
Il futuro del turismo in Calabria. Uno sguardo dalle montagne.- di Tonino Perna
In premessa vorrei citare due interventi sul turismo in Calabria pubblicati su questo quotidiano, nel tentativo di aprire un serio dibattito. Purtroppo, in questo che è l’unico quotidiano che offre uno spazio di discussione non ne abbiamo fino ad oggi approfittato. Firme di indubbio valore si presentano come monadi, richiamando raramente altri interventi sulla stessa tematica. Provo, pertanto, a rompere con questa solipsistica abitudine.
Concordo con quanto scrive Marcello Furriolo, già sindaco di Catanzaro, rispetto all’insufficienza del settore turistico in Calabria come motore per uno sviluppo complessivo della nostra regione. Sicuramente rispetto al secolo scorso la Calabria ha fatto passi da gigante in questo settore e le previsioni per i prossimi anni, salvo guerre e catastrofi, sono decisamente positive.
Come ebbi modo di sostenere, una decina di anni fa in un convegno nazionale, la Calabria è diventata un territorio “esotico ma sicuro”, che sposta i flussi turistici dai paesi del Sud del mondo, sempre più attraversati da guerre e conflitti, verso quelle zone ancora inesplorate dell’Europa. Non è una bella cosa. Basti pensare ai paesi del Nord-Africa e del Medio Oriente che avevano avuto un notevole incremento turistico fino al 2010 e alle sfortunate “primavere arabe”, che oggi è totalmente crollato. Ma tant’è.
Val la pena non perdere questa occasione ed allo stesso tempo, come sostiene Marcello Furriolo, non mitizzare il volano del turismo pur riconoscendogli un indubbio contributo, non solo sul piano economico, Ma, i nostri giovani laureati non andranno a fare i camerieri o le guide turistiche se non eccezionalmente e nel periodo estivo, mentre andrebbero sviluppati altri settori, a partire dalla ricerca, cultura e alta formazione.
E sono ugualmente d’accordo con l’analisi del presidente di Confesercenti di Reggio Calabria, che evidenzia il paradosso dell’incremento di turisti nell’aeroporto reggino a fronte ad una contrazione delle presenze nelle strutture ricettive e dei consumi nei pubblici esercizi.
Per la verità questo dato non mi stupisce perché dagli inizi di questo secolo sostengo che bisogna guardare all’area dello Stretto come ad un unicum e offrire pacchetti turistici che riguardano un itinerario tra le due sponde. Non solo lo sostengo ma lo ho anche sperimentato con successo, quando sono stato il presidente del Parco Nazionale dell’Aspromonte, promuovendo con un‘agenzia di Milano un viaggio di una settimana sullo Stretto dal titolo “Prima del Ponte: venite a vedere lo Stretto…”
Poi, il 18 aprile del 2015 in qualità di assessore alla cultura del Comune di Messina ho organizzato un incontro con i sindaci delle due sponde dello Stretto su una nuova e bellissima nave delle FFSS, messaci gratuitamente a disposizione. In questo indimenticabile incontro una decina di sindaci hanno firmato il Patto dello Stretto che prevedeva, tra l’altro, la creazione di politiche sinergiche per quanto riguarda i trasporti, il turismo, la cultura e la ricerca scientifica. Niente di tutto questo si è fatto.
Per quanto riguarda la città di Reggio non si può pensare che chi viene per una visita possa fermarsi più di tre giorni (e sono già tanti), dopo aver visto i Bronzi di Riace, il Castello Aragonese l’impareggiabile lungomare Italo Falcomatà, una volta definito “il più bel chilometro d’Italia” da un cronista sportivo, che oggi riguarda ben più di un chilometro. Per questo è necessario fare rete con altri luoghi lunga la costa e sul mai abbastanza conosciuto e decantato Aspromonte.
E proprio da questa montagna vorrei ripartire per immaginare un futuro del turismo che diventa un prologo del ripopolamento delle nostre montane. Nell’immaginario collettivo il turismo in Calabria è stato sempre associato al mare. Solo nel nuovo secolo, lentamente, c’è stata la scoperta del Pollino, Sila e Aspromonte, arrivato per ultimo ma oggi scoperto da un crescente flusso di ecoturisti. La ciclovia che unisce i tre Parchi nazionali è sempre più frequentata da chi vuole scoprire nuovi paesaggi di natura incontaminata.
Un bene sempre più raro che il mutamento climatico sta rendendo sempre più prezioso. Nei prossimi anni assisteremo inevitabilmente ad un aumento degli eventi estremi, ad un intensificarsi di periodi di siccità e alluvioni, nell’ambito di un riscaldamento globale del pianeta che avanza (chi scrive ha pubblicato un saggio sugli “Eventi estremi” nel 2011 e, purtroppo, ha avuto ragione).
Ma, le montagne non solo attenuano gli effetti del riscaldamento globale, ma costituiscono anche, e soprattutto, uno spazio vitale per le relazioni umane. Provate a camminare per i boschi, nei sentieri, e quando incontrate qualcuno vi saluta e magari si ferma pure per scambiare due parole. Al contrario della spiaggia, dove le persone stanno sotto l’ombrellone attaccate al telefonino (salvo le pochissime lettrici di mezza età) e non si accorgono di chi gli passa accanto. Il vicino di ombrellone è visto spesso come una fastidiosa presenza, se poi c’è qualche raro bambino piagnucoloso non ne parliamo, mentre in montagna rappresenta un compagno/a di viaggio.
Perché là dove lo spazio e il tempo, i due elementi fondamentali della vita, si allargano, si dilatano, allora ritroviamo noi stessi e vediamo nell’altro il prossimo. In un racconto mitologico Spazio e Tempo venivano definiti come due gemelli che sposavano due sorelle Aria e Acqua dando così inizio alla vita sul nostro pianeta.
Per tutte queste ragioni bisognerebbe prioritariamente salvare questi meravigliosi ecosistemi dagli incendi, dall’incuria, dal degrado di un turismo della domenica “mordi e fuggi” che ancora, sia pure in minor misura, è presente nelle nostre montagne.
Una vera politica di promozione di un turismo di qualità deve innanzitutto garantire che l’ambiente naturale e quello socio-culturale siano seriamente tutelati.