeliano e ne subiscono le conseguenze.

Purtroppo, il conflitto israeliano-palestinese è solo la punta estrema di una propagazione dei conflitti in tutta l’area del Mediterraneo, dalla Libia alla Siria, passando per il Libano, che sta facendo implodere la sponda sud-est del mare nostrum. L’Ue è fuori gioco, come uno spettatore bollito davanti alla Tv. Il governo italiano non ha nemmeno votato la risoluzione Onu per un immediato cessate il fuoco, come hanno fatto Francia, Spagna e Portogallo, non a caso paesi dell’Europa mediterranea che ben capiscono che questa guerra li riguarda da vicino.

Per decenni ci siamo nutriti di retorica sulla nostra comune cultura mediterranea, sul nostro Sud al centro di questo meraviglioso mare, con centinaia di convegni, di associazioni e progetti tra la Ue e i paesi del Mediterraneo. Ma, una politica euro-mediterranea, da parte della Ue e dell’Italia, è scomparsa dalla fine del secolo scorso. L’ultimo atto politico significativo è stata la Conferenza di Barcellona nei giorni 27 e 28 novembre del 1995 in cui ci si è posti il fondamentale obiettivo del raggiungimento della pace e stabilità nell’area mediterranea operando su tre livelli: politico, economico-finanziario e socio-culturale.

Avendo personalmente partecipato con una delegazione del Centro regionale d’intervento per la cooperazione, all’epoca una delle più significative Ong italiane e l’unica che aveva una strategia di cooperazione Sud-Sud, ne ero rimasto entusiasta, per la quantità e qualità dei partecipanti, e perplesso per il prevalere di un approccio neoliberista che puntava ad un libero scambio delle merci e non delle persone, non tenendo conto delle disparità dei soggetti in campo, per cui il free trade favoriva i paesi più forti. Comunque ci aspettavamo che dalle nobili dichiarazioni di principio seguissero fatti concreti.

Come sappiamo le cose sono andate diversamente. L’Ue ha progressivamente spostato il suo asse e il suo sguardo verso est, abbandonando completamente ogni politica o attenzione a quello che avveniva nel Mediterraneo, un’area economica piccola rispetto al mercato mondiale che si formava con la caduta del muro di Berlino e l’apertura della Cina. In questo secolo la Ue ha fatto anche peggio. Francia e Inghilterra, con il supporto Usa, hanno avuto un ruolo importante e devastante nell’abbattimento del regime di Gheddafi, fomentando una guerra civile che ha portato al collasso un paese che viveva tranquillo anche se sotto una dittatura.

Pochi sanno che il caos e la guerra civile in Libia ha interrotto un rilevante flusso migratorio proveniente dai paesi del Sahel. Circa un milione e mezzo di africani vivevano come immigrati in Libia lavorando nell’edilizia, in agricoltura, nei servizi, nell’industria petrolifera. Questi giovani del Sahel mandavano a casa i loro risparmi, si costruivano la casa o compravano un pezzo di terra, senza dover pagare trafficanti e rischiare di morire nel deserto.
Anche la Siria, che era un paese a reddito medio, assorbiva una parte di manodopera migrante proveniente dal Sudan e altri paesi limitrofi, è entrata dal 2011 in una guerra civile in cui hanno giocato un ruolo diverse potenze straniere (Turchia, Usa, Gran Bretagna, ecc.) .

Infine, il Libano che era chiamato “la Svizzera del Medio Oriente” è oggi al collasso economico (ci vogliono 100mila lire libanesi per un dollaro quando cinque anni fa ce ne volevano due), e tende ad espellere un milione e trecento mila rifugiati siriani e duecento mila palestinesi, dal ‘1948 “ospitati” da questo paese, senza cittadinanza, in attesa del ritorno nella propria terra!

Presto, purtroppo, toccherà alla Tunisia e all’Egitto che stanno attraversando una crisi economica, sociale e politica molto pesante. Possiamo chiamarci fuori da un Mediterraneo che implode? Possiamo pensare che spostando le nostre frontiere nel Nord Africa potremo bloccare la fuga dei disperati, delle vittime di queste guerre fomentate dalle potenze straniere, dai nuovi imperi che sono ritornati sulla scena del mondo?

Come si fa a pensare che il Mezzogiorno possa avere un futuro in questo mare che è diventato un cimitero liquido in mezzo a terre insanguinate e distrutte dove non è più possibile vivere? Come è possibile che il nostro paese con abbia dagli anni ’80 un governo con un straccio di politica mediterranea, che dobbiamo rimpiangere personaggi controversi come Andreotti o Craxi?

da “il Quotidiano del Sud” dell’1 novembre 2023

L’implosione del Mediterraneo-di Tonino Perna

L’implosione del Mediterraneo-di Tonino Perna

C’era una volta il Mediterraneo, culla di grandi civiltà, delle tre religioni monoteiste, centro dell’attività economica e commerciale del mondo conosciuto, dal tempo dei fenici-greci-romani-arabi fino alla fine del XV secolo. Poi, con la conquista dell’America, si spostano progressivamente i flussi commerciali dal Mediterraneo all’Atlantico, e dal continente americano arrivano oro e argento che costituivano allora la base reale della ricchezza di un paese, e si riduce progressivamente il ruolo del Mediterraneo, ma non scompare.

Ancora negli anni ’60 del secolo scorso i paesi che si affacciano nel bacino del Mediterraneo facevano parte dei paesi a reddito medio-basso, nella sponda sud-est, e a reddito medio alto nella sponda nord. Dopo la caduta del muro di Berlino e l’apertura cinese al mercato globale, l’asse del commercio e della finanza europea si sposta nuovamente verso i paesi dell’ex Urss e verso la Cina, all’interno di una rivoluzione geopolitica ed economica che vede l’asse centrale dell’economia mondo localizzarsi in Asia. Un cambiamento epocale paragonabile solo a quello avvenuto con la conquista delle Americhe. Solo che allora ci vollero secoli per consolidare questo cambio di rotta del mercato mondiale, oggi sono bastati pochi decenni.

Il progressivo impoverimento delle popolazioni della sponda sud-est del Mediterraneo è avvenuto già negli anni ’70 del secolo scorso, con una divaricazione crescente tra la sponda Nord e Sud-es. L’Ue, nata nel cuore del Mediterraneo con il Trattato di Roma del 1957, e due anni prima con la Carta di Messina, ha lasciato da tempo il mare nostrum come area di interesse economico e politico, abbandonando nell’emarginazione e crescente povertà le popolazioni nordafricane ed arabe. Fino alla “primavera araba” media e governi occidentali avevano ignorato l’impoverimento di queste popolazioni. Improvvisamente nel 2010 si accendono i fari su masse giovanili in piazza per chiedere più libertà e giustizia sociale, contro le rapaci élite, militari e civili, che divorano le ricchezze unitamente ai rapporti di scambio ineguali con i paesi occidentali.

Sappiamo come è andata a finire anche grazie all’ingerenza di potenze straniere comprese quelle europee. Libia e Siria, paesi relativamente ricchi e dove milioni di migranti del Sahel lavoravano, sono implose e vivono tuttora in uno stato di guerra permanente. Il Libano, la famosa Svizzera del Mediterraneo, è stato ridotto alla fame e il milione e mezzo di siriani che aveva ospitato sono oggi invisi e perseguitati. La Palestina è stata fatta a brandelli, ridotta ad un bantustan, dalla crescente tracotanza del governo israeliano che a sua volta attraversa una crisi democratica inedita. E adesso è arrivato il turno della Tunisia, l’unico paese a mantenere aperta una piccola luce sulla “primavera araba”, ormai entrato in una spirale autodistruttiva. E’ l’ennesimo paese dell’area mediterranea che implode

L’Unione europea si preoccupa dei suoi vicini di casa caduti nell’inferno? Pensa a sostenere economicamente e finanziariamente questi paesi, o pensa piuttosto a investire, come ha fatto con la Turchia, solo per creare un grande lager? Il governo Meloni vede nell’implosione della Tunisia un pericolo per l’Italia, con i principali mass media che ormai hanno lanciato l’allarme: l’invasione di milioni di migranti è alla porte di casa nostra!

Dopo il meeting di Barcellona del 1995, che pure aveva i suoi limiti neoliberisti, il Mediterraneo è scomparso dall’agenda europea, lasciando campo libero agli Usa, alla Russia, alla Cina e all’emergente politica espansionistica della Turchia del sultano Erdogan. In Italia, dopo decenni di convegni sul Mediterraneo, di evocazioni retoriche sull’Italia e la Sicilia centro e cuore pulsante di questo mare, abbiamo ricoperto l’importanza di alcuni di questi paesi solo adesso come fornitori di gas e petrolio. E questo, naturalmente, in linea con la transizione ecologica in salsa napoletana.

da “il Manifesto” del 14 aprile 2023

No al terrorismo di stato. L’italia non deve tacere. Chiediamo al governo italiano di condannare l'assassinio di Mohsen Fakhrizadeh e l'ingiusta detenzione di Patrik Zaky

No al terrorismo di stato. L’italia non deve tacere. Chiediamo al governo italiano di condannare l'assassinio di Mohsen Fakhrizadeh e l'ingiusta detenzione di Patrik Zaky

Vogliamo innanzi tutto manifestare il nostro sconcerto di fronte alla tiepidezza con cui i governi europei, a cominciare dal nostro, e i grandi media, a cominciare da quelli italiani, hanno reagito all’assassinio dello scienziato iraniano Mohsen Fakhrizadeh. Con ogni evidenza – poiché da Israele e dagli USA non è giunta alcuno smentita alla universale attribuzione dell’attentato al Mossad – si tratta di un atto terroristico di stato.

E’ un fatto di inaudita gravità che non può in nessun caso lasciare indifferenti solo perché la vittima era un scienziato sospettato di lavorare a un progetto di armamento atomico. Ricordando che Israele già possiede un arsenale nucleare, che cosa dà diritto a questo paese di uccidere scienziati sospetti all’interno del proprio paese? Quale tribunale ha condannato quel libero cittadino? Perché taciamo al cospetto di questo ennesimo episodio di violazione di ogni diritto internazionale? Per il fatto di considerare Israele un paese democratico, amico dell’Occidente? E’ democratico un paese che concede libertà e diritti ai propri cittadini e tiene in umiliante schiavitù, in casa propria e in territori altrui, il popolo palestinese? E’ amico dell”Occidente e della pace Israele, che sin dai governi di Ariel Aharon persegue una strategia cinica e destabilizzante? Quella di mettere in difficoltà i settori più moderati e dialoganti del mondo palestinese, attraverso incursioni violente che aizzano il desiderio di vendetta dei settori massimalisti?

Una tattica che induce a risposte armate disperate, da cui Israele ricava l’autorizzazione tacita dell’opinione pubblica mondiale per esercitare la sua schiacciante superiorità militare. Ma questo rivela la nessuna volontà di pace e un disegno di supremazia che prepara scenari inquietanti nel Medio Oriente.

Di fronte a tale quadro noi donne e uomini liberi e amanti della pace non possiamo tacere. Israele ha costruito in tutti questi anni un diritto internazionale sostituivo di quello riconosciuto da tutti gli stati sovrani, retto dalla sopraffazione e dalla violenza, ispirato alla tutela dei propri interessi come unico criterio ispiratore nella condotta con il resto del mondo. La nostra coscienza ci induce a non tacere, non solo di fronte all’ingiustizia clamorosa di questa posizione, ma perché l’acquiescenza dell’opinione pubblica rappresenta un pericolo per la pace, una minaccia per il nostro futuro.

Chiediamo al governo italiano di condannare ufficialmente l’assassinio di Mohsen Fakhrizadeh, così come gli chiediamo una forte protesta contro il governo egiziano per l’ingiusta detenzione, insieme a tanti giornalisti, del giovane Patrik Zaky, ricercatore dell’Università di Bologna e di mobilitarsi per scongiurare l’esecuzione, da parte dell’Iran, del medico Ahmadreza Djalali. Chiamiamo tutti gli spiriti liberi, a far sentire la propria voce in tutti i modi e in tutte le sedi possibili. E’ in gioco anche la nostra sicurezza e la nostra libertà.

Piero Bevilacqua, Luigi Ferrajoli, Enzo Scandurra, Nichi Vendola, Luciana Castellina, Laura Marchetti, Lucinia Speciale, Tomaso Montanari, Tonino Perna, Ignazio Masulli, Vittorio Boarini, Ilaria Agostini, Filippo Barbera, Battista Sangineto, Paolo Favilli,Angelo D’Orsi, Vera Pegna, Vezio De Lucia, Carmelo Buscema, Franco Trane, Velio Abati, Alfonso Gianni, Maurizio Acerbo, Francesco Santopolo, Antonio Castronovo, Mario Fiorentini, Alfonso Gambardella, Massimo Baldacci, Rossano Pazzagli, Domenico Rizzuti, Giuseppe Saponaro, Piero Caprari,Maria Adele Teti, Leandra D’Antone Giuseppe Aragno, Alberto Ziparo, Fabio Parascandalo, Mimmo Cersosimo, Filippo Veltri, Giacomo Panizza, Piero Di Siena, Gaetano Lamanna, Gabriele Giannini, Fabio Marcelli, Angelo Broccolo, Angelo Marcucci,Giorgio Cadmo Pagano, Caroline Lokhart.

Per aderire all’appello scrivere a: osservatoriodelsud@gmail.com

pubblicato su “il Manifesto” del 6 dicembre 2020
Foto di badwanart0 da Pixabay